Il pathos (dal greco πάθος, pathos, a sua volta dal verbo πάσχω paskho, letteralmente "soffrire" o "emozionarsi"; aggettivo: "patetico", da παθητικός) in origine è un concetto filosofico del pensiero greco ed era una delle due forze che regolavano l'animo umano, opponendosi al logos, la parte razionale.
Secondo i greci, il pathos corrispondeva infatti alla parte irrazionale dell'animo; poteva avere connotazione sia positiva sia negativa a seconda del contesto (il verbo πάσχειν è, infatti, una vox media). Può indicare sia il sentimento come affezione dell'animo, sia un effetto-mezzo utilizzato per creare la partecipazione empatica del pubblico (συμπάθεια sumpàtheia, letteralmente "conformità di sentire" o "simpatia"). Per gli antichi greci questa "forza emotiva" era collegata alle realtà dionisiache o comunque dei riti misterici. Per questo il pathos indicava tutti gli istinti irrazionali che legano l'uomo alla sua natura animale e gli impediscono di innalzarsi al livello divino.
Nell'italiano moderno può assumere il significato di carica emotiva e di commozione derivati dalle rappresentazioni teatrali e delle arti figurative in genere, il sentimento insito in un'opera. In epica, quando si parla di pathos, si intendono quelle sequenze della vicenda più cariche di emozioni, come quando si descrive qualcosa di triste, una sofferenza.
Il pathos nella tecnica retorica Nella Retorica Aristotele identifica tre modalità artistiche di persuasione: il logos, il pathos e l'ethos. Il pathos è la persuasione derivata dall'appello alle emozioni; in altre parole, si rivela nell'emozione suscitata nell'ascoltatore.
Le reazioni emozionali possono avvenire in due diversi modi: con una metafora o con il racconto di un aneddoto; con l'uso di un intercalare pregno di passione nell'avanzare di un discorso. Aristotele identifica l’introduzione e la conclusione come due delle parti più importanti per suscitare emozioni in ogni discorso persuasivo.
Nel primo capitolo dell'opera, il filosofo affronta il modo in cui "gli uomini cambiano la propria opinione in base ai loro giudizi. Come tali, le emozioni hanno specifiche cause ed effetti" (Libro 2.1.2-3). Aristotele identifica il pathos come uno dei tre essenziali modi di persuasione, affermando che "capire le emozioni vuol dire dare loro un nome e descriverle, conoscere le loro cause e il modo in cui sono espresse". Aristotele postula che, oltre al pathos, l’oratore deve anche disporre di un buon ethos, affinché abbia credibilità (Libro 2.1.9).
Aristotele specifica quali sono le emozioni utili all’oratore (Libro 2.2.27). Così facendo, egli si focalizza su chi, a chi e perché, affermando che "non basta conoscere uno o anche due di questi punti; finché non li conosciamo tutti e tre, non saremo in grado di suscitare la rabbia in qualcuno. La stessa cosa vale per le altre emozioni". Aristotele, inoltre, combina un'emozione con un'altra affinché possano neutralizzarsi a vicenda. Per esempio, si potrebbero accostare tristezza e felicità (Libro 2.1.9).
Con queste premesse, Aristotele sostiene che l'oratore debba conoscere l'intera situazione e il pubblico che gli si presenta per capire come impostare il suo discorso e suscitare determinate emozioni affinché possa raggiungere i suoi obiettivi. Le teoria del pathos di Aristotele ha tre punti principali: il modo di pensare del pubblico, la diversa concezione delle emozioni in ogni persona e l’influenza che ha l’oratore sulle emozioni del pubblico. Aristotele considera l’ultimo di questi come obiettivo finale del pathos. Allo stesso modo, delinea l’importanza individuale delle emozioni persuasive, così come l’efficacia combinata di queste nel pubblico. Inoltre, egli discute sul piacere e sul dolore in relazione alle reazioni che queste due emozioni causano in un ascoltatore. Secondo Aristotele, le emozioni variano da persona a persona. Perciò, sottolinea l’importanza di capire gli specifici contesti sociali in modo da utilizzare con successo il pathos come metodo di persuasione.
Aristotele, inoltre, conia il termine παθημάτων κάθαρσιν ("pathemáton kátharsin", letteralmente "la purificazione che è propria di quei patimenti") in merito alle tragedie nella sua opera "Dell'arte poetica". Si tratta di quei patimenti che vengono espressi attraverso gli attori e sono recepiti dal pubblico, portando quest'ultimo alla catarsi, ovvero la purificazione, delle emozioni suscitate.
Il pathos in filosofia
L'elemento apollineo e dionisiaco Nella cultura greca, accanto alla visione del mondo caratterizzata dal buon senso, esiste la visione orfica - dionisiaca che rappresenta l'aspetto interiore e spesso inquietante della grecità e che costituisce l'argomento di alcuni miti e rituali orgiastici. Questi due elementi dello spirito greco, a cui fa riferimento Nietzsche all'interno della sua opera "La nascita della tragedia dallo spirito della musica" (1872), distinti e contrapposti, ma in rapporto costante e interconnesso tra loro vengono definiti rispettivamente "apollineo" e "dionisiaco". Il termine apollineo deriva dal Dio Apollo, importante divinità collegata al sole e alla bellezza. Egli è il Dio di tutte le facoltà figurative, patrono del bello e splendore dell'intimo mondo della fantasia. Questo termine fa subito riferimento a una bellezza statuaria ma può anche collegarsi alla delicata poesia. Lo spirito Apollineo è basato sulla ragione e sulla repressione degli istinti naturali. Nell'arte viene rappresentato nella scultura e nell'architettura. Il termine dionisiaco, al contrario, è basato su un forte entusiasmo per la vita, l'uomo gode completamente degli aspetti naturali e del proprio corpo. Questi due aspetti si sono concretizzati nella tragedia greca. Sulle due divinità, Apollo e Dioniso, è fondata larga parte della storia dell'arte occidentale, tra l'arte plastica di Apollo e l'arte non figurativa della musica di Dioniso. I due istinti, diversi e contrapposti, sono interconnessi al fine di trasmettere quel contrasto che l'arte riesce a risolvere solo apparentemente.
