Lomicidio Calabresi è il nome con cui i mass media sono soliti riferirsi all'assassinio del commissario di polizia e addetto all'ufficio politico della questura di Milano, Luigi Calabresi, avvenuto il 17 maggio 1972 dinanzi alla sua abitazione per mano di un commando di due militanti di Lotta Continua a colpi di arma da fuoco73ª seduta della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, audizione di Antonino Allegra, 5 luglio 2000..
Dopo un iter processuale particolarmente travagliato solo nel 1997 si giunse a una sentenza in Corte di cassazione che condusse ad arresti e condanne definitive: questa individuò Ovidio Bompressi e Leonardo Marino (collaboratore di giustizia sulle cui parole si basò l'accusa) come esecutori materiali del delitto e Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri come mandanti e condannati per il reato di concorso morale in omicidio, ma senza l'aggravante del terrorismo. I quattro appartenevano all'epoca dell'omicidio alla formazione extraparlamentare Lotta Continua, della quale Sofri e Pietrostefani erano stati fondatori e che all'epoca erano avversari del commissario Calabresi da loro accusato della morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli dopo la strage di piazza Fontana.
Contro l'accusa e la seguente condanna di Sofri, Bompressi e Pietrostefani si schierò un ampio movimento d'opinione politicamente attivo nella sinistra, con risonanza anche fuori dall'Italia. Secondo tale movimento le contraddizioni del pentito Marino sarebbero tali da far dubitare del suo racconto sulle circostanze del delitto (da essi attribuito ad altri ambienti politici), in particolare sull'effettivo ruolo di Bompressi (il quale aveva un alibi, ammesso all'esame solo in fase di revisione e comunque ignorato nella sentenza), ma anche, in persone propense a credere all'onestà del pentito, sull'effettiva partecipazione di Sofri (specie sul fatto che davvero l'avesse ordinato o ne fosse a conoscenza), invalidando quindi la chiamata in correità e configurando il tutto come un caso di errore giudiziario e persecuzione politico-mediatica contro l'intero movimento della sinistra extraparlamentare degli anni di piombo. Essi si basarono anche su affermazioni, viste come incertezza dell'accusa, ripetute negli anni: l'avvocato di Marino, Gianfranco Maris, dichiarò nel 2000, dopo il rigetto del processo di revisione che confermò la condannaIl riferimento è al fatto che Marino non ricordi le parole di Sofri, e che possa aver preso qualcosa di non perentorio per un ordine secco o una sorta di assenso silenzioso.: Alla domanda «Non ha mai pensato che in realtà fu Pietrostefani a decidere l'omicidio, e che Sofri subì la decisione?», Marino rispose: «Questo non lo posso sapere. Sicuramente “Pietro” era più propenso a passare alla lotta armata. Però ripeto: non lo posso sapere». Alcuni criticano la sentenza poiché sarebbe basata su una chiamata in correità singola, che non verrebbe suffragata da elementi concreti ma solo dal libero convincimento del giudice sulla sincerità del pentito. Nonostante questo impegno mediatico profuso da molti a favore degli accusati si è giunti comunque alla loro condanna con sentenza definitiva, mentre la richiesta di revisione del processo è stata rigettata dai giudici.
Il contesto storico
Il delitto fu consumato nel periodo detto degli opposti estremismi o degli anni di piombo immediatamente successivo alla contestazione studentesca. Il commissario Luigi Calabresi era addetto alla squadra politica della Questura di Milano, in tale veste veniva spesso incaricato di seguire le manifestazioni, frequenti a quel tempo a Milano, occupandosi dell'attività dei gruppi estremisti. Il 19 novembre 1969 era stato ucciso durante una manifestazione a Milano l'agente Antonio Annarumma e il fatto aveva avuto grossa risonanza.
