Biografia

Il peso della tradizione nella formazione Non si sa quando di preciso sia nata Gesja Meerovna Gel'fman.Spesso il patronimico è indicato in Mironovna, che è una russificazione del nome ebraico Meer, e talvolta in Mirovna, da Mir, che è la traslitterazione del nome in russo. Si è preferito rispettare il nome originale e si è optato per Meerovna. Stando alla deposizione da lei resa dopo l'arresto, il 15 marzo 1881,Nel trascrivere le date secondo il moderno calendario, corre l'obbligo di informare che le fonti consultate, comprese quelle successive agli eventi narrati, usano la vecchia datazione.Vladimir I. Iochel'son, Gesja Gel'fman. Profilo biografico, in «Byloe», aprile-maggio 1918. aveva ventisei anni, ma diversi storici sono propensi a retrodatare la nascita dal 1855 al 1852 o 1853. Ebbe i natali nella cittadina dell'allora Russia imperiale di Mozyr' (Mazyr in bielorusso), in una famiglia benestante di ebrei ortodossi. Il padre commerciava in legname e la madre, che morì giovane lasciando i figli in tenera etàGesja Meerovna Gel'fman, in «Jandeks». (pare che fossero cinque femmine), era proprietaria di una bottega manifatturiera. Rimasto vedovo, Meer Gel'fman si risposò con una donna che non seppe amare le bambine del coniuge, e specialmente Gesja. Ciò, unito al gretto moralismo patriarcale di matrice religiosa, impedì alla ragazza di avere un'infanzia e un'adolescenza serene.

Verso i quindici anni (se si colloca la nascita nel 1855), Gesja visse a Berdičev da alcuni parenti, e per quattro mesi a Kiev, dove apprese l'arte del cucito e strinse qualche relazione che molto presto gli sarebbe stata utile, quindi il padre la richiamò a Mozyr' per informarla che in tempi brevi si sarebbe maritata.Storia di Gesja Gel'fman che andò al terrorismo e non fece ritorno, cit. Il prescelto era un giovane che Gesja quasi non conosceva, un boscaiolo, figlio di un amico del padre, circondato da grande considerazione nella comunità per essere un esegeta e commentatore del Talmud. Disperata all'idea di doversi legare a un uomo che le veniva imposto, Gesja, poco prima delle nozze, fuggì da casa e si rifugiò a Kiev.

Grazie alle sue recenti amicizie, trovò lavorò in una sartoria e pensò di mettere a profitto la libertà appena conquistata per affinare la propria istruzione. In famiglia, infatti, non si dava alcuna importanza all'educazione femminile, tanto che prima del viaggio a Berdičev non conosceva neppure la lingua russa. Soffrendo la fame, ma riuscendo a mantenersi con il suo impiego malpagato, Gesja superò l'esame per accedere al corso di ostetricia presso l'Università Imperiale San Vladimir di Kiev, e nel 1875 completò con successo il ciclo di studi.

Una delle letture che più contribuì alla sua educazione, e a quella di molta parte della gioventù progressista del tempo, fu il «Che fare?» di Černyševskij. Nel suo caso era anche prevedibile che il romanzo, incentrato sul rapporto paritario dei due sessi e sull'emancipazione della donna, quale necessario presupposto di una società moderna, avesse così tanta presa. E del resto anche la caratterizzazione della protagonista, Vera Pavlovna, che organizza una sartoria su base cooperativistica per introdurre nella realtà socio-economica una concezione etica del lavoro, non poteva che ispirare in Gesja, per la quale il cucito aveva rappresentato il mezzo della propria autonomia, un desiderio di emulazione. Quindi, anima e corpo, si diede alla creazione di una bottega per sarte che riuscì, tra ostacoli di ogni genere, a migliorare in qualche modo la situazione di giovani lavoratrici senza speranza. Sotto il profilo economico il guadagno era scarso, ma Gesja, appagata dalla soddisfazione morale, non temeva le ristrettezze della vita quotidiana.

