La deonomastica è lo studio dei nomi comuni, delle espressioni (come i modi di dire) o delle formazioni univerbate che originano dai nomi propri, anche attraverso meccanismi di derivazione.Livio Gaeta, Deonomastici, in Enciclopedia dell'Italiano, a cura di Raffaele Simone, con la collaborazione di Gaetano Berruto e Paolo D’Achille, Enciclopedia dell’italiano, vol. 1, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana G. Treccani, 2010, pp. 351-353, anche all’url: https://www.treccani.it/enciclopedia/deonomastici_%28Enciclopedia-dell%27Italiano%29/ (22-03-2021). Tali nomi sono detti deonomastici (o anche deonimici).Wolfgang Schweickard, , Enciclopedia dell'Italiano (2010), Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani. Nell'ambito della disciplina i deonimici si definiscono poi "deantroponimici" se derivati da nomi di persona e "detoponimici" se da nomi di luogo; con "eponimo" si indica il nome proprio originario.

Di alcune di queste espressioni si sono perse le origini.

Il primo studio sistematico sull'argomento è un saggio di Bruno Migliorini pubblicato nel 1927Bruno Migliorini, Dal nome proprio al nome comune. Studi semantici sul mutamento dei nomi propri di persona in nomi comuni negl’idiomi romanzi, Firenze, Olschki, 1968 (rist. anast. dell’ediz. 1927 con un supplemento)., che rimane ancor oggi un punto di riferimento per la materia.

Il termine deonomastica è stato introdotto da Enzo La Stella nel 1982, nell'articolo «Deonomastica: lo studio dei vocaboli derivati da nomi propri», pubblicato sulla rivista Le lingue del mondo.Eva Büchi, Contribution à l'étude des déonomastiques galloromans : Index des éponymes dans le FEW.

Esempi Per la lingua italiana, possono essere citati, ad esempio, ai tempi che Berta filava (per riferirsi a un remoto passato), fuoco di sant'Antonio (antico nome dell'herpes zoster), l'espressione d'Egitto da aggiungere ad altri elementi per esprimere perplessità, incredulità o biasimo (Ma che riforme d'Egitto!), a bagnomaria (espressione che indica una cottura indiretta, immergendo un recipiente in acqua bollente), mentre la fama di Perpetua, personaggio dei Promessi sposi (1827-1842) di Alessandro Manzoni, ha fatto sì che il nome proprio Perpetua divenisse il nome comune delle domestiche dei sacerdoti (era questo infatti il ruolo del personaggio), venendo quindi attuato il processo di appellativizzazione. Il sostantivo paparazzo deriva invece dal film La dolce vita di Fellini (1960), nel quale un personaggio che esercita la professione di fotografo d'assalto fa Paparazzo di cognome.

La trasformazione deonomastica I deonimici si possono formare in seguito a un processo morfologico o semantico. Nel primo caso si costituiscono tramite suffissazione, risultando peraltro molto interessanti in quanto i suffissi coinvolti nel processo sono diversi rispetto a quelli utilizzati per i nomi comuniChristian Seidl, Deantroponimici, in La formazione delle parole in italiano, a cura di Maria Grossmann e Franz Rainer, Tübingen, Max Niemeyer Verlag, 2004, pp. 409-419.. Nel secondo caso, i derivati subiscono dei processi di trasformazione semantica (chiamati anche processi di "banalizzazione"Cfr. La Stella, Deonomastica.), che li portano a essere inseriti nel lessico comune. Possiamo codificare questo secondo fenomeno in tre sotto-processi specifici: traslazione; nominazione e personificazione; spostamento di significato.

Traslazione La traslazione è un processo semantico che, attraverso alcuni meccanismi retorici, "trasferisce" il significato dell'eponimo, facendolo diventare un nome comune.

