Biografia Enrico Colombotto Rosso nasce a Torino (con il fratello gemello Edoardo) il 7 dicembre 1925 da madre toscana e padre ligure. Fin da bambino manifesta la propensione per il disegno e studia da autodidatta le tecniche espressive. Fra i 15 e i 19 anni frequenta una piccola
Il mancato ingresso all'Accademia Albertina All'età di quindici anni, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, il padre di Enrico Colombotto Rosso decise che il figlio poteva fare l'artista se avesse preso il diploma all'Accademia Albertina. Purtroppo venne bocciato subito all'esame di ammissione.
In seguito alla delusione per il mancato ingresso all'Accademia, iniziò a lavorare nella fabbrica di famiglia, successivamente fece svariati lavori, tra i quali: l'elettricista, il magazziniere, lavorò al tornio, in Fiat e per ultimo in banca. In seguito alla morte del padre ereditò una piccola somma che gli permise di fare della pittura il suo mestiere. Tentò per la seconda volta l'ingresso all'Accademia, ma fu nuovamente bocciato.
Diventa uno dei protagonisti di spicco dell'ambiente pittorico torinese. Attraverso un'arte difficile da comprendere, fortemente influenzata dagli ambienti tristi e plumbei della Torino del primo Novecento; neosurrealista, si richiama ad influenze secessioniste e neo-Liberty rifugiandosi nel minuzioso e sontuoso decorativismo che fa da sfondo a figure esili e macabre. I soggetti dei suoi quadri sono pervasi da inquietudine e tensione, da una ricerca tesa verso tematiche di morte che, nella raffigurazione di scheletri, figure esanimi, camere a gas e campi di concentramento, rimanda alla più grande tragedia della storia, seppur mantenendo un accenno di vita, riproposto nei volti infantili di neonati e bambole. Molti dei suoi personaggi appartengono ad un'umanità tetra e deforme, quasi sicuramente provenienti da una realtà disperata quale quella più volte incontrata nei corridoi della Casa d'Accoglienza del Cottolengo di Torino e alle frequenti visite al Museo di antropologia criminale Cesare Lombroso.
L'amicizia con Leonor Fini e il movimento Surfanta Nel 1948 incontra Mario Tazzoli, banchiere e appassionato di pittura, col quale stringerà una lunga amicizia e aprirà a Torino la galleria "Galatea" in via Viotti, nei locali dell'antiquario Filippo Giordano delle Lanze, dove verranno trattati artisti come Giacometti, Bacon, Balthus, Klimt, Schiele.
I temi dominanti della sua pittura sono anticipati dalla "Piccola storia per un bambino che aveva grandi orecchi e piccole zampe", scritta in questo periodo che sarà edita da Giorgio Tacchini solo nel 1981 con il titolo di "Storie di Maghe per adulti".
Sul finire degli anni quaranta, Colombotto Rosso inizia a viaggiare e, a Parigi, entra nella cerchia di amicizie di Leonor Fini e Fabrizio Clerici, Max Ernst, Dorothea Tanning, Jacques Audiberti, personaggi padroni già della scena internazionale e molto vicini a lui per la loro espressione artistica; queste amicizie dureranno tutta la vita e in particolare con Leonor Fini che individuando in lui un talento unico lo sprona a dedicarsi esclusivamente all'arte. L'amicizia fra Colombotto Rosso e la Fini durò fino alla morte di lei, ed è testimoniata da un carteggio di circa cinquecento lettere.
Negli anni cinquanta lo studio di Leonor Fini, in Rue Payenne, era frequentato dai personaggi più eterogenei, noti e meno noti. Fra questi, oltre al giovane Colombotto Rosso, figurano alcuni talenti, come Stanislao Lepri, romano, diplomatico e pittore surrealista; Constantin Jelenski, di origine polacca, umanista e letterato; Héctor Bianciotti, che fu per molti anni segretario della Fini. Oltre agli abituali contatti parigini, il gruppo trascorreva periodi di vacanze creative a Nonza, in Corsica, alloggiando precariamente in un monastero semi diroccato, in prossimità del mare. La Fini dedicava ai suoi amici ritratti di intensa e affettuosa partecipazione. Colombotto Rosso scattava immagini fotografiche di rara bellezza in cui risaltava tutto il fascino, ombroso ed inquietante, della Fini, nell'incanto del luogo, reso assoluto dalla luce mediterranea. Con il fitto epistolario della pittrice, le istantanee di Enrico Colombotto Rosso sono un documento unico di quelle occasioni magiche, testimonianza di un'epoca felicemente vissuta all'insegna della fantasia.