Il pathos nella filosofia cartesiana Le passioni sono definite da Cartesio «percezioni, o sentimenti o emozioni dell’anima che si riferiscono particolarmente all’anima stessa e sono causate, mantenute o rafforzate da qualche movimento degli spiriti».Le passioni dell'anima, Parte I, articolo XXVII.
La fisica cartesiana giunge a considerare macchine ogni organismo animale. Tra questi solo l’uomo risulta fornito di un’anima spirituale, che viene definita sostanza pensante. Si apre dunque il problema dell’interazione tra anima e corpo, due elementi concepiti da Cartesio nettamente distinte.
L’anima dell’uomo viene pensata come messa in relazione al corpo, ma la difficoltà sta nell’immaginare un movimento che si traduce in impulsi che a loro volta si traducono in sensazioni.
Intraprendendo un’approfondita ricerca sui due principali organi umani, il cuore e il cervello, Cartesio individua il punto di contatto tra queste due dimensioni nella ghiandola pineale, sede dell’anima e delle passioni, realtà assolutamente incorporea che “spinge” la ghiandola o ne subisce il movimento e sollecitazioni tradotte in sensazioni.
Contrariamente alle sensazioni, le passioni, pur scaturendo anch’esse dal corpo, sono poste in riferimento all’anima, che non avendole causate non può interagire con esse se non contrastandole riguardo a ciò che è bene e a ciò che è male e, partendo da questo punto, orientare l’azione morale.
Per Cartesio esistono sei passioni primitive: meraviglia, amore, odio, desiderio, gioia e tristezza.
«La meraviglia è una sorpresa improvvisa dell’anima», scrive Cartesio.Le passioni dell'anima, Parte II, articolo LXX. Poiché la meraviglia deriva dall’impressione che il cervello ha e a cui attribuisce un determinato peso. La particolarità della meraviglia non ha nulla a che vedere con la modificazione del cuore e del sangue, poiché per oggetto non vi è né bene né male ma solo conoscenza: tutto dipende dalla conoscenza acquisita attraverso i nostri organi.
Quando prova amore l’anima è agitata da passioni diverse, definite passioni complementari o alternative. Cartesio descrive l’amore come una cura per il corpo e per l’anima in quanto favorisce la digestione e il battito cardiaco, durante la fase dell’innamoramento, è ampio e regolare. In contrapposizione all’amore, si pone l’odio che provoca una pungente sensazione nel petto ed è negativo per la salute sia dell’anima sia del corpo in quanto induce a eliminare i cibi ingeriti e lo stomaco viene meno alla propria funzione.
Il desiderio non è altro che la volontà di ottenere qualche bene o di sfuggire a qualche male e fornisce al cervello impulsi più violenti, aumentando il battito cardiaco.
La gioia è provocata dalla dilatazione delle arterie principali che inducono il sangue a scorrere più velocemente producendo pensieri e immagini gai e tranquilli. In opposizione alla gioia vi è la tristezza che fa diminuire la quantità di sangue che scorre nelle vene limitando l’arrivo di pensieri idilliaci al cervello che, di conseguenza, produce pensieri spiacevoli.
Cartesio conclude i suoi ragionamenti filosofici postulando il dominio della ragione sui sensi e sulle passioni.
Il pathos secondo Pascal Per Blaise Pascal la questione più importante dell’uomo è l’interrogazione filosofica sul senso dell’esistenza e al suo relativo destino. Pur riconoscendo la validità del metodo razionalistico in campo scientifico, ritiene che lo stesso non dia risposte esaustive riguardo all’esistenza. Pertanto, Pascal crede che cuore e fede (che assumono una valenza intellettiva e non sentimentale) siano superiori alla ragione: sono infatti questi che “sentono” le ragioni dell’esistenza.
La passione in Pascal è quindi la fiducia cieca nel divino, che però non va contro la ragione, semplicemente la sorpassa; nell’uomo ragione e cuore convivono. Conoscere attraverso la fede è il primo passo verso la conoscenza effettiva e solo successivamente interviene la ragione. Pascal sa che gli uomini, basandosi sulla ragione, potranno solamente arrivare alla consapevolezza dei propri limiti, ma non a trovare il senso vero e ultimo dell'esistenza umana. L'uomo è quindi consapevole del suo stato e si riconosce infelice, soffre costantemente proprio per la presenza dei suoi limiti.
Questo è quello che distingue dagli animali dagli uomini. Le altre creature non sanno di esistere:
Il pensiero che distingue l’essere umano è dunque la drammatica autocoscienza della sua miseria, che alla fine però ne nobilita l’infelicità.
Per non sentire il peso dei suoi limiti, della “sua insufficienza”, l’uomo si dedica a delle passioni. Le passioni, definite divertissement, sono degli stratagemmi dell’uomo per tutelarsi dalla sofferenza, per sottrarsi alla consapevolezza della propria miseria e agli interrogativi circa la vita e la morte.
Il pathos nella filosofia hobbesiana