Briciole filosofiche, in danese Philosophiske Smuler eller En Smule Philosophi, è una delle principali opere del filosofo danese Søren Kierkegaard firmata con lo pseudonimo Johannes Climacus. Il titolo completo dell'opera in italiano è: Briciole filosofiche, cioè una filosofia in briciole (o come traducono altri autori: Briciole filosofiche ovvero Un poco di filosofia), titolo volutamente polemico contro il "sistema" idealistico della filosofia di Hegel. Come fa notare infatti il docente e filosofo italiano Umberto Regina «I due termini semplicemente accostati stanno a dire che se anche la quantità è poca, la qualità è tutto: è filosofia, appunto. Kierkegaard si sottrae alla logica dell'identità per valorizzare il pensiero della differenza». Il titolo pensato in origine da Kierkegaard doveva essere Presupposti apologetici della dogmatica, cioè approssimazioni del pensiero alla fede. Ad avviso di alcuni filosofi, l'opera si colloca fra la filosofia della verità e la teologia della salvezzaIl docente e filosofo, Salvatore Spera nei commenti alla quarta di copertina di Briciole filosofiche, a cura di Salvatore Spera, Queriniana, Brescia 1987, 2004 (quarta edizione), ISBN 88-399-0669-X. Come asserisce il filosofo italiano Salvatore Spera, studioso del filosofo danese, con questa opera Kierkegaard pone l'uomo, con un'ipotesi provocatoria, «di fronte alla drammatica possibilità di accettare o rifiutare il mistero salvifico, la trasparenza (autopsia) della fede o la disperazione»Quarta di copertina di Søren Kierkegaard, op. cit..

Struttura dell'opera L'opera, a parte una prefazione, è strutturata in cinque principali capitoli con alcuni appendici ed interludi. A chiusura dell'opera, poche righe, in cui il filosofo riassume la Morale dell'opera. Prefazione I. Progetto ideale II. Dio come maestro e salvatore (un esperimento poetico) III. Il paradosso assoluto (un capitolo metafisico) Appendice: Lo scandalo del paradosso (una illusione acustica) IV. La situazione del discepolo contemporaneo Interludio: Il passato è più necessario del futuro? Appendice: Applicazione V. Il discepolo di seconda mano

Riassunto dell'opera Prefazione

Una prefazione, quella di Kierkegaard, molto ironica contro la filosofia di Hegel: citandoBriciole di filosofia, ed. cit., p. 33. il Bellum Iugurthinum dello storico e politico romano Gaio Sallustio Crispo, Kierkegaard asserisce nella sua prefazione che con il saggio che si accinge a scrivere (Briciole filosofiche), non si metterà a servire il sistema come Sallustio. Quello che sta per scrivere infatti è soltanto «un saggio proprio Marte, proprio auspiciis, proprio stipendioDi mia iniziativa, con i miei mezzi, a mie spese», quindi libero da condizionamenti. Fra tanta gente indaffarata, lui vuole assomigliare a Diogene di Sinope che pur di far qualcosa, quando la città di Corinto era sotto assedio, mentre altri preparavano armi e fortificavano le mura, lui agitava «il suo berretto avanti ed indietro per le strade». E così come a nessuno poteva mai venire in mente di considerare Diogene un salvatore o benefattore della città, a nessuno sarebbe venuto in mente di dare al suo saggio «un significato universale» o di ritenere il suo autore (ovvero Kierkegaard stesso) nella città di Copenaghen l'atteso sistematico Salomon GoldkabQui Kierkegaard cita l'opera di Johan Ludvig Heiberg, Re Salomone e il cappellaio Giorgio.

Kierkegaard scrive: «la mania urlante di una superiore pazzia, il cui sinonimo è l'urlo convulso, e le parole sono: era, epoca, era ed epoca, epoca ed era, sistema [...] mentre il concetto come un giocoliere in questo tempo di fiera ogni momento deve saltare come un cane addestrato: finché non salta l'uomoLa nota del filosofo Spera spiega: È il concetto che 'salta' nel suo contrario e poiché le regole del pensiero sono per Hegel identiche alle regole dell'essere è l'uomo, finalmente, dice Kierkegaard, a essere 'saltato'». Ma il suo saggio, si augura il filosofo, sarà ben lungi da una situazione simile, un tale «rumoroso fanfarone» non dovrebbe distogliere il suo lettore dall'osservare se nel suo saggio ci sia qualcosa di utile di cui può servirsi. Il suo saggio non è annunciato da rulli di tamburi e «il suo autore è il meno di tutti incline a suonare l'allarme». Qual è invece la sua opinione (ovvero quella di Kierkegaard stesso) sul saggio? Nessuno la chiede lamenta il filosofo, ma è questa: Lui che è stato formato e si forma per essere sempre in grado «di danzare leggero al servizio del pensiero, per quanto possibile a gloria di Dio e per il mio piacere personale, rinunciando alla felicità domestica, alla rispettabilità civile, alla communio bonorum (comunione dei beni) e alla condivisione del piacere di avere un'opinione». Riceverà una ricompensa per questo? Kierkegaraad è certo di una cosa, se ricompensa meriterà, la riceverà senza dubbio:

Inoltre, vuole forse creare una "corrente di pensiero" con questo saggio? Assolutamente no! Kierkegaard spiega: «se qualcuno volesse essere così gentile da ritenere che io ho un'opinione, [...] fino ad assumere questa opinione perché mia, mi spiace per la sua cortesia, perché la rivolge ad un oggetto che non se lo merita e per la sua opinione, se non ne ha una diversa dalla mia: io posso giocare la mia vita, posso scherzare con tutta serietà con la mia vita, ma non con quella di un altro [...] non ho un insegnamento da offrire. Non ho che la mia vita e la impegno subito, ogni volta che una difficoltà si presenta. Allora la danza è facile perché il pensiero della morte è un bravo ballerino; il mio ballerino, gli uomini sono per me troppo pesanti. Perciò, vi prego, per deos obsecro nessuno venga ad invitarmi a ballare perché io non ballo»