Nell'inverno del 1958, Enrico Colombotto Rosso è a Parigi, ospite di Lepri, nel cui studio, in Rue Vieille-du-Temple, ha occasione di incontrare Jean Genet. Nello stesso periodo, Lepri e Jelenski eseguono a quattro mani un collage in rilievo per farne dono al Colombotto Rosso in occasione dell'imminente compleanno. In una scatola di cartone collocano un frammento di un'antica scultura lignea cerata a simulare le spoglie di una piccola santa martire: una sorta di mummia o di feticcio circondato da un multiforme arredo funebre, composto da conchiglie e altri oggetti di fantasia. La composizione, sebbene si ispiri allo spirito devozionale e macabro dei reliquiari settecenteschi, non manca di humour nero e ostenta una palese intenzione dissacrante. Genet – secondo la testimonianza di Lepri – dimostra curiosità e interesse per l'intelligente invenzione ludica, collabora alla sua esecuzione e conia per la minuscola martire il nome di Sainte Hosmose. Al suo rientro in Italia, Colombotto Rosso porta la “reliquia” nel suo studio torinese e, nell'aprile del 1959, riceve da Lepri il manoscritto con cui Genet narra, divertito, la grottesca vicenda della santa, ispirandosi arbitrariamente alla Leggenda Aurea di Jacopo da Varagine. Nel 1960-61, Colombotto Rosso – che ha ancora modo di rivedere Genet a Torino, durante un suo breve soggiorno per incontrare l'editore Einaudi – traduce in pittura la “fiaba” concepita dallo scrittore francese. Dipinge tre varianti sul tema che, esposte a Roma, sono acquistate dall'attore cinematografico statunitense E.G. Robinson per la sua collezione. Il testo di Genet rimane inedito fino al 1964, quando viene pubblicato sulla rivista letteraria “Il Delatore” nella traduzione di Stanislao Lepri. Molti anni dopo, nel 1998, da un'idea di Colombotto Rosso, viene pubblicato un volumetto dal nome "Sainte Hosmose", che contiene un testo pressoché inedito di Jean Genet a lui dedicato.
La sua irrequietezza ed il desiderio di conoscenza lo conducono attraverso l'Europa, da Madrid a Vienna a Londra a Stoccolma fino agli Stati Uniti, a New York, dove ha occasione di conoscere e stringere nuove importanti amicizie nell'ambiente artistico che si chiamavano John Huston, Eugène Jonesco, Andy Warhol, Albrecht Becker, Federico Fellini, Anna Magnani.
Considerato tra i Maestri del Surfanta, un movimento artistico torinese “Surrealismo e Fantasia” nato nel 1964 dall'idea del pittore surrealista Lorenzo Alessandri di riunire, per fronteggiare la paura e il vuoto culturale determinati dalla guerra, pittori ed amanti dell'arte attorno ad un luogo simbolico e di lavoro denominato Soffitta Macabra. Che vede coinvolti artisti come Abacuc (Silvano Gilardi), Lamberto Camerini, Giovanni Macciotta, Mario Molinari e Raffaele Pontecorvo e pensatori come Gianluigi Marianini, Alberto Cesare Ambesi e Peter Kolosimo. La nascita del periodico omonimo permise al gruppo la pubblicazione degli scritti e, soprattutto, delle opere grafiche degli artisti coinvolti. In questo periodo, inoltre vengono organizzate esposizioni degli artisti del gruppo in Europa e negli Stati Uniti come testimonianza di una maggiore apertura verso le esperienze surreali e fantastiche europee, con artisti olandesi, francesi e dell'Europa orientale. Il movimento si scioglierà nel 1972.
