Plauto fu uno dei più prolifici e importanti autori della letteratura latina e l'autore teatrale che più influenzò il teatro occidentale. Fu esponente del genere teatrale della palliata, ideato dall'innovatore della letteratura latina Livio Andronico. Il termine plautino, che deriva appunto da Plauto, si riferisce sia alle sue opere sia ad opere simili o influenzate da quelle di Plauto.
Biografia Varie fonti antiche chiariscono che Plauto era nativo di Sàrsina, cittadina appenninica dell'Umbria romana (oggi in Romagna): il dato è confermato da un bisticcio allusivo in Mostellaria 769-70. Plauto, come del resto quasi tutti i letterati latini di età repubblicana di cui abbiamo notizia, non era dunque di origine romana: non apparteneva però, diversamente da Livio Andronico ed Ennio, a un'area culturale italica già sotto influenza e dominio greco. Si noti anche che Plauto era con certezza un cittadino libero, non uno schiavo o un liberto: la notizia che svolgesse lavori servili presso un mulino è un'invenzione biografica, basata su un'assimilazione tra Plauto e i servi bricconi delle sue commedie, che spesso vengono minacciati di questa destinazione.
La data di morte, il 184 a.C., è sicura; la data di nascita si ricava indirettamente da una notizia di Cicerone (Cato maior 14,50), secondo cui Plauto scrisse da senex la sua commedia Pseudolus. Lo Pseudolus risulta rappresentato nel 191, e la senectus per i Romani cominciava a 60 anni. Probabile quindi una nascita fra il 255 e il 250 a.C. Le notizie che fissano la fioritura letteraria del poeta intorno al 200 quadrano bene con queste indicazioni. Dobbiamo immaginarci un'attività letteraria compresa fra il periodo della seconda guerra punica (218-201 a.C.) e gli ultimi anni di vita del poeta: la Casina allude chiaramente alla repressione dei Baccanali del 186 a.C.
La questione del nome Il nomen del poeta è tra i dati incerti. Nelle edizioni moderne fino all'Ottocento figura il nome completo Marcus Accius Plautus. Questa forma è di per sé sospetta alla luce di considerazioni storiche: i tria nomina si usano per chi è dotato di cittadinanza romana, e non sappiamo se Plauto l'abbia mai avuta. Un antichissimo codice di Plauto, il Palinsesto Ambrosiano, rinvenuto agli inizi del XIX secolo dal cardinale Angelo Mai, portò migliore luce sulla questione. Il nome completo del poeta tramandato nel Palinsesto si presenta nella più attendibile versione Titus Maccius Plautus; da Maccius, per errore di divisione delle lettere, era uscito fuori il tradizionale M. Accius (che sembrava credibile per influsso di L. Accius, il nome del celebre tragediografo). D'altra parte, il nome Maccius si presta a interessanti deduzioni. Non si tratta certo di un vero nome gentilizio e del resto non c'è ragione che Plauto ne portasse uno; si tratta invece di una derivazione da Maccus, il nome di un personaggio tipico della farsa popolare italica, l'atellana. Questa originale derivazione deve avere un legame con la personalità e l'attività di Plauto. È dunque verosimile e attraente ipotesi che il poeta teatrale umbro Titus Plotus, oltre a romanizzare in Plautus il suo cognome, si fosse dotato a Roma di un nome di battaglia, che alludeva chiaramente al mondo della scena comica, e quindi conservasse nei "tre nomi" canonici la traccia libera e irregolare del suo mestiere di commediante.
Quanto al cognomen Plauto, secondo Festo, in un lemma conservatoci integralmente dal suo epitomatore Paolo Diacono, gli sarebbe derivato da un difetto fisico, che però forse non fu suo proprio ma del capostipite della famiglia:.
