Pòrtici (Puórtece in napoletano, /ˈpwortət͡ʃə/ o /ˈpwortəʃə/) è un comune italiano di abitanti della città metropolitana di Napoli, in Campania. È il secondo per densità di popolazione in Italia, dopo Casavatore.

Geografia fisica Portici si trova alle pendici del versante occidentale del Vesuvio, lungo la costa del Golfo di Napoli. Il territorio comunale, esteso per circa 4,5 km², è compreso tra il vulcano e il mare e si sviluppa in leggera pendenza verso la costa. A nord confina con San Giorgio a Cremano e con Napoli, a sud e a est con Ercolano, mentre a ovest si affaccia sul Mar Tirreno, dove si trova il bacino del porto del Granatello.

Dal punto di vista altimetrico, la città presenta un dislivello complessivo di 126 metri: si passa infatti dalla quota minima di 0 metri della linea costiera fino ad un massimo di 126 metri sopra il livello del mare nella zona più interna a monte. L'altitudine ufficiale del comune — calcolata convenzionalmente presso la sede del Municipio — è di 29

Territorio Il territorio comunale di Portici è costituito da materiali prodotti dalle diverse fasi eruttive del complesso vulcanico Somma-Vesuvio. Le rocce laviche sono presenti soprattutto nella parte orientale e sud-orientale del territorio, lungo il confine con Ercolano, e in una fascia settentrionale compresa tra la zona a monte dell'Autostrada A3 e via Dalbono; in queste aree affiorano in superficie o sono ricoperte da sottili strati di terreno e materiali piroclastici.

I depositi piroclastici sciolti sono invece più diffusi nella parte centrale del territorio, fino alla costa compresa tra il Museo nazionale ferroviario di Pietrarsa e il Granatello. Sono costituiti principalmente da sabbie, ceneri e lapilli e presentano generalmente spessori compresi tra 15 e 20 metri o superiori. Tra questi depositi si trovano materiali legati alle eruzioni del 79 d.C. e del 1631: la prima produsse nell'area una grande massa di fango, ricca di materiali vulcanici e sedimenti, che formò depositi con spessori anche superiori a 10 metri; a quella del 1631 sono invece attribuiti depositi prodotti da nubi ardenti, nubi di cenere e lahar.

La sismicità del territorio è legata sia ai terremoti dell'Appennino meridionale sia all'attività del complesso vulcanico Somma-Vesuvio. Portici ha risentito nel corso della storia di diversi terremoti, tra cui il terremoto dell'Irpinia del 1980, i cui effetti furono registrati anche nel territorio comunale.

Portici è interamente compresa nella zona rossa del Vesuvio, individuata dal Dipartimento della Protezione Civile per le aree maggiormente esposte agli effetti di una possibile eruzione, in particolare ai flussi piroclastici. Il territorio è stato interessato dagli effetti di diverse eruzioni del Vesuvio, tra cui quelle del 1631 e del 1944, durante la quale la città fu ricoperta dalle ceneri vulcaniche.

Clima Il clima di Portici è caratterizzato da temperature miti e da una marcata variabilità delle precipitazioni nel corso dell'anno. La temperatura media è di 15,70 °C, mentre la precipitazione cumulata nei giorni piovosi raggiunge 796,68 mm. Si registrano mediamente 57,87 giorni estivi e 39,03 notti tropicali all'anno, mentre i giorni con gelo sono 7,23.

Le precipitazioni possono essere intense e concentrate: si registrano mediamente 8,97 giorni all'anno con precipitazioni intense e il massimo della precipitazione giornaliera raggiunge 50,16 mm. I periodi asciutti possono protrarsi per oltre 51 giorni consecutivi. La scheda climatica comunale della Regione Campania, elaborata su dati del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (PNACC) 2024, classifica come alto il pericolo climatico legato alle precipitazioni intense e concentrate e a quelle intense e persistenti, mentre quello associato alla siccità è classificato come medio.

Origine del nome La tesi storiografica accreditata riconduce l'origine del toponimo Portici al sostantivo latino Porticus, in riferimento alle rovine delle strutture porticate di Ercolano (come quelle del Foro, del Ginnasio o del Teatro) rimaste parzialmente affioranti dopo l'eruzione del 79 d.C.

A questa spiegazione si affianca una leggenda locale che lega il territorio al portico di una presunta dimora fatta costruire intorno al 114 a.C. dal patrizio Quinto Ponzio Aquila, da cui trarrebbe origine la sigla Q.P.A. dello stemma cittadino. Secondo la tradizione, l'emblema fu ispirato dal ritrovamento, durante i lavori d'epoca borbonica a Palazzo Mascabruno, di un frammento lapideo raffigurante un'aquila che sovrasta queste tre lettere.

Documenti d'archivio dei secoli X e XI attestano invece la denominazione medievale Porticus ad castanetum ("Portici al castagneto"), a conferma della natura prevalentemente boschiva del territorio fino al Quattrocento.

Storia

Origini e periodo romano Nel periodo romano il litorale vesuviano era un'area apprezzata per la bellezza del paesaggio e il clima mite. La storia del territorio subì una svolta drammatica con la celebre eruzione del Vesuvio del 79 d.C.. La violenta esplosione del vulcano sommerse le vicine città di Ercolano e Pompei sotto una spessa coltre di ceneri, lapilli e fango. Questo imponente deposito di materiale vulcanico modificò radicalmente la linea di costa e la morfologia del terreno, creando il basamento roccioso di tufo e lava su cui, molti secoli più tardi, si sarebbe sviluppato l'abitato di Portici.