Il commissario era presente ai funerali per le sue funzioni istituzionali, e in tale occasione era intervenuto per difendere Mario Capanna (leader del Movimento Studentesco) dal linciaggio della folla. Le indagini non permisero di individuare i colpevoli e il caso rimase irrisolto. Il 12 dicembre 1969 aveva avuto luogo la strage di piazza Fontana: una bomba, di matrice neofascista (come si accerterà), posta nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura di quella piazza del centro di Milano aveva provocato la morte di diciassette persone e il ferimento di ottantotto.
Le indagini su piazza Fontana
Le indagini sull'attentato terroristico vennero orientate inizialmente nei confronti di tutti i gruppi in cui potevano esserci estremisti; furono fermate per accertamenti circa 80 persone, in particolare tre anarchici del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa.
Il giorno della strage vi fu tra i fermati un esponente dei movimenti anarchici milanesi: Giuseppe Pinelli, ferroviere che lavorava nella stazione di Porta Garibaldi, assieme a Pietro Valpreda (assolto dopo alcuni anni, come tutti gli altri imputati). Pinelli fu convocato in Questura, dove andò di sua volontà, per accertamenti ove fu interrogato in modo estenuante per verificarne l'alibi, che all'inizio appariva impreciso. Il 15 dicembre l'anarchico precipitò dalla finestra dell'ufficio del commissario Calabresi, uno tra gli incaricati delle indagini sulla strage di piazza Fontana, morendo ore dopo all'ospedale Fatebenefratelli: Pinelli era stato trattenuto per ben tre giorni consecutivi, in evidente violazione dei limiti allora previsti dalla legge.
Su questo evento si innescò la dura polemica sulle responsabilità dell'azione investigativa e sulle responsabilità materiali degli inquirenti, incluso il sospetto di un loro intervento fisico diretto come causa della caduta di Pinelli, e il sospetto che il commissario Calabresi e il questore Marcello Guida fossero presenti nella stanza dalla cui finestra cadde l'anarchico. Luigi Calabresi dichiarò di non essere stato presente nella stanza ove avveniva l'interrogatorio di Pinelli al momento della sua caduta, in quanto chiamato a rapporto dal suo superiore. Altri cinque addetti alle forze dell'ordine, tra cui un tenente dei carabinieri e quattro addetti alla polizia, procedevano all'interrogatorio ed erano presenti nella stanza al momento della caduta: essi confermarono la loro presenza e l'assenza del commissario.
L'inchiesta sulla morte di Pinelli fu condotta dal magistrato Gerardo D'Ambrosio, che nell'ottobre del 1975 escluse sia l'ipotesi del suicidio – emersa nei primi tempi dalle testimonianze dei poliziotti, ma che si rivelò infondata quando si verificò la solidità dell'alibi di Pinelli – sia quella dell'omicidio. La sentenza definì la morte come accidentale, a causa di un malore che provocò uno slancio attivo e «l'improvvisa alterazione del centro di equilibrio».
Sempre nel dispositivo di sentenza, D'Ambrosio scrisse: «L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli».
Il fatto che la sentenza escludesse la responsabilità delle forze dell'ordine suscitò reazioni polemiche di vario tono, principalmente nel mondo sociale, politico e culturale facente capo alla sinistra.
Reazioni nella sinistra politica, anche extraparlamentare Varie voci dalla sinistra politica presero a bersaglio il commissario Luigi Calabresi che era noto, per compiti di ufficio, per essere spesso inviato a sorvegliare le manifestazioni dell'estrema sinistra, nonché per essere sostenitore della pista anarchica29ª seduta della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 29ª seduta, audizione di Marco Pannella, 28 gennaio 1998..
Campagna mediatica contro il commissario Calabresi
In particolare il movimento extraparlamentare Lotta Continua si distinse per una campagna di stampa attraverso il proprio giornale contro Luigi Calabresi dai toni assai violenti, identificandolo come maggior responsabile della morte di Giuseppe Pinelli: nel 1989 Giampiero Mughini, uno dei direttori responsabili di Lotta Continua, scrisse una lettera aperta al figlio del commissario riconoscendo l'innocenza del padre e gli eccessi accusatori del suo giornale.
