Origini dell'arte vetraria altarese e primi sviluppi Secondo una radicata e costante tradizione oraleUna prima parziale trasposizione in forma scritta di questa tradizione si ha in G. Chabrol de Volvic, "Statistique de l'ancien département de Montenotte"; T.II; Paris 1824, pp. 187 e 292., l'arte del vetro fu anticamente introdotta ad AltareIl borgo ligure appartenne in origine alla marca aleramica(*) (creata nel 961 da Berengario II, re d'Italia) e dal 1142 ai domini della famiglia aleramica Del Carretto che - allora direttamente soggetti al Sacro Romano Impero - nel 1393 passarono sotto la sovranità del marchesato di Monferrato in virtù di un contratto di vassallaggio stipulato da Bonifacio Del Carretto con Teodoro II. Era questi discendente dell'illustre famiglia bizantina dei Paleologi che detenne la corona dell'Impero Romano d'Oriente dal 1261 alla sua fine (1453) e subentrò ai marchesi aleramici nella signoria del Monferrato (1306). Estintasi la dinastia dei Paleologi, il territorio monferrino nel 1536 venne devoluto dall'Imperatore Carlo V alla famiglia Gonzaga, titolare del ducato di Mantova e - in seguito alla guerra di Successione spagnola - infine annesso al regno sabaudo (1713 - 1714), di cui seguì le sorti sino al costituirsi dell'Unità d'Italia. (*)Dal nome del conte di origine franca Aleramo che - investito da Berengario II del titolo marchionale e dall'Imperatore Ottone I di ampi feudi tra il Po e l'Appennino (967) - fu capostipite dei due rami dinastici rappresentati dai marchesi di Monferrato e dai marchesi di Savona (o Del Carretto).da una comunità benedettina che, rilevate qui le condizioni naturali idonee, si racconta avrebbe richiamato dal nord della Francia ( Normandia o Bretagna)Circa la Normandia, H. Schuermans documenta come l'arte vetraria si esercitasse qui già in epoca classica e sia sopravvissuta alle invasioni barbariche. ("Verres façon de Venise ou d'Altare fabriqués aux Pays-Bas"; Bruxelles 1883-1893; 6a lettera, pp. 24-27). Una tra le più antiche testimonianze in merito presenta singolari analogie con la tradizione altarese. Nel 675 l'abate Benedetto Biscopo - già monaco a Lérins - incaricò di reclutare dei vetrai in tale regione per fabbricare le vetrate del monastero da lui fondato in Inghilterra a Wearmouth. Una consuetudine di assidui rapporti - protrattasi poi nel tempo - si era infatti stabilita in Normandia tra questi artigiani e i numerosi, importanti monasteri benedettini locali, sorti a partire dal VI-VII secolo. Celebri quelli di Mont-Saint-Michel, fondato nel 966, e di Jumièges sorto nel 654 ad opera dell'abate francese San Filiberto che i vetrai altaresi proclameranno loro patrono. Il suo culto, già dal IX secolo, ebbe notevole diffusione in Normandia. alcuni esperti artigianiAgli inizi del XII secolo il benedettino tedesco Teofilo, nella sua celebre opera Diversarum Artium Schedula - il cui secondo libro è interamente dedicato agli aspetti tecnologici dell'arte vetraria - definiva peritissimi i vetrai francesi. (J. Barrelet, "La verrerie en France"; Paris 1953, p. 27). A. Gasparetto aggiunge al riguardo: "La vetraria era una e certo non delle ultime arti esercitate, per fini prevalentemente sacri, nell'ambito dei chiostri benedettini tedeschi e al suo diffondersi anche fuori dei Paesi germanici non poco deve aver contribuito proprio la Schedula del benedettino Teofilo, dati i frequenti rapporti che legavano l'una all'altra, le numerose comunità dell'Ordine, sparse in fitta rete per tutto l'Occidente […]. Che i Benedettini avessero, in fatto di vetraria, delle conoscenze non puramente generiche, ma fondate sulla pratica, si può desumere del resto da un altro documento: il famoso codice 132, De Universo o De origine rerum del monaco tedesco Rabano Mauro, compilato a Montecassino nell'anno 1023 [..]. In esso infatti compare la più antica rappresentazione finora conosciuta di una fornace vetraria medievale che, malgrado la sommarietà del disegno, tipico del tempo, lascia fondatamente supporre sia stata desunta dal vero". ("Il vetro di Murano dalle origini"; Venezia 1958; pp. 41 e 46). Un confronto con i dati archivistici in seguito acquisiti non infirma quanto riferito.
