Il giglio nel campo e l'uccello nel cieloQuesta voce di Wikipedia è basata sull'edizione italiana de Il giglio nel campo e l'uccello nel cielo,trad. e introduzione di Ettore Rocca, Donzelli Editore, Roma 1998 ISBN 88-7989-389-0 ISBN 978-88-6036-636-8 che incorpora oltre l'opera principale anche Tre discorsi per la comunione del venerdì (Il sommo sacerdote - Il pubblicano - La peccatrice); Un discorso edificante; Due discorsi per la comunione del venerdì (in danese Lilen paa Marken og Fuglen under Himlen), è una delle opere del filosofo danese Søren Kierkegaard composta da tre discorsi di devozione. L'opera rientra nell'ultimo periodo dell'attività letteraria del filosofo, fu pubblicata il 14 maggio 1849 con il proprio nome e senza pseudonimi usati in opere precedenti. Le due partizioni in cui si possono dividere gli scritti di Kierkegaard riguardano infatti: le opere firmate con pseudonimi come Victor Eremita, Johannes de Silentio, Constantin Constantius e Nicolaus Notabene e le opere firmate con il proprio nome, Il giglio nel campo e l'uccello nel cielo appartiene appunto a questo secondo gruppo, rientrando nel genere dei "discorsi edificanti". Un genere, quello della letteratura di edificazione, che aveva avuto i suoi precursori nelle opere di Bernardo di Chiaravalle e Bonaventura da Bagnoregio.cfr. Ettore Rocca, Introduzione, in Il giglio nel campo e l'uccello del cielo. Discorsi 1849-1851, Donzelli Editore, Roma 1998, p. 8. ISBN 88-7989-389-0.. L'edizione italiana della Donzelli Editore, su cui si basa questa recensione, è titolata Il giglio nel campo e l'uccello nel cielo - Discorsi 1849-1851, infatti oltre l'opera principale, contiene sei discorsi (che qui recensiamo) che rientrano nel genere della letteratura di edificazione pubblicati (con l'opera principale) nel periodo 1849-1851.
Il titolo fa esplicito riferimento alle parole di Gesù nel Sermone del Monte, contenute nel capitolo 6 del Vangelo di Matteo. Ad avviso di alcuni critici si tratta di «scritti di rara bellezza» che rientrando nella categoria di quelli "edificanti", rappresentano «una via d'uscita dalla disperazione del vivere», una «cura dell'anima». Questa opera kierkegaardiana è importante anche per una seconda ragione: rappresenta l'inizio di un "Kierkegaard diverso". A partire da questa opera, infatti, «quello che ne viene fuori è un «altro» Kierkegaard, ma non un Kierkegaard minore, bensì, un Kierkegaard a partire dal quale bisognerà rileggere la sua intera opera»Quarta di copertina, in Il giglio nel campo e l'uccello del cielo, cit.. Kierkegaard stesso sottolineando la differenza sostanziale fra i suoi due generi di scritti disse: «Offro gli scritti pseudonimi con la mano sinistra, gli scritti religiosi con la mano destra». A parte comunque il significato prevalentemente religioso, i critici intravedono nella letteratura edificante di Kierkegaard (Il giglio nel campo e l'uccello nel cielo compreso), un modo di riproporre la filosofia. Una filosofia che «torna alle sue origini» visto proprio che secondo Socrate, di cui Kierkegaard era grande estimatore, il fine della filosofia doveva essere, appunto, «la cura dell'anima». «Una filosofia, che non vuole decostruire, ma «edificare», ossia tentare di costruire una casa senza sofferenze, o almeno con minor sofferenza»
Riassunto dell'opera
Tre discorsi di devozione I parte: «Guardate gli uccelli del cielo; osservate il giglio nel campo» «[...] Il Vangelo osa ordinare al poeta: tu devi essere come l'uccello. E il Vangelo è serio a tal punto che l'invenzione più irresistibile del poeta non lo muove al sorriso». Come un bambino non osa chiedere, né discutere mai la ragione di un comando ricevuto, il tu devi rivolto al poeta (adulto), anche se appare impossibile nella sua realizzazione visto che nessuno umano può essere mai simile a un uccello, non va messo in discussione, cerchiamo quindi di intravedere il significato di questo comando di Gesù.