Proposizione Capitolo I - Progetto ideale

A

Un problema socratico è stato: «Fino a che punto si può insegnare la verità? [...] fino a che punto si può insegnare la virtù? Perché la virtù, a sua volta, è determinata come intelligenza (cfr. Protagora (dialogo), Gorgia (dialogo), Menone (dialogo), Eutidemo (dialogo))»

«Se la verità può essere insegnata, bisogna presupporre che non esiste, e quindi se deve essere insegnata, bisogna cercarla.» La difficoltà sulla quale lo stesso Socrate si espresse consisteva proprio in questo: «È impossibile che un uomo possa cercare quello che sa, e allo stesso tempo, è impossibile cercare quello che non sa; perché quello che non sa non può cercarlo in quanto non lo sa, e quello che non sa, non può cercarlo proprio perché non sa quello che deve cercare»

Socrate risolve il problema con "il ricordo": «ogni insegnare e cercare è soltanto un ricordare», ad avviso dell'antico filosofo greco chi non sa deve solo risvegliare la sua memoria, per cui da solo, prende coscienza del suo sapere. La verità non viene quindi introdotta in lui, ma era già in lui. Ad avviso di Kierkegaard, «Socrate era un ostetrico esaminato da Dio stesso [...] In una prospettiva socratica, tutti i punti di partenza nel tempo sono eo ipso qualcosa di accidentale, evanescente, un'occasione» per cui un maestro non è di più e la sua dottrina e insegnamento non danno, piuttosto sottraggono. Nella considerazione socratica ogni uomo è centro di se stesso e il mondo intero ha in lui l'unico centro, perché la conoscenza che egli ha di se stesso è conoscenza di Dio». La concezione di Socrate, ad avviso di Kierkegaard, era «che ogni uomo dovrebbe comprendere se stesso e in forza di ciò il suo rapporto con il singolo, sempre, allo stesso tempo, con umiltà e fierezza» Ragion per cui Socrate si considerò come maestro un'"occasione" al contrario degli uomini del tempo di Kierkegaard. Il filosofo danese è grato a Socrate per avergli fatto capire che la verità era in effetti in lui stesso ed è uscita da lui, una verità che nemmeno Socrate, secondo l'insegnamento e la dottrina del filosofo greco, poteva comunicargli.

Mentre Kierkegaard si dichiara entusiasta del suo rapporto "storico" con Socrate e Prodico, ammette che tale rapporto non concerne, invece, il fine della sua salvezza eterna «perché questa è data prevalentemente attraverso il possesso della verità che io ho fin dal principio, senza saperlo».

Il punto di partenza nel tempo, secondo Kierkegaard, non è niente: «perché nello stesso istante in cui scopro che io dall'eterno ero a conoscenza della verità senza sapere di averla, nello stesso momento quell'istante è avvolto dall'eterno, racchiuso in esso in modo che io, per così dire, non posso neppure trovarlo, anche se lo cercassi, perché non c'è un qui o lì, ma solo un ubique et nasquam In ogni luogo, in nessun luogo»

B

Ma se le cose dovessero stare diversamente, nota Kierkegaard, «il momento nel tempo» dovrebbe avere una decisiva importanza «in modo che io non posso mai dimenticarlo né nel tempo né nell'eternità in quanto l'eterno che prima non era, ha incominciato ad essere in questo istante». Ciò premesso, si pone quindi il problema: «se la verità può essere insegnata».

a) La situazione precedente

Come si può cercare la verità, se secondo Socrate, la si abbia o no, «è comunque impossibile» ? Il problema veniva superato da Socrate con l'asserzione che ogni uomo ha la verità. «Lo spiegava (Socrate), appunto in questo modo e abbiamo visto cosa ne seguiva riguardo al momento. Ora, perché questo abbia un'importanza decisiva, è necessario che chi cerca non abbia avuto fino a questo momento la verità, neppure in forma di nescienza, altrimenti si tratta solo di momento-occasione». Anzi ad avviso di Kierkegaard, questi, non deve essere nemmeno quello che cerca «perché è così che esprimiamo la difficoltà quando non vogliamo spiegarla in modo socratico. Egli dunque deve essere determinato come fuori della verità (non come uno che va verso di essa, come il proselito, ma come uno che se ne allontana) o come uno che è nell'errore». Se questi è nell'errore, come può essere aiutato a ricordare ciò che in effetti non ha capito e neppure conosce?

b) Il maestro

«Se il maestro deve essere per il discepolo l'occasione di ricordare, allora egli non può aiutarlo a ricordare che egli in realtà conosce la verità perché il discepolo è veramente nell'errore. Ciò che il maestro può costruire occasione di ricordare è che egli è nell'errore. Ma con questa presa di coscienza il discepolo è proprio escluso dalla verità più di quanto non sapeva di essere nell'errore». Il discepolo grazie al ricordo suscitato dal maestro e tornando in sé «non scopre che prima conosceva la verità, bensì che è nell'errore» Rispetto a questa presa di coscienza, si applica il principio socratico secondo il quale «il maestro è soltanto un'occasione chiunque egli sia, fosse pure Dio; perché il mio proprio essere nell'errore io non posso scoprirlo che da me stesso, perché solo quando so lo scopro, è chiaro, non prima, anche se il mondo intero lo sapesse»