Sull'isola di Bergeggi (Insula Liguriae), presso la chiesetta voluta dalla devozione popolare sul sepolcro di Sant'Eugenio, il vescovo di Savona Bernardo, nel 992, fece costruire un cenobio affidandone la cura a monaci benedettini chiamati dall'abbazia di Saint-Honorat (isole provenzali di Lérins). L'atto relativo è tramandato dal cronista savonese G.V. Verzellino (1562-1638) “non per esteso – rileva Valeria Polonio – ma in abbondante regesto, con tali particolari da garantirne l'autenticità”Diocesi di Savona Noli in "Liguria monastica"; Cesena 1979, p. 159..
Tra il 1124 e il 1134 le terre di Altare – allora pertinenti alla diocesi di Alba – furono donate dal vescovo Rimbaldo ai cenobiti lerinesi di Sant'Eugenio e una bolla di Papa Innocenzo II in data 20 febbraio 1141 ne confermò loro il possesso."Documenti intorno alle relazioni fra Alba e Genova, 1141-1270"; vol. 1, doc. 1 – Pinerolo 1906Prima che vi si stabilissero i monaci, l'abitato altarese doveva presumibilmente costituire un insediamento ancora molto limitato. Le attestazioni ad oggi note al riguardo sono rare, occasionali e non anteriori agli ultimi decenni dell'XI secolo.L'insediamento benedettino ad Altare va pertanto inquadrato storicamente in tale contesto.
È opportuno qui ricordare come dall'Alto Medioevo sia le fonti scritte che i dati archeologici testimonino in Occidente di stretti rapporti intercorsi tra i centri di produzione vetraria e i monasteri, dove si iniziò a far uso di vetro per le finestre abbaziali. Scrive in proposito Francesca Dell'AcquaFrancesca Dell'Acqua, in “Medioevo”; anno VIII; n. 8, agosto 2004; p.109: Relativamente al sud-est della Francia, Danièle FoyDanièle Foy, "Le verre médiéval et son artisanat en France méditerranéenne"; Marseille 1988; pp. 109 e 104 formula analoghe considerazioni:
Se i rari frammenti di documentazione pervenutici non forniscono per Altare indicazioni circa un'immigrazione di vetrai d'oltralpe, più in generale si può tuttavia osservare che l'importante azione economica svolta anticamente dal monachesimo anche attraverso la promozione di iniziative pre-industriali non di rado si avvalse proprio dell'apporto di maestranze allogene. È il caso del monastero di Braunau (Austria) che verso la metà del XIII secolo attirò nei suoi possessi un'immigrazione di tessitori fiamminghiU. Berlière; “L'Ordine monastico dalle origini al secolo XII”; Bari 1928; p.84. Va infatti considerato che lavorazioni complesse sul piano tecnico e organizzativo – quale appunto quella vetraria – difficilmente avrebbero potuto svilupparsi senza il concorso di artigiani altamente specializzatiCiò - nel caso altarese - anche in riguardo dei bassi livelli di qualificazione tecnica relativi ad un contesto rurale allora esclusivamente legato ad attività economiche di carattere agricolo e silvo pastorale., per cui, se la carenza documentaria non consente di suffragare – o escludere – quanto riferito in merito dalla tradizione altarese, un fondamento di carattere analogico è comunque rintracciabile nelle vicende storiche del lavoro monastico. Un'immigrazione di vetrai francesi ad Altare potrebbe poi bene inquadrarsi in quel contesto di grande mobilità sociale – conseguente all'incremento e alla pressione demografica – manifestatasi nel'Occidente europeo approssimativamente tra la metà dell'XI secolo e quella del XIIIAccettando tali argomentazioni va comunque ricordato come fino al XII secolo, soprattutto in zone rurali, la formazione e il consolidamento dei cognomi risultino ancora assai limitati così da rendere oggi improponibile l'individuazione dei nomi delle famiglie che avrebbero costituito il nucleo originario della comunità artigiana altarese. (mobilità peraltro già storicamente peculiare a questa categoria artigiana). Riferisce in particolare J. Le GoffJ. Le Goff "Il Basso Medioevo”; Milano 1992; p. 52 che una dinamica migratoria dal nord della Francia verso l'Italia settentrionale (così come verso altre regioni europee) risulti – a quell'epoca – rilevante:
Relativamente alla prima metà del XIII secolo si ha poi notizia di migrazioni di famiglie “vetrarie” francesi in Inghilterra e, nel 1226, vi giunge dalla Normandia un Laurence vitrearius cui vengono concessi terreni in donazioneP. Warren; “Irish Glass”; London 1981; p. 23. Almeno a tutt'oggi non risulta trovino fondati riscontri le pur interessanti ipotesi espresse circa una derivazione mediorientale (Palestina, Libano o Siria) dell'arte vetraria altarese: conseguente – secondo alcuni autori – ai rapporti intrattenuti, nel corso del XII secolo, dai marchesi aleramici con queste regioni; riconducibile – per altri – ad un ampio movimento migratorio di artigiani ebrei, avviatosi dal II secolo contestualmente alla Diaspora. Sembrerebbe peraltro improbabile che in un piccolo, isolato borgo rurale, eventi di tale eccezionalità e portata abbiano potuto non trovare eco nella memoria storica locale, né lasciare influssi di carattere linguistico o culturale.
Sulla base di quanto riportato, potremmo dunque ragionevolmente ipotizzare attorno alla metà del XII secolo l'insediamento ad Altare delle prime fornaci da vetro. Le fonti archivistiche sembrano avvalorare tale assunto: nel maggio 1178 un Petrus vitrearius e nel dicembre 1179 un Nicola vitrearius sono menzionati in un cartulario notarile savonese dell'epoca“Il cartulario di Arnaldo Cumano e Giovanni di Donato (Savona 1178 – 1188)” a cura di L. Balletto; Roma 1978; p. 310 e p. 5.. Pur in assenza di indicazioni circa l'origine e lo specifico ruolo di questi vetrai (se si trattasse cioè di produttori o di semplici commercianti di vetro), la loro presenza nell'area geografica savonese appare riconducibile alla presunta attività economica di Altare, che nella città costiera trova il suo naturale e più immediato sbocco commerciale. Per quell'epoca infatti non è dato disporre di concreti elementi che attestino – o semplicemente lascino ipotizzare – esperienze locali di arte vetraria in sede diversa da Altare, mentre le dimensioni dell'economia savonese paiono d'altro canto escludere una specifica commercializzazione di manufatti vitrei, se non provenienti da un'area circostante di produzione.Va tenuto conto, in proposito, dell'allora limitata diffusione del vetro relativamente all'oggettistica d'uso più comune. È significativo al riguardo che nella stessa Genova, da ben più cospicue fonti archivistiche, non risulti allora alcuna presenza vetraria.
Nulla conosciamo in merito alla primitiva evoluzione di questa attività economica nel Savonese. È comunque interessante notare come nel frattempo vetri d'uso comune compaiano in inventari notarili locali, seppure sporadicamente, e di ciò sia riscontro nella documentazione materiale recentemente acquisita dalle indagini archeologicheTra i reperti ottenuti da tali campagne di scavi, condotte a Savona, due frammenti di calici a marcata costolatura risultano anteriori al XIII secolo. Un’oggettistica d’uso comune, databile a partire dalla prima metà del ‘200, vale poi a delineare, seppur sommariamente, un complessivo panorama circa le locali tipologie vitree di epoca tardo-medievale. (Maria Badano Brondi, “Ritrovamenti archeologici in provincia di Savona”; Atti – X Giornate nazionali di studio sul vetro; Pisa 12-14 novembre 2004)..