Palazzo de Dato (ex Palazzo Cavalletti) sorge a Molfetta, in piazza Vittorio Emanuele II, intitolata al Re alla fine del XIX secolo, in seguito all'avvenuta Unità d'Italia, e dove tuttora fa mostra di sé il monumento al sovrano Savoia.
Storia Oggi la zona è centrale nell'insediamento molfettese, mentre nella seconda metà del ‘700, epoca a cui risale il palazzo, costituiva la zona di nuova espansione della città, che si sviluppò a partire dal Largo Cavalletti, cui si affacciava il prospetto principale dell'edificio, ora piazza Vittorio Emanuele ll caratterizzata dalla presenza, al di sotto dell'attuale giardinetto pubblico, di un'antica cisterna rurale per la raccolta delle acque piovane, denominata "piscina nuova". Il palazzo Cavalletti sorse infatti nello spigolo a N-E di un grande lotto di proprietà Cavalletti che arrivava fino all'attuale Via Annunziata, a Ponente e verso Sud-Ovest delimitata dall'attuale via Giacomo Paniscotti, che era l'asse viario che collegava l'antico centro storico, la tanto nota "Isola di S. Andrea" dall'arco di Via Piazza, attraverso le attuali via Domenico Picca, via Annunziata, Piazza Paradiso, fino alla metà devozionale della Madonna delle Rose, piccola frazione al di fuori dell'antico perimetro cittadino, sorta intorno ad una piccola chiesa-torre rurale, munita di caditoia, oggi (anno 2025) completamente inglobata nell'ultima espansione urbanistica della città.
In quello spigolo del "Fondo Cavalletti" questo signorotto decise di edificare questo palazzo al fine di farne una stazione di posta per il cambio dei cavalli (come testimoniano i numerosi anelli di ferro disseminati lungo le pareti dell'atrio interno ed inglobati direttamente nelle pietre del vigneto originale) delle carrozze e/o diligenze provenienti dalla via per Terlizzi, che passava un tempo proprio attraverso il portone del palazzo. Questo si trova infatti proprio alla confluenza delle strade litoranee che collegavano i centri costieri adriatici con Bari, con le strade di collegamento con l'entroterra, Terlizzi in primis essendo a soli 9 km a Sud di Molfetta, a Sud-Est con Bitonto (raggiungibile passando proprio per la Madonna delle Rose), e quindi con Ruvo di Puglia e Corato verso le direttrici a Sud-Ovest.
Nel 1790 venne sistemata la strada nuova che andava dal Pozzo dei Cani (piccolo slargo alle spalle della Fabbrica di S. Domenico) al Largo Cavalletti. Ciò diede luogo alle attuali via Tenente Ragno , dal Pozzo dei Cani all'incrocio con via Annunziata e via Domenico Picca, e via Sergio Pansini da questo incrocio all'attuale piazza Vittorio Emanuele II. Quest'opera si rese necessaria perché nel 1789 erano stati completati i lavori, programmati dall'amministrazione borbonica, di costruzione della Strada Consolare di Puglia (divenuta in seguito la - oggi vecchia - S.S. 16), da Bisceglie a Molfetta, ma collegante tutte le città litoranee almeno fino a Barletta. Come risulta da numerosi documenti storici, questa piazza precedentemente era denominata Largo Cavalletti, dal cognome dell'antico proprietario dell'area: il patrizio Don Salvatore Cavalletti, che volle edificarvi l'omonimo palazzo.