Il meccanismo retorico più diffuso è quello dell'antonomasia (per alcuni da intendere più correttamente come metafora, in quanto similitudine implicitaEnzo La Stella, Dizionario storico di deonomastica. Vocaboli derivati da nomi propri, con le corrispondenti forme francesi, inglesi, spagnole e tedesche, Firenze, Olschki, 1984, p. 7.), per cui un nome proprio, di un personaggio o di un luogo, viene posto come prototipo di una determinata caratteristica. Le metafore possono essere bivalenti o monovalentiCfr. Migliorini, Dal nome proprio al nome comune, pp. 98-99.: le prime sono fondate su nomi che sono ancora sentiti come propri (cicerone, figaro); nelle seconde invece il legame con l'eponimo non è di immediata e comune ricezione, cosicché la metafora generalmente non viene colta, es. sosia dal personaggio dellAnfitrione di Plauto; paparazzo, dal personaggio de La dolce vita di Fellini.

Il secondo meccanismo è quello della metonimia, per cui il deonimico nasce da un elemento che è in un rapporto di dipendenza dal nome proprio. In questo modo sono nati termini come calepino (da Ambrogio Calepio, autore nel 1502 di un dizionario di latino, per indicare non una persona erudita, ma un vocabolario, o, più generalmente, un libro spesso e vecchio) e cravatta (dalla vistosa sciarpa che indossavano i cavalleggeri croati di Luigi XV).

Questi mezzi retorici possono occasionalmente essere integrati dall'ellissi, in cui una o più parole vengono omesse al fine di ridurre il deonimico a un solo termine, quello derivante dal nome proprio, come 'Diesel' da 'motore Diesel'.

Il processo di deonomastica non è né sistematico né regolare: la derivazione è sempre occasionale e individuale; la fortuna del deonimico nella lingua è legata alle esigenze comunicative di una comunità in un dato momento storico.

Determinate caratteristiche, come la notorietà dell'eponimo e il fonosimbolismo (inteso qui come richiamo onomatopeico) di alcuni deonimici, sembrano tuttavia aumentare le possibilità di ricezione degli stessi nella lingua comune. Il fonosimbolismo, in particolare, può determinare (o rafforzare) una sopravvivenza variamente ricondotta dal parlante al referente originario: è il caso dei cosiddetti "nomi parlanti"Gianluca D’Acunti, I nomi di persona, in Storia della lingua italiana, a cura di Luca Serianni e Pietro Trifone, Torino, Einaudi, 3 voll., 1994, 2° vol., p. 852., quali 'cicerone' (metafora bivalente legata a Marco Tullio Cicerone, il più noto oratore dell'antichità, ma anche evidente richiamo fonico al 'parlare') e 'cecchino' (metafora monovalente proveniente dal nome dell'imperatore Francesco Giuseppe, ma anche allusione al suono del proiettile)Cfr. Migliorini, Dal nome proprio al nome comune, p. 283..

Nominazioni e personificazioni È stato Bruno MiglioriniIbid. ad aver individuato questo secondo procedimento di formazione deonomastica, il quale si differenzia dalla traslazione in quanto il deonimico non indica un individuo, ma una categoria di persone (nominazione) oppure oggetti, piante, animali (personificazione).

La nominazione avviene quando il nome proprio viene utilizzato come nomignolo per indicare una qualità dell'individuo: in altre parole, si dà a quel nome, insieme con il suo valore di etichetta, un valore concettualeIbid., p. 205.. Un esempio è quello di bartulott (forma dialettale lombarda, diminutivo di Bartolomeo) il cui nome, estremamente diffuso nell'area lombarda, ha finito per indicare uno sciocco, divenendo sinonimo stesso di ‘sciocco': in questo caso possiamo parlare di nominazione perché la categoria degli ‘sciocchi' è stata nominata bartulott. Viceversa, se confrontiamo un illustre oratore con Demostene, dicendo che quell'oratore è un demostene, non vogliamo dargli il nome di Demostene, né nominare la categoria degli oratori con demostene, ma fare un paragone; parleremo in questo caso di traslazione.

