Gli anni perduti è un romanzo dello scrittore Vitaliano Brancati, scritto tra il 1934 e il 1936.
Descrizione Quest'opera segnerà il definitivo distacco dalle opere da lui scritte precedentemente e preannuncerà i temi e lo stile che saranno propri del Brancati maturo. Il romanzo è considerato da molti come il vero inizio dell'attività narrativa di Brancati, sicuramente, , questo rappresenta "il momento della consapevolezza di sé e della sua angoscia". Tuttavia, anche se le tematiche trattate preannunciano quelle delle sue opere migliori (non più miti ed eroi ma la realtà vista nel suo aspetto più cupo e deludente), e anche se lo stile si fa più pungente e ironico, l'opera risente ancora di un certo gusto barocco,
Trama La cupa protagonista del romanzo è non la semplice noia ma l’inerzia e l’inconsapevolezza di una borghesia in stato di sonnambulismo, segnando la vita dell’intera città: a Natàca (il nome corrisponde all'anagramma del nome greco di Catania) non accade mai nulla perché nulla si fa o si progetta. I caffè della città brulicano di uomini che ad uno sguardo superficiale possono sembrare contenti ma che a ben guardare rivelano un'aria rassegnata e quasi di sofferenza, come se una catena scorresse sotto i tavoli e tenesse legati gli avventori. Anche le ragazze sono divorate dalla noia e nell’inanità annegano tutti i personaggi del romanzo, rappresentati da benestanti sfaccendati, intellettuali in vacanza permanente da ogni impegno e quindi, in ultima analisi, anche dalla vita. Il libro narra le vicende di tre amici tra i quali si distingue Leonardo, che dei tre personaggi è il più chiaramente autobiografico: ha lasciato Roma e il suo impiego per far ritorno “solo per 20 giorni” nella città natale. Non si sente troppo bene, ed è un malessere esistenziale il suo che il ritorno a Natàca, tra le coltri della casa materna, non risolve, e anzi aggrava. A scuotere l’esasperante inerzia di Natàca arriva dall’America il professor Buscaino, uomo di successo aduso al fare, che lancia un progetto sorprendente: costruire a Natàca una torre panoramica, che nella descrizione corrisponde alla Torre Alessi di Catania. Tutti i personaggi spenti, che non avevano mai fatto niente, si lasciano prendere da quest'idea apparentemente bizzarra. Ma finiscono per orchestrare la propria inerzia attorno all’apparente novità. L'impresa faraonica coinvolge tutta la città per ben dieci anni. Questo non comporta però per gli abitanti di Natàca il risveglio dal loro torpore: essi vivono in una sorta di buio permanente che potrà essere dissolto solo in un futuro, quando la torre sarà completata, poiché la speranza e la salvezza saranno nella luce e nelle cose che si potranno vedere dalla torre. Ma l'attività frenetica dell'impresa e le speranze degli abitanti di Natàca vengono vanificate appena un momento prima di essere raggiunte dalla burocrazia che nega il permesso dell'apertura della torre. Nessuno lo sapeva ma da ben quattordici anni esisteva a Natàca il divieto di costruire torri panoramiche. Leonardo sarà quello che ci perderà di più, perché forse era quello che ci aveva creduto di più, chi in qualche ci modo ci guadagnerà sarà invece Buscaino che era riuscito ad andarsene da Natàca e che per questo motivo sembrava all'amico come "la mosca che giunge stentamente all'orlo del bicchiere dopo essere uscita dal latte", che proprio alla fine riuscirà a confessare a sé stesso di non essere mai stato in America e ad esternare la presenza di un altro sé stesso più vero e più onesto che forse in questa nuova situazione poteva ancora ricominciare. Solo Lisa, la "Buona" Lisa, riuscirà alla fine a gridare un "Evviva la vita" e ad avviarsi ironicamente verso il risveglio.
Bibliografia
Spina, Santo Daniele, La torre Alessi: una memoria storica da recuperare in Per un bilancio di fine secolo. Catania nel Novecento. Atti del III Convegno di studio (1951-1980), Catania, giugno 2002, pp. 389–417. Spina, Santo Daniele, L’esotica Torre Alessi in Il Piccolo storico letterario di Catania, n. 11, marzo-aprile 2014, pp. 30-31
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Categoria:Romanzi di Vitaliano Brancati