Una significativa testimonianza della continuità d'uso abitativo e funerario del territorio vesuviano ben oltre la devastazione del 79 d.C. è rappresentata da una tomba romana del II secolo d.C., rinvenuta in località "Croce del Trio" durante alcuni lavori di scavo svolti nel 1857 a circa quattro metri di profondità. La sepoltura custodeva lo scheletro della defunta con il suo corredo — composto da ampolle in vetro e da una moneta di bronzo di Faustina Minore usata come obolo — e un'iscrizione funeraria dedicata da Titus Flavius Domitus alla consorte Caerinia Restituta.

Dopo un lungo periodo di stasi, il vulcano riprese gradualmente la sua attività attorno al 472 d.C., alternando fasi di riposo a sporadici risvegli nei secoli successivi.

Si può supporre che Portici sia nata come villaggio o area di castagneti, con qualche nucleo di abitazioni nella parte più alta. Nell'anno 728 i Saraceni giunsero dalla Spagna per assediare Napoli. Dopo essere stati respinti, si ritirarono in un luogo chiamato Castagnola o Castenetur, noto anche come "locus qui vocatur Portici".

Prima del XV secolo, Portici non era un centro urbano d'importanza storica, ma un piccolissimo ed essenziale casaletto immerso in una fitta foresta di castagni e querce, luogo di pascolo e di caccia popolato da fauna selvatica (cervi, cinghiali, lepri).

Il periodo angioino e aragonese

Il passaggio da oscuro casale a feudo avvenne sotto il regno di Giovanna II di Durazzo, regina di Napoli nota alle cronache dell'epoca tanto per le complesse vicende politiche quanto per gli scandalosi favoritismi di corte. La sovrana ne cedette la castellania ad Antonio Carafa (detto Malizia o, talvolta, Carestia), concessione originata non si sa se da un'opera di valore, da un favoritismo di corte o da un servigio che le fu reso. È da respingere la tesi, basata su documenti ritenuti apocrifi, secondo cui Giovanna avrebbe venduto il feudo per la somma di milleseicento ducati, una cifra irrisoria per il valore di queste terre e di queste spiagge.

Il feudo si estendeva tra il Vesuvio e il Golfo di Napoli, comprendendo oltre al Casale di Portici, Resina, San Giorgio e Cremano (all'epoca separati), e Torre del Greco, quest'ultima sede del castello feudale. Lungo la costa, il territorio andava da "Pietrabianca" (Leucopetra), al confine con San Giovanni a Teduccio e garantiva al castellano il controllo e la tassazione su pesca e approdi. Verso l'interno, il dominio risaliva il vulcano includendo una vasta area boschiva («Porticus ad castanetum»), usata per la caccia e per lo sfruttamento di legname, risorse agricole e pascoli.

Dopo la scomparsa di Antonio Carafa, la guida della Castellania rimase saldamente nelle mani della sua famiglia. A ereditarne il ricco patrimonio fu il figlio Alfonso. La sua successione non fu solo un fatto ereditario privato, ma venne ratificata ufficialmente dal re Alfonso I d'Aragona, detto il Magnanimo, salito al trono del Regno di Napoli nel febbraio del 1435 a seguito della morte della regina Giovanna II, che lo aveva adottato.

Il dominio dei Carafa sul territorio porticese proseguì anche con la generazione successiva. Nel 1458, sotto il regno di Ferdinando I d'Aragona, la concessione del feudo fu trasferita a Carlo Carafa, conte di Rubos. In questi decenni la Castellania non rappresentava soltanto un possedimento prestigioso dal punto di vista politico, ma era soprattutto una riserva economica di enorme valore, capace di garantire entrate continue e abbondanti ai suoi signori. La prosperità di questo feudo derivava principalmente dalla straordinaria ricchezza delle sue risorse naturali. Dai pendii del Vesuvio fino alla costa si estendeva una fitta foresta, teatro di battute di caccia che fruttavano cinghiali, caprioli, lepri, volpi e ogni genere di selvaggina. Parallelamente, il litorale e le acque del territorio — nei pressi di quello che oggi è il porto del Granatello — garantivano una pesca generosa di cefali, triglie e polpi, mentre i campi interni fornivano ottimi raccolti e legname pregiato.

Nel XVI secolo il territorio costiero al confine tra Portici e San Giovanni a Teduccio fu scelto dal segretario del Regno di Napoli, l'umanista Berardino Martirano, per la costruzione della sua residenza di campagna, denominata villa Leucopetra (o Pietrabianca). La dimora, dotata di un celebre ninfeo, di giardini degradanti verso il mare e di un loggiato marmoreo, divenne un importante cenacolo culturale frequentato da intellettuali e artisti dell'epoca, tra cui Angelo di Costanzo e Luigi Tansillo. Il prestigio del sito è testimoniato inoltre dalla visita dell'imperatore Carlo V d'Asburgo: di rientro dalla spedizione di Tunisi e risalendo la Strada Regia delle Calabrie, il sovrano giunse a Portici il 22 novembre 1535. Accolto dalla nobiltà e dai baroni napoletani, sostò tre giorni presso la villa del Martirano prima di fare il suo ingresso trionfale a Napoli.

Con il passare del tempo, gli equilibri politici cambiarono. Nel 1574 la Castellania concluse la sua prima parentesi feudale con i Carafa e ritornò direttamente sotto il controllo della Real Corte. Tuttavia, verso la fine del Seicento, durante l'epoca del vicereame spagnolo, le casse della Corona si ritrovarono in grave affanno. Per raccogliere fondi immediati, il viceré Lodovico della Cerda decise di rimettere in vendita il feudo, cedendolo alla principessa di Stigliano, Maria Toledo di Velasco, vedova Carafa. Nel gennaio del 1697, per volontà di re Carlo II di Spagna, la proprietà passò infine alla baronessa Wolf di Suttemberg, contessa di Berlips.