L'articolo su Lotta Continua del 6 giugno 1970 Particolarmente pesante fu un articolo, anonimo, ma non a firma di Adriano Sofri, direttore del quotidiano. Esso diceva:
La citazione sul «bufalo inferocito», secondo quanto ipotizzato da Sofri, sarebbe forse di origine maoista. L'articolo, intitolato Un'amnistia per Calabresi, contiene anche una vignetta con Calabresi raffigurato come un boia accanto a una ghigliottina, però prende le distanze dalle frasi murali che invitano a uccidere il commissario, in quanto la morte avrebbe evitato il giusto processo:
Nell'articolo compaiono però anche parole di minaccia, che lo stesso Adriano Sofri ha definito in seguito «raccapriccianti»Adriano Sofri, La notte che Pinelli, Palermo, Sellerio, 2009, p. 241 e segg., riferite al giudice Caizzi, al questore Guida e a Sabino Lo Grano di cui si parla nel paragrafo precedente:
La versione citata spesso e derivata dal libro di Gemma Capra Calabresi e Luciano Garibaldi, secondo Adriano Sofri, non riporta le numerosi frasi sul processo: nella versione completa l'articolo appare molto pesante e duro, ma è messo bene in chiaro che Lotta Continua auspicava la condanna di Guida e Calabresi dentro un'aula di Tribunale (rifiutando perciò l'amnistia che coprisse anche il reato di diffamazione mosso ad alcuni attivisti del movimento, nonostante si dica in un capoverso che non esigono una nuova denuncia), e non l'omicidio dei due funzionari, come fatto intendere nella versione incompleta.
Pubblicazioni di Camilla Cederna e altri A questa campagna accusatoria si unì la giornalista Camilla Cederna (secondo una leggenda metropolitana autrice dell'articolo citato, cosa in realtà non vera) che oltre ad articoli sul settimanale L'Espresso, diretto da Eugenio Scalfari, scrisse il libro Pinelli. Una finestra sulla strage, nel quale sottolineava le responsabilità del commissario nella morte dell'anarchico. A causa di questi giudizi il questore di Milano, all'indomani dell'assassinio, l'additò come «mandante morale» dell'omicidio Calabresi. Un'altra opera di contenuto analogo, con prefazione del deputato del PSI Riccardo Lombardi, fu pubblicata nel 1971 dal giornalista dellAvanti Marco Sassano.
Ne seguirono querele da parte di Calabresi. che portarono alla condanna di alcuni esponenti di Lotta Continua ma che contribuirono anch'esse ad acuire tensioni e contrasti, dando luogo a nuove, accese discussioni sull'operato del commissario Calabresi.
Nel 1971 Camilla Cederna fu la principale ispiratrice della lettera aperta pubblicata sul settimanale L'Espresso contro il commissario Calabresi e i magistrati che, secondo la giornalista, lo avevano tutelato durante l'inchiesta sul caso PinelliCamilla Cederna, appello in fondo all'articolo «Colpi di Scena e Colpi di Karatè, gli ultimi incredibili sviluppi del caso Pinelli», L'Espresso, 13 giugno 1971, e articoli successivi del 20 e 27 giugno 1971.. Quando Calabresi fu freddato di fronte alla sua abitazione, la giornalista si trovò al centro di dure contestazioni iniziate con il commento accusatorio del prefetto Libero Mazza ai giornalisti radunati, tra cui la stessa Cederna, all'ospedale San Carlo mentre all'interno veniva composto il cadavere del commissario. Il commento fu: «E pensare che è tutta colpa di quella carogna di Camilla Cederna che col suo libro su Pinelli e contro Calabresi, tra l'altro, ha guadagnato decine di milioni».