La forma dello strumento dell'esecuzione di Gesù, comunemente chiamato in italiano "la croce", è stata oggetto di discussione da almeno la fine del XVI secolo, quando Giusto LipsioDe cruce (Anversa 1594). distinse varie forme di croci. Con una terminologia da lui inventata,Gunnar Samuelsson, Crucifixion in Antiquity (Mohr Siebeck 2013, p. 3) ISBN 978-3-16-152508-7 Lipsio distinse fra tali strumenti di esecuzione la crux simplex (un unico palo al quale legare la vittima o con cui impalarla) e la crux compacta (un congiunto di due pali o travi in legno). Usò il termine crux simplex per quello che nel Cupido crucifixus di Decimo Magno Ausonio è chiamato stipes.Justus Lipsius, De cruce (Anversa 1594), p. 8 Della crux compacta Lipsio distinse tre tipi, ai quali diede i nomi crux decussata (a forma di X), crux commissa (a forma di T) e crux immissa (a forma di †).

La traversa della crux compacta (detta patibulum) non era necessariamente un tutt'uno con la parte verticale. Portata dal condannato al luogo della crocifissione, essa veniva lì unita al palo verticale, eventualmente con chiodi.James R. Edwards, The Gospel According to Mark (Eerdmans 2002 ISBN 978-0-85111778-2), p. 470John Granger Cook, Crucifixion in the Mediterranean World (Mohr Siebeck 2014 ISBN 978-31-6153124-8), pp. 17–34

Il patibulum era in uso, assieme ad altre modalità di crocifissione, già al tempo di Gesù. Ne parla, infatti, Seneca in un'opera scritta al tempo di Tiberio: alii brachia patibulo explicuerunt (= altri [crocifissi] allargarono le braccia sul patibulum).

Testimonianze cristiane dei primi secoli

L'apocrifa Lettera di Barnaba, datata al massimo a circa 30 anni dopo il Vangelo secondo Giovanni, ma secondo alcuni forse composta nel I secolo,Susanna Drake, Slandering the Jew: Sexuality and Difference in Early Christian Texts (University of Pennsylvania Press 2013, p, 29) ISBN 978-0-81220824-5Reidar Hvalvik, The Struggle for Scripture and Covenant (Mohr Siebeck 1996, p. 30) ISBN 978-3-16-146534-5Clayton N. Jefford, The Apostolic Fathers: An Essential Guide (Abingdon Press 2005, p. 10) ISBN 978-1-42676415-8 descrive il patibolo nel quale Gesù morì come avente la forma della lettera Τ: "la croce è raffigurata nel tau che doveva comportare la grazia".Lettera di Barnaba, IX, 7 Barnaba, poi, scorge un segno profetico della croce e di chi vi sarebbe stato crocifisso in quello che fece Mosè nella battaglia contro gli Amaleciti (Libro dell'Esodo, 17,8-13), quando "postosi più in alto di tutti distese le braccia" e "rappresenta[va] la figura della croce e di chi avrebbe dovuto patire (su di essa)".Lettera di Barnaba, XII, 2Testo originale greco e traduzione latina dalla Patrologia del Migneἵνα ποιήσῃ τύπον σταυροῦ καὶ τοῦ μέλλοντος πάσχειν – versione italiana Anche Giustino (circa 100 – circa 165), nel commentare l'episodio di Esodo 17,8-13, dove il testo biblico dice che Mosè "alzava" (ירים, ἐπῆρεν nella versione greca Septuaginta) le mani, senza specificare se le teneva sollevate direttamente sopra la testa o no, dice che Mosè "allargava" le mani su entrambi i lati, e aggiunge che, quando Mosè abbandonava "questa figura che imitava la croce" (σταυρός), il popolo veniva battuto, mentre, quando Mosè la manteneva, il popolo prevaleva "a causa della croce" (σταυρός). Attribuisce questo effetto non alla preghiera di Mosè, ma al fatto che, mentre al comando della battaglia c'era il nome di Gesù – in greco, Giosuè si chiama Ἰησοῦς, Gesù – Mosè "costituiva il segno della croce" (σταυρός).Dialogo con Trifone, 90: testo originale greco e traduzione latina dalla Patrologia del Migne, con nota sul fatto che Giustino dice "allargava", mentre nel testo biblico c'era "alzava".versione italiana (Dialogo con Trifone, Paoline 1988, p. 283) ISBN 978-88-3150105-7