Colombotto Rosso e il teatro Nel frattempo espone, con mostre personali, nelle più prestigiose sedi pubbliche e private. È regolarmente presente con le sue opere agli appuntamenti d'arte più noti, sia in Italia che in altri Paesi europei e negli Stati Uniti. All'estero la sua arte è molto apprezzata, espone a Sydney in occasione dell'"Italian Parade", a Parigi, presso la Galerie de Seine, ad Amburgo per il "Kongress Für die Freiheit der Kultur", a Madrid, presso la Sala de Exposiciones de la Dirección General de Bellas Artes, a Londra per la Seven Arts Gallery, a Tokyo per il "3rd International Young Artists Exibition" e a Zurigo, presso la Galleria Alessandro Roesle.
La sua «corte dei miracoli», il suo «mondo stravolto», come li definisce Testori, affascinano il pubblico e la critica. Quello del Maestro è un universo caratterizzato da un onirismo grottesco, drammatico e sensuale. Elementi macabri e visionari si ritrovano anche nelle scenografie teatrali, realizzate per "Le jeu du massacre" di E. Jonesco, per "Salomè" di O. Wilde e per la "Danza di morte' di A. Strindberg: qui la vena decorativa e neosecessionista dell'artista ha modo di esprimersi in realizzazioni in cui la decadenza e la morte si trasfigurano nel segno di una preziosa raffinatezza.
Tra il 1969 e il 1970 riscuotono grande interesse le scenografie e i costumi curati dal Maestro per "Il gioco dell'epidemia" di Jonesco, e "La gallinella acquatica" di Witkiewicz, in scena al teatro Gobetti di Torino.
Camino e il Monferrato Nel 1991 lascia Torino per stabilirsi definitivamente a Camino, in provincia di Alessandria, dove inizia una nuova vita di intenso lavoro artistico, mentre si occupa meno del mercato e dell'attività espositiva. Crea le sue opere nella misteriosa ed affascinante casa tra le splendide colline del Monferrato, coltivando il suo fantastico giardino sempre colmo di fiori bianchi e nuove piante, cimitero di ricordi e di gatti che lo hanno accompagnato nell'arte e nella vita quotidiana, celebri i suoi gatti disegnati a china. Il poeta e amico Raffaele Carrieri la definì "un bordello di lusso, ma senza puttane". La casa di Camino è diventata un museo visitabile grazie alla Fondazione Enrico Colombotto Rosso.
Realizza opere molto grandi, come il disegno intitolato "Ossessione" iniziato nel 1992 e terminato nel giro di un anno, alto due metri e lungo un chilometro. È in questo momento che si libera totalmente dalle esigenze del mercato ed ha così la possibilità di creare solo opere di carattere museale, non solo per le grandi dimensioni, ma soprattutto perché sono totalmente e autenticamente quelle che la sua immaginazione crea senza condizioni: sono immagini molto forti e spesso crude, se non violente per i colori, gli accostamenti (rossi sanguinei, neri, argenti) e le espressioni delle figure che "urlano" tutto il dramma interiore inconfessato dell'umanità.
Nel 2000 la Regione Piemonte organizza una sua grande mostra antologica a Torino, presso la Sala Bolaffi. Nel 2002 è invitato da Vittorio Sgarbi a partecipare alla mostra Surrealismo padano - Da De Chirico a Foppiani, 1915-1986. Nel 2003 un'altra importante antologica ordinata presso il Panorama Museum a Bad Frankenhausen in Germania. Nel 2005 partecipa alla mostra Il Male - Esercizi di pittura crudele, curata da Vittorio Sgarbi presso la Palazzina di caccia di Stupinigi.
La morte È morto il 16 aprile 2013, all'età di 87 anni, all'ospedale Santo Spirito, di Casale Monferrato dove era stato ricoverato per disturbi cardiaci. I funerali si sono celebrati, presso la chiesa parrocchiale di Camino, nel paese in cui da anni risiedeva, nel cui cimitero il corpo è stato tumulato.
Innumerevoli i critici e letterati che fin dagli anni cinquanta hanno scritto pagine poetiche su Enrico Colombotto Rosso e sul mistero che si cela dietro la sua opera, quel realismo visionario che sprofonda l'osservatore in un tuffo verso l'ignoto. Tra i tanti ricordiamo Libero De Libero, Alain Jouffroy, Luigi Carluccio, Guido Ceronetti, Giovanni Testori, Carlo Munari, Rossana Bossaglia, Janus.