Le commedie Plauto fu autore di grande prolificità ed enorme successo, sia immediato sia postumo. D'altronde il mondo della scena, per sua natura, conosce rifacimenti, interpolazioni, opere spurie; sembra che nel corso del II secolo circolassero qualcosa come centotrenta commedie legate al nome di Plauto: non sappiamo quante fossero autentiche, e la cosa era già allora oggetto di viva discussione; infatti molti capocomici avevano usato in antichità il nome di Plauto per firmare le loro commedie, siccome pareva una garanzia di successo.
Nello stesso periodo, verso la metà del II secolo, cominciò un'attività che possiamo definire editoriale, e che ha grande importanza per il destino del testo di Plauto. Di Plauto furono condotte vere "edizioni" ispirate ai criteri della filologia alessandrina. Benefici effetti di questa attività si risentono nei manoscritti pervenuti sino a noi: le commedie furono dotate di didascalie e sigle dei personaggi; i versi scenici di Plauto furono impaginati da competenti in modo che ne fosse riconoscibile la natura; e questo in un periodo che ancora aveva dirette e buone informazioni in materia.
La fase critica nella trasmissione del corpus dell'opera plautina fu segnata dall'intervento di Marco Terenzio Varrone, il quale, nel De comoediis Plautinis, ritagliò nell'imponente corpus un certo numero di commedie (ventuno, quelle giunte sino a noi) sulla cui autenticità c'era generale consenso. Queste erano opere da Varrone accettate come totalmente e sicuramente genuine. Molte altre commedie - fra cui alcune che Varrone stesso riteneva plautine, ma che non aggregò al gruppo delle "ventuno" perché il giudizio era più oscillante - continuarono a essere rappresentate e lette nell'antica Roma. Noi ne abbiamo solo titoli, e brevissimi frammenti, citazioni di tradizione indiretta: questi testi andarono perduti nella tarda antichità, fra il III e il IV secolo d.C., mentre la scelta delle "ventuno" si perpetuava nella tradizione manoscritta, sino ad essere integralmente recuperata nel periodo umanistico.
La cronologia delle singole commedie ha qualche punto fermo: lo Stichus fu messo in scena la prima volta nel 200, lo Pseudolus nel 191, e la Casina, come si è detto, presuppone avvenimenti del 186. Per il resto, alcune commedie presentano allusioni storiche che hanno suggerito ipotesi di datazione troppo sottili e controverse.
Uno sguardo cursorio agli intrecci delle venti commedie pervenuteci integre (la Vidularia, messa in ultima posizione da Varrone, fu oggetto di danneggiamenti nel corso della trasmissione manoscritta: ne abbiamo infatti solo frammenti) è senz'altro opportuno, anche se può suggerire una prima impressione assai parziale e anche fuorviante. Per unanime riconoscimento, la grande forza di Plauto sta nel comico che nasce dalle singole situazioni, prese a sé una dopo l'altra, e dalla creatività verbale che ogni nuova situazione sa sprigionare. Ma solo una lettura diretta può restituire un'impressione adeguata di tutto ciò: e se l'arte comica di Plauto sfugge per sua natura a formule troppo chiuse, una maggiore sistematicità nasce proprio dalla considerazione degli intrecci, nelle loro più elementari linee costruttive.
Nelle commedie plautine c'è spesso un intreccio molto prevedibile: un litigio tra due personaggi per del denaro, una donna oppure per qualcosa di prezioso. L'antagonista è solitamente un vecchio avaro, oppure un vecchio innamorato (definito come "Senex libidinosus"), o un lenone (leno) oppure ancora il soldato spaccone (miles gloriosus). A sistemare la situazione c'è sempre il giovane protagonista, spesso innamorato, aiutato dal servus callidus.
Plauto ha però un messaggio alquanto pessimistico. Infatti, nella sua Asinaria, viene pronunciato un verso (o locuzione) sulla natura dell'uomo; Homo homini lupus, ossia "l'uomo è lupo per l'uomo", affermando così che l'uomo in tante situazioni si comporta in maniera da far prevalere il proprio egoismo; questa è una metafora vera e propria del "lupo", che è pronto a sbranare colui che è più debole.