Nella stessa opera Giustino descrive la croce da lui conosciuta come composta di un pezzo di legno verticale, al quale si adatta l'altro orizzontale, mentre in centro c'è un piolo su cui si appoggiano quelli che sono crocifissi.Dialogo con Trifone, 91 e interpreta l'agnello pasquale come simbolo della sofferenze della croce che il Messia doveva subire: per arrostire l'agnello, infatti, lo si fissa a due spiedi disposti a croce; il primo trafigge l'agnello dalla base alla testa, mentre all'altro, che attraversa le spalle, vengono attaccate le zampe.Dialogo con Trifone, 40

Ireneo di Lione (c. 130 - c. 202) dice che "la stessa struttura della croce presenta cinque estremità: due per il senso della lunghezza, due per la larghezza, e una al centro, sulla quale riposa colui che è affisso con chiodi".ipse habitus crucis, fines et summitates habet quinque, duos in longitudine, duos in latitudine, et unum in medio, in quo requiescit qui clavis affigitur – versione italiana

Negli Atti di Pietro, libro apocrifo della seconda metà del secondo secolo, san Pietro, mentre è crocifisso, dice: "È giusto, infatti, salire sulla croce di Cristo che è l'unica e sola parola distesa, della quale lo Spirito dice: "Che cos'è Cristo, se non la parola, l'eco di Dio?". Sicché la parola è l'asse dritto della croce, quello al quale sono crocifisso; l'eco è l'asse trasversale, cioè la natura dell'uomo; il chiodo che unisce l'asse trasversale a quello dritto è la conversione e la penitenza dell'uomo."Atti di Pietro, 38 (= Martirio di Pietro, 9)

Anche Tertulliano (c. 160 - c. 220), come Barnaba, paragona la croce alla lettera Τ."Ipsa est enim littera Graecorum Tau, nostra autem T, species crucis"(Adversus Marcionem, liber III, cap. XXII) Sulla forma a due braccia della croce ritorna anche commentando la benedizione di Mosè (Dt 33,13-17)."Giuseppe, che raffigurava anch'egli Cristo, e non solo per questo motivo (non voglio dilungarmi) che soffrì la persecuzione ad opera dei fratelli per la grazia di Dio così come Cristo la soffrì ad opera dei Giudei, suoi fratelli nella carne, quando viene benedetto dal Padre anche con queste parole: di toro è la sua bellezza, corna dell'unicorno sono le sue corna, con esse egli getterà in aria le genti fino al termine della terra (a) – dunque, l'unicorno non indicava il rinoceronte, né la bestia a due corna il minotauro, ma in lui era significato Cristo, toro per l'una e l'altra disposizione, per alcuni feroce in quanto giudice, per altri mansueto in quanto salvatore, le cui corna erano le parti estreme della croce. [ 4 ] Infatti, anche nel palo che fa parte della croce, le estremità sono chiamate corna, e unicorno è chiamato il palo centrale dello stipite. Per mezzo di questa potenza della croce e dotati di corna con questo significato, anche ora Egli getta in aria tutte le genti nella fede, sollevandole dalla terra al cielo, e anche allora le getterà in aria, abbattendole dal cielo alla terra". (Tertulliano; Opere scelte (1974) UTET; pag. 440)