Nella primavera del 1875, divenne più assidua la sua frequentazione del mondo rivoluzionario. A quel tempo risale l'incontro con Lev Dejč, Vladimir Debogorij-Mokrievič (1848-1926), Nikolaj Kolodkevič (1849-1884), suo futuro marito,Arkadij S. Kravec, Il bambino № A-824 e con un gruppetto di propagandiste — Aleksandra Chorževskaja (1853-1887), Ekaterina Tumarova (1855- dopo 1930) e altre — che avevano studiato a Zurigo, membri della moscovita «Organizzazione socialrivoluzionaria panrussa», venute a Kiev per fare agitazione tra gli operai. Era questo un tentativo di penetrazione nelle fabbriche che proseguiva l'azione iniziata dai čajkovcy nel 1872-1873, e anticipava il similare progetto avviato da «Zemlja i Volja» nel 1878-1879. La Gel'fman fu attirata nel circolo populista da queste attiviste, sebbene il suo ruolo principale consistesse nel prestare il proprio recapito per la corrispondenza e nel fare del suo appartamento un luogo d'incontro e di propaganda. Ma Gesja ebbe anche l'opportunità di diffondere il credo socialista nei laboratori artigianali del quartiere centrale Pečerskij di Kiev, sulla riva sinistra del Dnepr. Ed ecco che, mentre si accingeva ad «andare nel popolo», il 21 settembre del 1875, veniva arrestata con la Chorževskaja e trasferita a San Pietroburgo, nella «Casa di detenzione preventiva», dove in attesa del processo restò reclusa per un anno e mezzo.

Davanti a una rappresentanza speciale del Senato, dal 5 al 26 marzo del 1877 si celebrò il processo detto «dei 50», dal numero degli incriminati, o «dei moscoviti», a intendere l'Organizzazione socialrivoluzionaria panrussa che era sotto accusa, ma il cui nome ufficiale era «Processo a carico di svariate persone accusate di crimini contro lo Stato per aver costituito una società illegale e diffuso letteratura delittuosa». All'evento, dalla vasta risonanza non solo in Russia, soprattutto per la presenza di una nutrita compagine di giovani donne nelle file degli imputati, assistette Aleksandr Michajlov, allora uno dei massimi dirigenti di «Zemlja i Volja», che nel 1882 di fronte ai suoi giudici, così dirà al riguardo: «Vi comparirono delle persone che si possono paragonare ai primi martiri cristiani. Erano propagandisti del puro socialismo, predicatori dell'amore, dell'eguaglianza e della fratellanza, principî fondamentali della Comune cristiana. Ma il governo non risparmiò neanche loro».Anna P. Pribyleva-Korba, Vera N. Figner, Narodovolec Aleksandr Dmitrievič Michajlov, Leningrado, 1925, p. 112.

Il processo, che si concluse con la condanna di tutti gli imputati ai lavori forzati e all'esilio, tranne sette pene a meno di un anno di carcere e tre assoluzioni, fu memorabile per i discorsi fatti dall'operaio tessile Pëtr Alekseev (1849-1891) e da Sof'ja Bardina, l'uno improntato a una forte denuncia delle condizioni di sfruttamento economico e di ignoranza in cui i lavoratori conducevano le loro povere esistenze, l'altro teso a comunicare lo slancio umanitario che aveva chiamato i propagandisti al sacrificio di sé, nel nome dell'ideale sociale che non riconosce ai pochi il diritto di escludere i molti dal godimento dei beni.

Gesja Gel'fman fu condannata a due anni di lavori forzati da servire nel Castello Litovskij di San Pietroburgo.