Prima della costruzione dell'edificio oggetto di questo studio, la piazza aveva altre due denominazioni. Veniva correntemente chiamata Largo Piscina Nuova in quanto parte dell'omonima porzione del territorio comunale destinato all'espansione urbana, avvenuta fra la metà del ‘700 e la metà dell'‘800, una volta saturatosi il vicino quartiere Catacombe (tale dizione deriva dall'antica credenza che voleva delle catacombe nel luogo dove si trovavano delle grotte carsiche), come già accennato. Altro nome che veniva dato alla piazza era Largo Santa Teresa, dal nome del convento delle Dominicane e della annessa chiesa, all'epoca siti nel rione S. Angelo come numerosi altri complessi ecclesiastici, oggi non più esistenti. Don Salvatore Cavalletti, figlio di Giovanni Francesco Cavalletti, originario di Roma, decise di edificare il suo palazzo ai margini del proprio appezzamento di terra (sito appunto nei pressi di Largo Piscina Nuova) esteso circa sette vigne. In tempi successivi frazionò ulteriormente tale possedimento, cedendolo in enfiteusi, ad altri che vi edificarono a loro volta, dando al quartiere l'attuale fisionomia. Ne curò minuziosamente l'ideazione, tra il 1740 ed il 1757 circa, e la realizzazione nel periodo compreso tra maggio 1757 e novembre 1759C. Pisani, Le torri dell'agro molfettese, in "l'altra Molfetta", Ottobre 1996, pp.26-27, nota 4.: la costruzione fu quindi terminata nel volgere di non più di due anni e mezzo, come risulta dalle scadenze imposte nei contratti di appalto delle diverse parti murarie e di completamento da eseguire, la cui commessa fu affidata a imprese diverse. I maestri muratori impegnati nella costruzione furono Berardino Visaggio, Giuseppe di Berardino Visaggio, Domenico Visaggio, Carlo Boccassino, Corrado Cozzoli e Giovanni Menafra di Terlizzi. Nel 1768 il palazzo Cavalletti veniva stimato del valore di 15.000 ducati. L'edificio fu acquistato dal commerciante Stefano De Dato in due porzioni: una parte, del valore di lire 38.000, con asta pubblica in data 10 marzo 1868; una seconda parte, del valore di lire 11.200, acquistato con atto del notaio Giuseppe Gioia del 19 gennaio 1870C. Pisani, Il rione Annunziata nel tessuto urbano di Molfetta, in "l'altra Molfetta", Luglio 2000, pp. 31-32.. Stefano De Dato era il trisnonno delle attuali proprietarie del palazzo, che donò al figlio Corrado in procinto di sposarsi con una nobile di Terlizzi. La sua famiglia era dedita alla coltivazione delle olive, alla produzione dell'olio di oliva e alla sua commercializzazione. Appunto i locali al piano terra furono acquistati dalla famiglia De Dato in data precedente rispetto a quella dell'acquisto dei due appartamenti del piano superiore per la necessità di locali di ampiezza adeguata all'espansione del commercio dell'olio di oliva, che veniva esportato anche in Jugoslavia ed in Francia. Infatti in particolare uno di essi era fornito di ampie cisterne sotterranee idonee allo stoccaggio dell'olio stesso, come si rileva dall'atto di acquisizione. Nel frattempo Don Salvatore Cavalletti, il 21 luglio del 1769 iniziava la lottizzazione del giardino retrostante il suo palazzo. Il suolo era compreso tra via Margherita di Savoia, via Madonna degli Angeli, via Annunziata e via S. Pansini. I De Dato acquistarono il trappeto, cioè il frantoio poco distante, a cavallo fra il 1890 e il 1891, dagli eredi Cappelluti che a loro volta ne erano venuti in possesso agli albori del XIX sec., dopo averlo tenuto in affitto per alcuni anni pagandone il canone all'amministratore della sig.ra Angela Cappelluti (la quale l'aveva ricevuto in eredità dal padre Don Antonio Capelluti), come dimostrano le ricevute degli affitti corrisposti dal 1886 al 1890.