La personificazione invece è un procedimento linguistico che, con caratteri principalmente affettivi o ironici, impone il nome di una persona a oggetti, piante, animali, cibi, fiori, giochi, ecc. Alcuni esempi sono: machiavelli per indicare un gioco di carteGrande dizionario italiano dell’uso, diretto da Tullio De Mauro, Torino, UTET, 1999-2000, 6 voll, Vol. 3. o, nel gergo della malavita, nomi propri generici come toni per indicare il grimaldelloErnesto Ferrero, I gerghi della malavita dal ‘500 ad oggi, Milano, Mondadori, 1972, p. 301., a sua volta una personificazione del nome GrimaldoDizionario etimologico della lingua italiana, diretto da Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Bologna, Zanichelli, 1979-1988, 5 voll, Vol. 2..

Migliorini individua una classificazione di quattro categorie di nominazione e personificazione che, nonostante alcuni nodi concettualiInfatti come afferma D'Acunti, cfr. I nomi di persona, p. 855, le nominazioni allusive (Tipo A), poiché presuppongono un processo di tipizzazione, tendono a confondersi con le antonomasie: la differenza tra il traslato antonomastico e la nominazione allusiva è, nei fatti, puramente concettuale e pressoché indistinguibile. È il caso del già citato cicerone: seguendo il ragionamento di Migliorini è considerabile a pieno titolo una nominazione allusiva (o anche del Tipo C) in quanto nomina una categoria di persone, ma Migliorini stesso lo riporta tra i traslati perché il deonimico si è formato tramite antonomasia. Altre volte il distinguo è ancora più difficile fino a diventare quasi impossibile, come ad es. il lombardo sabéta ‘donna pettegola’, la cui allusione è alla visita durata tre mesi di Maria Vergine a Maria Elisabetta: Migliorini lo riporta tra le nominazioni allusive, ma è anche una metafora (seppur monovalente)., risulta la più soddisfacente tra quelle proposte sino a ora:

Tipo A: nominazioni e personificazioni suggerite da allusione, ad es. lorenza per ‘graticola'; l'allusione è al martirio di San Lorenzo. Tipo B: nominazioni e personificazioni suggerite da evocazioni di gruppo, ad es. il già citato bartulott ‘sciocco'; la nominazione in questo caso deriva dall'estrema diffusione del nome. Tipo C: nominazioni e personificazioni suggerite da simbolismo fonetico, ad es. cecca (gazza), che ricorda il verso dell'uccello. Tipo D: nominazioni e personificazioni suggerite da trasparenza fonetica (incroci, etimologie popolari), ad es. lo scherzoso Calvino per indicare una persona calva.

Tale classificazione codifica, tra le altre, le nominazioni suggerite da evocazioni di gruppo, che in altri studi, seppur più recenti, sono ignorateAd esempio non sono mai citate da Enzo La Stella nei suoi studi, cfr. La Stella, Deonomastica e Dizionario storico di deonomastica. e che sarebbero di difficile spiegazione: non è, infatti, possibile classificarle come traslati in quanto prive di un eponimo definito.

Spostamenti di significato Un terzo procedimento di formazione deonimica, assai più raro, è quello dello spostamento di significato, ovvero il caso dei mutamenti semantici che vanno correlati a un mutamento di concetto (o d'oggetti)Cfr. Migliorini, Dal nome proprio al nome comune, p. 310.. Un esempio costituito dal latino orcus ‘regno dei morti', ma anche ‘divinità dei morti': quest'accezione personale, frequente già presso gli antichiAd esempio Cicerone, Verrinae, II, 4, 111: "Hic dolor erat tantus ut Verres alter Orcus venisse Hennam […] videtur"; Plauto, Mostellaria, II, 2: "nam me Acheruntem recipere Orcus noluit"; Petronio, LXII: "Erat autem miles, fortis tamquam Orcus"., si trasforma con il cristianesimo fino a diventare il ‘mostro antropofago' e, in alcune regioni italiane come la Lombardia e la Liguria, orco assume anche il significato di ‘triste' e ‘sciocco'Cfr. Migliorini, Dal nome proprio al nome comune, p. 314..

I deonimici nei dizionari