Inoltre, secondo Tertulliano ed altri scrittori del II-III secolo, era abitudine comune dei cristiani pregare con tutto il corpo ritto e le braccia distese a croce. Tertulliano spiega: "Noi non solo eleviamo le mani ma anche le estendiamo, e nell'imitare la passione del Signore e nel pregare confessiamo Cristo"."manus […] nos vero non attollimus tantum sed etiam expandimus, et dominica passione modulantes, et orantes confitemur Christo" (De oratione, 14). Anche secondo le Odi di Salomone (un testo apocrifo perlopiù attribuito alla fine del I secolo e comunque non oltre il III) questo atteggiamento costituiva il "segno del Signore", adottato per pregare.Ode 27: "1 I stretched out my hands and sanctified my Lord: 2 For the extension of my hands is His sign:3 And my expansion is the upright tree [or cross]" Anche Eusebio di Cesarea racconta che un giovane cristiano della Fenicia, destinato ad essere dilaniato dalle belve, si mise imperterrito davanti ad esse a pregare con le braccia aperte "a mo' di croce".Eusebio, Storia Ecclesiastica, VIII, 7.4.

I paleocristiani, quindi, interpretavano l'usanza di pregare a braccia estese come una figura della croce di Cristo.Judith Couchman, The Mystery of the Cross: Bringing Ancient Christian Images to Life (InterVarsity Press 2010), p. 85 Secondo Naphthali Wieder, è stato proprio perché i cristiani interpretavano la preghiera a braccia estese come riferimento alla crocifissione del Messia che i giudei abbandonarono questa postura di preghiera precedentemente tradizionale nella liturgia ebraica.Uri Ehrlich, The Nonverbal Language of Prayer: A New Approach to Jewish Liturgy (Mohr Siebeck 2004), p. 117

Negli Atti di Paolo e Tecla, opera di finzione composta nel II secolo (dato che Tertulliano ne parla), si racconta che Tecla, messa sul rogo per essere bruciata viva ma poi salvata miracolosamente, "fece il segno della croce" (τὸν τύπον σταυροῦ ποιησαμένη), che potrebbe essere la prima menzione del gesto di fare il segno della croce. Non è chiaro il senso preciso dell'espressione τὸν τύπον σταυροῦ ποιησαμένη (τύπος, origine etimologica di termini quali "tipografia", significa "impronta", "marchio", "segno", "carattere" [di lettera dell'alfabeto], ecc.).Lorenzo Rocci, Vocabolario Greco-Italiano, ad vocem. Significava forse tracciare una croce su se stessa con la mano o incrociando le braccia? disporre due pezzi del legno del rogo in forma di croce? fare il segno della croce, come farebbe oggi un prete, sugli astanti o sul rogo prima di salirci sopra?lo studio Ἀπόκρυφες Πράξεις Πάυλου καἰ Θέκλας (Κατἀρτι 2008) ISBN 978-960-6671-20-3 dà il testo originale greco del passo alla p. 92 L'opera, pur di carattere leggendario (l'autore confessò di averla inventata lui), è un'ulteriore testimonianza della già consolidata prassi dei cristiani del II secolo di venerare la croce con segni visibili di qualche tipo in occasione di eventi significativi.

Un segno cristiano molto antico è il piccolo segno di croce sulla fronte. Già Tertulliano racconta che i cristiani avevano l'abitudine di tracciarlo ripetutamente nel corso della giornata:“In tutti i nostri viaggi e movimenti, in tutte le nostre partenze e nei nostri arrivi, quando ci mettiamo le scarpe, quando facciamo il bagno, a tavola, quando prendiamo le nostre candele, quando andiamo a letto, quando ci sediamo, in qualsiasi dei compiti di cui ci occupiamo segniamo la nostra fronte con il segno della croce”.De corona, 3: "Ad omnem progressum atque promotum, ad omnem aditum et exitum, ad uestitum, ad calciatum, ad lauacra, ad mensas, ad lumina, ad cubilia, ad sedilia, quacumque nos conuersatio exercet, frontem signaculo terimus." Tertulliano collega il segno della croce sulla fronte con un brano del profeta EzechieleTertulliano, Adversus Marcionem, 3, xxii, 6 nel quale si parla di un contrassegno messo "sulla fronte degli uomini che sospirano e gemono per tutte le abominazioni che si commettono in mezzo alla città".Ezechiele 9:4