La Fortezza lituana e la successiva attività rivoluzionaria in Narodnaja volja

In questo penitenziario,Originariamente il Castello lituano (Litovskij zamok) era una caserma che ospitava il reggimento lituano di fanteria, comandato dall'erede al trono, e quando dopo il 1823 cominciarono i lavori per convertirlo in una prigione, ne conservò il nome. la Gel'fman fu rinchiusa nell'ala riservata ai prigionieri appartenenti alle classi non privilegiate, mentre le altre donne condannate al suo processo e recluse al Litovskij, in quanto rappresentanti dei ceti sociali superiori, si trovavano in un settore separato. Sue compagne di lavoro erano criminali comuni, generalmente ree di accattonaggio, prostituzione e vagabondaggio. A Gesja, subito circondata dalle autorità carcerarie e dalle altre detenute da un'aperta intolleranza per essere un'ebrea implicata in un affare politico, furono affidati i lavori più degradanti e faticosi. Oltre a tutto ciò, il pessimo cibo le procurò una gastrite cronica. Certi amici, per alleviare il malessere che ella curava mangiando poco, le portavano tè e zucchero, alimenti non vietati dal rigido regolamento della prigione, ma l'invidia delle altre recluse le consigliò molto spesso di privarsene a loro beneficio.

Tuttavia due provvidenziali avvenimenti, accorsi a breve distanza di tempo, migliorarono sensibilmente la sua situazione. Dapprima fu trasferita al Litovskij Anna Toporkova, una delle donne giudicate al processo dei 50, che essendo di origine popolare condivise con la Gel'fman il medesimo corridoio della casa penale. E in seguito, in occasione della visita alla prigione di un comitato femminile, una signora di alto rango si soffermò a parlare con Gesja e decise di divenirne la paladina, con il risultato che, di colpo, l'atteggiamento di ostilità nei suoi confronti si stemperò. La Gel'fman fu allora alloggiata nella cella della Toporkova e poi entrambe, a causa dei comuni problemi intestinali, furono tradotte nell'infermeria del carcere, dove il lavoro coatto consisté nel ricamare tappeti e nel cucire le giubbe di lino per le truppe di stanza in Bulgaria. L'omicidio del capo della gendarmeria, generale Mezencov (1827-1878), per mano di Kravčinskij il 16 agosto 1878, volse nuovamente al peggio la vita carceraria di Gesja — come di tutti i prigionieri politici. La sua protettrice si fece da parte e ricominciarono le angherie. Ma la conseguenza più grave fu che, allo scadere dei tempi di carcerazione, il 26 marzo 1879, Gesja, invece di essere liberata, fu deportata sotto sorveglianza a Staraja Russa.

Non fu facile per Gesja vivere con i sei rubli elargiti mensilmente dallo stato, né poteva fare altrimenti. Gli agenti di custodia e le autorità locali, infatti, le resero impossibile integrare con qualche lavoretto quel magro reddito. Ancora una volta però la sua grande semplicità e la rara modestia le conquistarono l'interessamento di una giovane donna del posto che, impressionata dall'ingiusta e insostenibile situazione in cui si trovava, pur non facendo parte del movimento rivoluzionario, volle aiutarla, e le diede un po' di denaro e un passaporto per uso temporaneo. Una sera di ottobre, Gesja lasciò una lampada accesa nella sua stanza per far credere ai suoi guardiani che fosse in casa e, non vista, si diresse alla stazione. A novembre era a San Pietroburgo.

Giunta nella capitale, la Gel'fman si diede alla ricerca dei suoi vecchi amici di Kiev. Ritrovò Nikolaj Kolodkevič che divenne il suo compagno e che, in quanto membro fondatore di Narodnaja volja e componente del suo Comitato esecutivo, verosimilmente, garantì per lei e ne favorì l'ingresso nel partito come agente di secondo grado. I due non vivranno mai nello stesso appartamento per svolgere al meglio i rispettivi incarichi, ed è anche probabile che pochi sapessero del loro legame.

In Narodnaja volja, Gesja si occupò di portare la propaganda tra gli operai e fu la padrona di tre case sicure. Questo ruolo le era particolarmente congeniale ed ella seppe interpretarlo con intelligenza, accortezza e presenza di spirito, riuscendo a stabilire la necessaria armonia con il marito fittizio di turno e cordiali rapporti con i sospettosi portieri, occhi e orecchie della gendarmeria.