Fu principe di Capua, conte di Foggia e Montone, e signore di Arcevia, Assisi, Bologna, Cannara, Castel Bolognese, Castel San Pietro Terme, Cingoli, Città della Pieve, Città di Castello, Gualdo Cattaneo, Gualdo Tadino, Jesi, Medicina, Montecassiano, Narni, Nocera Umbra, Orte, Orvieto, Ostra Vetere, Perugia, Pieve di Cento, Rieti, San Gemini, Sassoferrato, Spello, Spoleto, Teramo, Terni e Todi.. Fu inoltre capitano generale della Chiesa, gran connestabile del Regno di Napoli e senatore di Roma; .. Con le sue imprese fu quasi pronto a formare uno Stato proprio nell'Italia centrale del XV secolo..

Biografia Gli inizi Andrea Fortebraccio nacque nel rione di Porta Sant'Angelo di Perugia il 1º luglio 1368 dai nobili Oddo Fortebraccio, giureconsulto, e Giacoma Montemelini; ; .. Era il terzogenito di cinque tra figli e figlie, nell'ordine, dopo i fratelli maggiori Carlo e Giovanni e prima delle sorelle minori Stella e Giacoma.. Alcuni autori, tenendo conto della denominazione che assumerà negli anni tale personaggio, riportano erroneamente il castello di Montone come suo luogo di nascita, borgo, compreso nella medesima suddivisione, da dove invece si era originata e aveva vissuto la famiglia fino al 1280, quando si spostò a Firenze per esercitare delle cariche pubbliche ottenute; ; ; ; ..

La sconfitta in città della fazione aristocratica dei Beccherini, cui appartenevano i Fortebraccio, per mano di quella popolana dei Raspanti, guidata dai Michelotti, comportò nel 1378 la perdita dei beni e l'esilio dei vari membri da Perugia, tra cui Andrea, fanciullo, con il padre Oddo, divenuto capitano del popolo fiorentino negli anni 1372 e 1373, il quale morirà poi intorno al 1380; ; .. Rimasta vedova, la madre Giacoma Montemelini appoggiò la vocazione militare del figlio, che, dodicenne, si formò nella Compagnia Bianca del condottiero inglese Giovanni Acuto e iniziò appieno la carriera nel 1385 come paggio all'interno della compagine di Guido d'Asciano; ; ; .. Nel 1388 passò nella Compagnia di San Giorgio del comandante Alberico da Barbiano, conte di Cunio, della quale facevano parte i futuri rivali Muzio Attendolo Sforza e Jacopo Caldora; ; ; ..

Rientrato nel 1390 a Montone, aiutato dai fratelli Carlo e Giovanni, uccise nella piazza tre membri della fazione avversaria dei Raspanti: per tale azione si guadagnò una taglia sulla sua testa e l'appellativo di "Braccio" al posto del nome Andrea. Il Fortebraccio si diede quindi alla ventura, formando con quindici uomini d'arme iniziali una propria compagine, la Compagnia braccesca, e mettendosi al soldo di Antonio II da Montefeltro contro Malatesta IV Malatesta, che assaltò l'anno seguente nella rocca di Fossombrone, uscendone gravemente ferito al petto e alla nuca, trauma che lo rese zoppo a vita alla gamba sinistra. Nel 1393, salito a capo della fazione dei Beccherini, giungendo in soccorso di Fratta Todina, venne catturato e nel riottenere la libertà rifiutò di entrare al servizio di Biordo Michelotti, al vertice dei Raspanti.

Imprese militari e separazione da Alberico da Barbiano Nell'aprile del 1395 tornò a combattere per Alberico da Barbiano nel Regno di Napoli, rincontrando nuovamente lo Sforza. Nel 1397 passò al soldo della Repubblica di Firenze ed ottenne il comando di trenta uomini d'arme. Nel 1398 affiancò lo Stato Pontificio nella guerra contro Perugia, assediando prima Montone e poi, alla morte del Michelotti, attaccando la città che l'aveva esiliato. Finì per devastare il territorio di Assisi nell'inutile tentativo di penetrare nell'attuale capoluogo umbro. Nel 1400 Perugia finì in mano ai Visconti e Braccio tornò alle sue battaglie in lungo e in largo per la penisola. Nel 1402, alla morte di Gian Galeazzo Visconti, agli ordini di Mostarda da Forlì, combatté per i pontifici contro i viscontei. Nel 1403 papa Bonifacio IX si accordò con il nuovo ducato di Milano e finirono sotto il controllo dello Stato Pontificio Bologna, Perugia e Assisi: la fazione dei Raspanti ottenne però che i fuoriusciti non potessero avvicinarsi a meno di venti miglia dalla città.