Le singole commedie Amphitruo (Anfitrione) - Giove arriva a Tebe per conquistare la bella Alcmena, mentre il marito è assente perché occupato in guerra. Il dio impersona Anfitrione, signore della città; aiutato dall'astuto Mercurio, Giove approfitta dell'assenza di Anfitrione, che è in guerra, per entrare nel letto della moglie ignara. Mercurio intanto impersona Sosia, il servo di Anfitrione. Ma improvvisamente tornano a casa i due personaggi "sdoppiati": dopo una brillante serie di equivoci e il parto di Alcmena, Anfitrione si placa, onorato di aver avuto per rivale un dio. La commedia occupa un posto particolare nel teatro di Plauto, perché è l'unica a soggetto mitologico. Asinaria (La commedia degli asini) - Macchinazioni di un giovane per riscattare la sua bella, una cortigiana. L'impresa ha successo, grazie all'aiuto di furbi servitori e anche (cosa assai rara in questo tipo di intrecci) grazie alla complicità del padre dell'innamorato. Nasce poi una rivalità amorosa tra padre e figlio che si risolve, secondo logica, con il prevalere finale del giovane. Aulularia (La commedia della pentola) - La pentola, che è piena d'oro, è stata nascosta dal vecchio Euclione, che ha un terrore ossessivo di esserne derubato. Tra molte inutili ansie dell'avaro, la pentola finisce davvero per sparire; nel frattempo sua figlia, che aspetta un bambino da un giovane innamorato di lei, viene promessa in sposa a un vecchio scapolo, zio del giovane, che però è disposto a fare un passo indietro. Bacchides - Il plurale del titolo disegna due sorelle, probabilmente gemelle e cortigiane. L'intrigo ha uno sviluppo complesso e un ritmo indiavolato: la normale situazione di "conquista" della donna viene qui non solo raddoppiata (si hanno due giovani innamorati, con duplice problema finanziario, ecc.) ma anche perturbata da equivoci sull'identità delle concupite. Il modello di questa commedia era il Dis exapatòn (Il doppio inganno) di Menandro: il recente ritrovamento di parte dell'originale greco permette finalmente, almeno in un caso, un confronto diretto fra Plauto e i suoi modelli greci. Captivi (I prigionieri) - L'unica commedia senza vicende amorose: un vecchio ha perduto due figli: uno gli fu rapito ancora bambino; l'altro, Filopolemo, è stato fatto prigioniero in guerra dagli Elei. Il vecchio si procura due schiavi di guerra Elei, per tentare uno scambio: alla fine non solo ottiene indietro Filopolemo, ma scopre che uno dei prigionieri Elei in sua mano è addirittura l'altro figlio, Tindaro, da tempo perduto. La commedia si distingue in tutto il panorama plautino per la smorzatura dei toni comici e per gli spunti di umanità malinconica - si noterà subito che qui è assente, eccezionalmente, qualsiasi intrigo a sfondo erotico. Per questo ha goduto di una sua autonoma fortuna, anche in periodi di svalutazione della triviale comicità plautina. Casina (La ragazza che profuma di cannella) - Un vecchio e suo figlio desiderano una trovatella che hanno in casa; escogitano perciò due trame parallele: ognuno vuole farla sposare ad un proprio "uomo di paglia". Scelgono rispettivamente un fattore e uno scudiero; quando, in seguito a un sorteggio, la Casina viene assegnata al fattore, la madre del giovane con l'aiuto della vicina traveste lo scudiero da Casina. Il vecchio immorale (che naturalmente è sposato) così viene raggirato e trova nel suo letto un maschio invece che l'agognata Casina. Casina, si scopre infine, è una fanciulla di libera nascita, e può quindi regolarmente sposare il suo giovane pretendente. Cistellaria (La commedia della cesta) - Un giovane vorrebbe sposare una fanciulla di nascita illegittima, mentre il padre gliene destina un'altra, di legittimi natali. Il caso vanifica poi ogni ostacolo, rivelando la vera e regolare identità della fanciulla desiderata, e permettendo giuste nozze.