«Potessi essere come un uccello, come il libero uccello che per la voglia di viaggiare vola molto, molto lontano sopra il mare e la terra, così vicino al cielo, verso paesi remoti, remoti [...]»
«Potessi essere un uccello, potessi essere come un uccello, che più leggero di ogni peso terrestre si solleva nell'aria, più leggero dell'aria [...]»
Con una serie di «potessi essere come un uccello», Kierkegaard fa un contrasto fra la sua esistenza "coatta", legata agli affanni quatidiani e alle sofferenze e la libertà di azione del 'libero uccello'.
Il Vangelo esaltando la felicità dell'uccello e del giglio, ad avviso del filosofo, è quasi crudele. «Non posso comprendere il Vangelo; c'è una differenza di linguaggio tra noi che mi ammazzerebbe, se la comprendessi». I gigli e gli uccelli sono più vicini all'esistenza di un bambino «innocente e gioioso» che a chi come lui (Kierkegaard) è «diventato presto vecchio, colpevole ed afflitto!». Eppure è strano, «Si dice giustamente che il poeta è un bambino. E tuttavia il poeta non può intendersi con il Vangelo. Perché a fondamento della vita del poeta c'è proprio il disperare di poter diventare ciò che si desidera; e questa disperazione genera il desiderio»
Il bambino non riflette sul comando ricevuto da chi lo ammaestra, ragion per cui siccome è da considerarsi seria l'indicazione ricevuta dal Vangelo, il giglio e l'uccello sono per noi maestri. E in cosa l'uccello e il giglio possono essere maestri?
«Il silenzio, impariamo a tacere»
La cosa che ci distingue dagli animali come da un uccello e ancor più dal giglio è il linguaggio, il parlare. Ma se parlare è un vantaggio, il tacere, rileva Kierkegaard, è un'arte di non poco conto. Proprio perché l'uomo sa parlare, il saper poi tacere dovrebbe essere un'arte da imparare e da tenere sotto controllo. Questo si può imparare «dai silenziosi maestri: il giglio e l'uccello»
«Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia»
Kierkegaard si domanda: Ma che vuol dire effettivamente questa esortazione di Gesù? Che deve fare lui per mettere in pratica quella esortazione? Quale è «quella tensione di cui si possa dire che cerca, che aspira al regno di Dio?». Cercare il regno di Dio significa forse che deve dare le proprie sostante ai poveri? No, tu devi cercare prima il regno di Dio. Significa allora uscire e annunciare la mondo questo insegnamento? Ancora no! tu devi cercare prima il regno di Dio.
Ma allora si chiede Kierkegaard, non deve fare praticamente nulla. «Sì, proprio così, in un certo senso è nulla; tu devi rendere te stesso nulla nel senso più profondo, diventare nulla davanti a Dio, imparare a tacere. In questo silenzio sta quell'inizio che è: cercare prima il regno di Dio». Kierkegaard fa rilevare che se per "prima" bisogna cercare il regno, il Vangelo fa intendere «che c'è dell'altro da cercare»Il giglio nel campo e l'uccello del cielo, cit., p. 44., il che è vero, cercare il regno di Dio non è la sola cosa da cercare. È però innegabile che di fatto si può cercare il regno di Dio «solo se lo si ricerca per primo». L'inizio è proprio l'arte di diventare, nel senso più profondo, silenziosi di fronte a Dio. «Infatti come il timore di Dio è l'inizio della saggezzaSta citando Proverbi ., così il silenzio è l'inizio del timore di Dio. E come il timore di Dio è più dell'inizio della saggezza, è «saggezza», così il silenzio è più dell'inizio del timore di Dio, è «timore di Dio». Guarda la formica e diventa saggio dice SalomoneSta citando Proverbi ., va dall'uccello e dal giglio e impara il silenzio, dice il Vangelo». Questo silenzio implica, ad avviso del filosofo, la preghiera a Dio, preghiera necessaria per raggiungere la «giusta intimità» con Lui.
La conclusione interpretativa del "cercare prima il regno di Dio" è secondo Kierkegaard, questa: «Cercare prima il regno di Dio, cioè, diventa come il giglio e l'uccello, cioè, diventa del tutto silenzioso davanti a Dio; così il resto vi sarà dato in sovrappiù».