Nel 1404 Braccio tornò così al servizio di Alberico da Barbiano, conte di Cunio, combattendo di nuovo a fianco di Lorenzo Attendolo, contro Faenza e lo Stato Pontificio: questa seconda battaglia rimarrà ricordata come uno degli esempi della perizia nell'arte della guerra di Braccio. Nei pressi del fiume Reno, nella Pianura Padana, le truppe del conte di Cunio rimasero in minoranza di fronte al nemico, e Braccio, che componeva la retroguardia, fece costruire tre ponti ad uso militare, per attraversare il fiume e trincerarsi oltre le sponde, riuscendo così a resistere agli assalti delle truppe papali. Per questa impresa Braccio si poté fregiare del titolo di cavaliere e del diritto di inserire nel suo stemma le insegne del conte di Cunio.

I primi successi del giovane condottiero finirono per suscitare invidie nella compagnia: qualcuno lo calunniò avvertendo Alberico che Braccio voleva ucciderlo per prenderne il posto, e così Braccio, avvertito dalla moglie del conte di Cunio, dovette fuggire dall'accampamento per non essere a sua volta assassinato. Più tardi Alberico si pentì di questo suo proposito e chiese a Braccio, vanamente, di tornare nella sua compagnia.

Gli scontri in Umbria e a Roma Nel 1406 combatté con i fuoriusciti contro Perugia e nel 1407 formò una compagnia di ventura composta principalmente da esuli perugini, danneggiando e ricattando vari piccoli comuni del contado romagnolo e dell'alta Valle del Tevere per finanziarsi con queste scorrerie, ponendo la sua base presso Sansepolcro. In maggio gli abitanti di Arcevia gli offrirono la signoria della città in cambio del suo aiuto contro il marchese di Fermo Lodovico Migliorati, che stava assediando la città. Il Montone accettò, occupò il Monte Conero e devastò il territorio di Fano, dove si impadronì di alcuni castelli. In seguito Braccio si rappacificò con il Migliorati e passò al servizio del re del Regno di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo proprio presso Fermo. Ai suoi ordini vi erano ormai più di cavalieri e fanti, cui dispensò complessivamente una paga di fiorini. Devastò le terre dei Trinci di Foligno poiché si erano rifiutati di vettovagliare le sue truppe. Nel 1408 Perugia si arrese al re Ladislao, ma ottenne da questi una dichiarazione di belligeranza verso tutti i fuoriusciti della città. Braccio ripiegò nelle Marche, ad Ancona, dichiarandosi a sua volta nemico di Ladislao, e s'impossessò di Jesi.

Nel 1409 combatté dapprima a Città di Castello, quindi ad Arezzo a fianco dei fiorentini e poi si diresse alla volta di Roma, assediando Castel Sant'Angelo, salvo ripiegare nelle Marche per l'arrivo dell'inverno. Nel 1410 Roma subì attacchi da parte degli eserciti di Luigi II d'Angiò-Valois e Ladislao d'Angiò-Durazzo e di diverse compagnie di ventura, tra cui quella del Fortebraccio, che, una volta viste in ritirata le truppe napoletane, le inseguì e le sconfisse presso Sora, poi saccheggiata. In agosto i fiorentini gli consegnarono fiorini nel perugino, in settembre Spoleto gli commissionò scorrerie punitive nel territorio di Terni, in novembre attaccò nuovamente Perugia assediandola da Porta San Pietro, senza riuscire nell'intento. In questi anni di guerre, concentrate perlopiù in Umbria, Braccio ebbe modo di perfezionare la sua tecnica militare, impostata sulla rapidità della manovra e sulla velocità dei movimenti, e questa fu la caratteristica della propria scuola d'arme..