Descrizione L'architettura lineare ed imponente richiama, nei suoi fregi stilizzati, negli architravi ornati dalle neoclassiche conchiglie e nelle sue ricercate simmetrie, lo stile dei palazzi vanvitelliani con la facciata scandita da una tripla coppia di lesene poste simmetricamente rispetto al portale di ingresso. Questo è sovrastato dall'ampio balcone centrale a bicorno (forma che ricorda il tipico cappello a due punte per alta uniforme degli ufficiali di marina, ministri e diplomatici, in voga nel ‘700) che ha la caratteristica di non poggiare sui consueti gattoni aggettanti (presenti, comunque nei due balconi di estremità), ma di scaricare il proprio peso esclusivamente sulla massa dello stesso portale. L'avancorpo del portale, che sporge circa 80 cm rispetto al filo della facciata è ben mascherato dalle volute delle paraste in pietra sormontate, sul davanti, da due telamoni appena accennati in bassorilievo ai lati del portone di ingresso. La facciata è completata al piano terreno da due finestre e da due ampie luci di ingresso ai locali posti lateralmente al portone principale e simmetricamente disposte rispetto ad esso. Tali luci, ancora munite di possenti portoni lignei nei primi decenni del secolo scorso, sono sormontate da archi policentrici dotati di grate in ghisa riportanti l'identico motivo (grigliato a losanghe disposte a raggiera intorno al centro con decorazioni floreali) della grata che chiude lo specchio dell'arco a tutto sesto del portone centrale. Questi due archi ribassati presentano la chiave di volta sagomata in maniera particolare quasi fosse un copricapo nobiliare sormontato al centro da una specie di pomolo tondeggiante e con all'intradosso una rosetta in bassorilievo raffigurante un fiore a cinque petali piegati a spirale. Oggi una delle due grate laterali non è più nella allocazione originale, essendo stata rimossa alla fine degli anni '60 del secolo scorso per posizionare la saracinesca di chiusura del locale per consentirne un uso commerciale (essa è comunque conservato dalla famiglia proprietaria, nei locali interni a piano terra in previsione di un possibile futuro riuso). Al livello superiore la facciata è caratterizzata dalla successione di cinque porte finestre con persiane alternativamente dotate di balcone a feluca già citato (quella centrale e le due più esterne) e di semplice ringhiera in ghisa interna alle ante della persiana, le due intermedie, sottolineate dalla cornice marcadavanzale in pietra che divide la facciata per la sua intera estensione al livello del parapetto delle ringhiere. Gli architravi e gli stipiti in pietra delle aperture con finestre sono ornati da fregi in bassorilievo finemente ideati, curati nelle fattezze e sapientemente differenziati: più curati quelli delle finestre in corrispondenza dei balconi (e tra queste privilegiata quella del balcone centrale) meno quelle delle portefinestre intermedie senza balcone. Il prospetto termina in un cornicione in pietra calcarea scolpita a rientranze successive, il cui aggetto al coronamento misura non meno di ottanta cm rispetto al filo della stessa facciata (1,20 m alla sommità della muratura, che sostiene il cornicione stesso).
Dal portone d'ingresso si accede all'ampio androne che si apre sull'atrio rettangolare (largo 14 m e profondo, attualmente, circa 10 m). Tale spazio in origine era, però perfettamente quadrato, secondo i canoni dell'architettura settecentesca, modificato nella seconda metà del XIX sec., per le nuove esigenze abitative e di distribuzione degli spazi da parte dei nuovi proprietari. L'intera superficie dell'atrio originario (di 14 m × 14 m) è interessata al livello inferiore (sotterraneo) da un'ampia cisterna per la raccolta delle acque piovane, profonda, dalla sommità del boccaglio, oltre 5 metri e costituita da tre ordini di tre campate con volte a crociera insistenti su quattro pilastri centrali e sulla roccia di imposta dei muri perimetrali, il tutto ancora perfettamente intonacato a stagnezza. Da questa cisterna, fino a diversi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, nei periodi di siccità attingevano l'acqua gli abitanti del quartiere immediatamente adiacente al palazzo, non ancora allacciati all'Acquedotto Pugliese. Tuttavia quasi tutte le botole di accesso alle cisterne sotterranee risultano saldamente murate se non, addirittura, eliminate o ricoperte da pavimentazioni successive, in base alle diverse esigenze legate alle varie destinazioni d'uso cui sono stati adibiti, nel corso del tempo, i locali al piano terra, in cui esse erano collocate.