II parte: «Nessuno può servire due padroni; infatti o odierà l'uno e amerà l'altro, o si legherà all'uno e disprezzerà l'altro» Rivolgendosi al "Mio ascoltatore" Kierkegaard rileva (alludendo a quanto aveva scritto nel suo Enten-Eller): «Tu sai che nel mondo si parla spesso di aut-aut; e questo aut-aut suscita grande scalpore, tiene occupate nei modi più diversi persone diverse, nella speranza, nel timore, nell'alacre attività, nell'ansiosa inattività, e via dicendo. Sai anche che in questo stesso mondo si è detto che non esiste alcun aut-aut (allusione ironica all'hegelismo)Il giglio nel campo e l'uccello del cielo, cit., p. 47., e questa sapienza a sua volta ha destato lo stesso scalpore del più significativo aut-aut. Ma qui fuori, nel silenzio presso il giglio e l'uccello, c'è forse qualche dubbio sull'esistenza di un aut-aut (che implica una scelta ovvero l'enten-eller danese: o - o, o questo o quello)? O forse c'è qualche dubbio sulla natura di questo aut-aut? O c'è qualche dubbio che questo aut-aut non sia nel senso più profondo, l'unico aut-aut?»
No, infatti (Kierkegaard sta parlando di questo: «Nessuno può servire due padroni») c'è un innegabile aut-aut: «O Dio, o....» dove il resto può essere qualsiasi altra cosa un uomo scelga è indifferente, un uomo che non sceglie Dio si lascia sfuggire l'aut-aut.
«Dunque nel silenzio presso il giglio e l'uccello c'è un aut-aut, o Dio... e va inteso così: o amare Dio oppure odiarlo, o legarsi a lui oppure disprezzarlo.» Ma che significa allora questo aut-aut che di fatto è una "richiesta". Cosa richiede Dio da noi?
La risposta è: «Richiede obbedienza, incondizionata obbedienza; se non sei obbediente in tutto incondizionatamente, non lo ami, e se non lo ami lo odi; se non sei obbediente in tutto incondizionatamente, non ti leghi a lui; oppure, se non ti leghi a lui incondizionatamente e in ogni cosa, non ti leghi a lui, e se non ti leghi a lui lo disprezzi». Ad avviso del filosofo questa ubbidienza incondizionata la si può imparare proprio dal giglio e dall'uccello, definiti «gli obbedienti maestri» senza che ci sia nessuna contraddizione. Infatti l'obbediente in genere non è un maestro, ma un discepolo, qui invece gli "obbedienti" sono maestri. Chiunque diventi obbediente come il giglio e l'uccello a sua volta è maestro e può insegnare l'obbedienza proprio perché si è un esempio vivente di obbedienza.
L'obbedienza
Incondizionata obbedienza. Nella natura tutto, comprese la vita dell'uccello e il fiorire e il morire del giglio, è evidente, ad avviso di Kierkegaard, l'incondizionamento. Tale incondizionamento manca invece nella maggioranza degli uomini, abituati a usare «la mezza misura» e che credono che una piccola disobbedienza non sia poi assoluta disobbedienza, che la minima disobbedienza non sia poi davvero «disprezzare Dio» e che non sia ancora disprezzare Dio se uno dividendosi, serve qualcos'altro o qualcun altro.
Ma è possibile servire Dio senza essere incondizionatamente da lui plasmati? No, anche per gli effetti che produce: «[...] il condizionato è in sé stesso insicurezza» mentre l'incondizionato è vera sicurezza. «Infatti il giglio e l'uccello sono incondizionatamente obbidienti a Dio, sono così semplici o così sublimi nell'obbedienza che credono che tutto quello che succede sia incondizionatamente volontà di Dio, e non hanno altro compito al mondo che o fare la volontà di Dio con incondizionata obbedienza, oppure accettare la volontà di Dio con incondizionata obbedienza». Fu proprio il peccato dell'uomo a turbare la bellezza del mondo intero dove tutto prima era buono. Infatti il voler servire un altro padrone o voler servire due o più padroni ha portato una frattura in un mondo prima unito e che serviva Dio incondizionatamente.
III parte: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non ammassano nei granai», liberi dalla preoccupazione del domani. «Osservate l'erba del campo, che oggi è»
La gioia