La presa di Perugia e il dominio sull'Umbria

Nel 1414 l'antipapa Giovanni XXIII lo nominò conte di Montone, inoltre lo chiamò a governare Bologna. Braccio sfruttò la situazione per accumulare molto denaro, taglieggiando le città di Ravenna, Forlì, Rimini, Cesena e Castel San Pietro. Nello stesso anno combatté a Todi contro lo Sforza; in giugno, al termine della battaglia, venne accolto con tutti gli onori a Firenze, con cui siglò un'alleanza di dieci anni. In agosto Ladislao d'Angiò-Durazzo morì e Braccio lasciò Bologna in libertà per la cifra di ducati e raggiunse l'Umbria, occupando città e castelli durante il suo passaggio; Perugia, temendo il suo arrivo, si affidò a Carlo I Malatesta, nominato "Difensore dei perugini per la Santa Chiesa"; lo scontro, molto duro, avvenne a Sant'Egidio il 12 luglio 1416, con la vittoria dei bracceschi. Nella battaglia si distinsero il figlio di Braccio, Oddo, e l'allievo Niccolò Piccinino.

Quindi la città di Perugia non poté far altro che aprirgli le porte e nominarlo signore, ed in seguito fu la volta di Terni: in un primo momento vinse la città, ma la seconda volta i ternani dovettero cedere per mancanza di aiuti esterni. Todi era già stata conquistata subito dopo Perugia, Narni neanche provò a ribellarsi e poi Orvieto; gli abitanti lo vollero come loro reggitore senza troppi scrupoli. Fu così che si venne a suggellare il dominio di Braccio nel territorio dell'Umbria. Braccio chiese quindi al neoeletto papa Martino V di concedergli il vicariato sull'Umbria, ma questi glielo negò e gli mandò contro Guidantonio da Montefeltro, suo parente, e lo Sforza suo alleato, che il Montone sconfisse puntualmente in una memorabile battaglia presso Spoleto. Sfruttando la vittoria, Braccio mosse contro i territori del Montefeltro.

Assedio dell'Aquila, battaglia campale e morte

Nel 1421 Braccio da Montone andò in aiuto della regina del Regno di Napoli Giovanna II d'Angiò-Durazzo, scomunicata dal papa, venendo però esso stesso interdetto dai sacramenti. Controllando in poco tempo, grazie alla sua abilità militare, quasi tutti i territori dell'Abruzzo e parteggiando per Alfonso V d'Aragona contro gli Angioini, conseguentemente ai suoi successi, fu nominato gran connestabile del Regno di Napoli, principe di Capua e conte di Foggia. Passato dalla parte degli Aragonesi nel 1424, perse la carica di gran connestabile del Regno, venendo rimpiazzato dallo Sforza, al soldo degli Angioini, e ricevette da Alfonso l'incarico di assediare L'Aquila con la promessa dell'ottenimento del governo di tale feudo, di importanza cruciale nel territorio del Regno di Napoli.

In marcia verso lo scontro finale, presso Pescara morì lo Sforza; contemporaneamente Braccio da Montone cominciò l'assedio dell'Aquila distruggendo i "99 Castelli Fondatori" e spezzando ogni tipo di collegamento. Ma la città, guidata dal suo governatore Antonuccio Camponeschi, gli oppose una strenua e duratura resistenza che fece durare il conflitto più di un anno. Così la regina Giovanna II d'Angiò-Durazzo mandò in suo soccorso un folto esercito capitanato dal gran connestabile Jacopo Caldora, potente ed esperto condottiero, ex allievo di Braccio, il quale affrontò il suo maestro presso la Piana di Bazzano, luogo in cui si era stabilito quest'ultimo, in una battaglia che fu veramente feroce. L'esercito braccesco venne sconfitto. Braccio da Montone riportò gravi ferite alla testa (in particolare al collo) per aver ricevuto un colpo di mazza ferrata, venne catturato ed imprigionato sul posto e morì intorno alle ore 22:00 del giorno lunedì 5 giugno 1424, data che pose termine al conflitto che finì per decidere le sorti di gran parte della penisola italiana; .. Essendo morto scomunicato, il papa lo fece seppellire in terra sconsacrata, dove quivi rimase fino al 1432, quando, per iniziativa di suo nipote Niccolò Fortebraccio, fu tumulato ed i suoi resti furono custoditi nella chiesa di San Francesco al Prato di Perugia. Nel 1505 sulla lapide della sua tomba fu aggiunto il seguente epitaffio:

Nel 2013, a 589 anni dalla sua morte, i suoi resti sono stati estumulati per poi essere restaurati. La ricognizione ha portato al rilevamento della presenza di un foro sul cranio del condottiero, situato in un punto «non alto ma ben piazzato», che ha confermato quanto riportato dalle fonti storiche riguardo alla sua morte durante l'assedio della città aquilana.