Biografia Giovinezza La sua biografia ci è nota, più che dagli scarsi documenti storici, dalle fonti cronachistiche e letterarie, sebbene queste non possano essere considerate pienamente affidabili. Le principali fonti sono la Cronica in factis et circa facta Marchiae Trivixanae di Rolandino da Padova e la Chronica dominorum Ecelini et Alberici fratrum de Romano di Gerardo Maurisio da Vicenza, ambedue relative alle vicende delle rispettive città nel periodo ezzeliniano. Alle sue vicende amorose si accenna con ironia nelle tenzoni dei trovatori Jaufre Reforzat de Trets, Uc de Saint Circ e Johanet d'Albusson, mentre le sono solidali Peire Guilhem de Luserna e Sordello da Goito.
Cunizza era l'ultimogenita di Ezzelino II da Romano e di Adelaide degli Alberti e nacque probabilmente nel 1198. Il nome Cunizza è la forma italianizzata di Künnecke (forma del basso tedesco per Cunegonda).
I suoi genitori si erano sposati attorno al 1188, in seguito al ripudio di Ezzelino della terza moglie, Cecilia d'Abano, stuprata per vendetta da Gherardo da Camposampiero, essendo stato lui originariamente promesso sposo all'ereditiera, sennonché il padre di Ezzelino II era riuscito a persuadere il tutore di questa a sposarla invece al figlio. Adelaide era figlia di Alberto IV, dei conti di Prato e di Mangona, soprannominati "Conti Rabbiosi" . Sua madre era Imilia dei Guidi, figlia di quel Guido Guerra I Guidi adottato dalla Gran Contessa Matilde di Canossa e sorella di Guido Guerra II.
Di Adelaide si lodarono in particolare le doti d'ingegno e la sua vasta cultura: Rolandino la descrive dotta nel trivio, nel quadrivio e nell'astrologia giudiziaria. A tal proposito egli cita nella sua Cronica una lettera del marito Ezzelino ai figli Ezzelino e Alberico, scritta attorno al 1228: "Hoc enim dixisse mihi recolo matrem vestram, que stellarum cursus noverat, notabat celestes domos, sciebat etiam judicia planetarum; ait enim: En quia fata parant lacrymosos pandere casus / Gentem Marchixiam fratres abolere potentes / Viderit Axanum, concludent castra Zenonis". Quest'ultima una profezia sul destino dei due fratelli da Romano, i quali, esteso il loro potere e governato in tutto Veneto, avrebbero trovato la loro fine rispettivamente a Cassano (Ezzelino) e nel Castello di San Zenone (Alberico).
Dell'infanzia di Cunizza non si sa nulla né dove nacque, se nei feudi paterni di Onara o di Romano. Oltre ai fratelli Ezzelino ed Alberico, Cunizza ebbe tre sorelle - Palma Novella, Sofia ed Imilia (o Emilia) - e tre sorellastre - Palma, Agnese e Adelasia - avute dai precedenti matrimoni e relazioni del padre.
Eredità e politica matrimoniale nel Veneto del XIII secolo
Come in tutte le famiglie nobili italiane dell'epoca, la ricchezza familiare era distribuita tramite legami di sangue o di matrimonio. I figli di un nobile ricevevano solitamente una fraterna ossia un'eredità equamente divisa. Dal padre, nel 1223, Ezzelino III ottenne per l'appunto una fraterna dei vasti possedimenti assieme a suo fratello Alberico, mentre Cunizza ricevette 3.000 lire veneziane da essere usate come dote. Si denota quindi un cambiamento nelle politiche ereditarie, di matrice più patriarcale rispetto alla generazione precedente, che aveva conosciuto grandi ereditiere come Cecilia d'Abano e Speronella Dalesmanni. La donna poteva accedere ad una parte della propria dote alla morte del marito, tuttavia non sussiste alcun'evidenza che Cunizza recuperò i suoi fondi dotali alla sua seconda vedovanza.
Ottenuta la sua parte di eredità, Ezzelino III s'adoprò sia militarmente sia attraverso un'accorta politica matrimoniale ad accrescere la sua influenza nel Veneto. Nel 1249 fece imprigionare tre membri della famiglia Dalesmanni, in teoria i suoi più fidati alleati, poiché i tre nobili padovani, infatti, avevano in segreto organizzato un matrimonio tra la loro sorella e il conte Rizzardo da San Bonifacio di Verona, nemico giurato di Ezzelino. Per quest'ultimo l'unione equivaleva ad una dichiarazione di guerra e, finché visse, il da Romano continuò ad usare il matrimonio anche come casus belli, un metodo considerato decisamente poco ortodosso per l'epoca.
Il primo matrimonio e il ratto di Sordello Sappiamo di certo che nel 1222, durante la podesteria di Guglielmo Amato, la ventiquattrenne Cunizza sposò il trentaduenne conte Rizzardo da San Bonifacio, figlio di Bonifacio, della famiglia dei conti di Verona. Il matrimonio rientrava nella politica di Ezzelino II, che intendeva distendere i rapporti con la famiglia rivale per introdurre al contempo la propria nella vita pubblica veronese. Non è un caso se, pressoché contemporaneamente, il fratello Ezzelino III sposava la sorella di Rizzardo, Zilia. Un anno prima, l'altro loro fratello Alberico aveva impalmato una nobildonna vicentina, Beatrice, per consolidare la sua posizione nella città berica, i cui territori facevano parte della sua fraterna. Si può intravedere dunque l'abile regia del vecchio Ezzelino II, in procinto di ritirarsi a vita religiosa, di proiettare i fratelli da Romano in primo piano nello scenario politico regionale.
Purtroppo, la tensione tra i due casati non tardò a ricrescere a causa dell'alleanza tra i San Bonifacio e gli Este, famiglia politicamente avversa ai da Romano. Questi ultimi continuarono ad affiancare la pars dei Montecchi contro la pars Comitum con a capo i San Bonifacio. Di conseguenza, sia Ezzelino che suo padre, giudicando Cunizza in pericolo di divenire un ostaggio a casa di Rizzardo, decisero in comune accordo di incaricare il trovatore Sordello da Goito di rapire la congiunta e di riportarla al sicuro alla corte paterna. Secondo Girolamo Biscaro il fatto va collocato tra la seconda metà del 1222 e la fine del 1223, mentre Fernando Coletti lo data nel 1226, sebbene nel 1225 Cunizza risulti già accanto alla cognata Zilia a Treviso e a Oderzo, presso la famiglia d'origine. Certamente nel 1226, quando Ezzelino III divenne podestà di Verona e colse l'occasione per esiliare il cognato Rizzardo, l'unione tra i due coniugi poteva dirsi de facto recisa.
Secondo la vida A, Sordello s'innamorò per divertimento di Cunizza e lei di lui, ancora quando i due vivevano alla corte dei San Bonifacio a Verona, rimanendo tuttavia la loro relazione di natura platonica e conforme al concetto dell'amor cortese. Ne sarebbe prova un partimen tra il trovatore mantovano e Guillem de la Tor - Uns amics et un’amia - laddove i due interlocutori chiamano rispettivamente a giudizio Adelaide di Viadana e Cunizza. Nella vida B, invece, Sordello, descritto come un grande amatore, falso e ingannatore nei confronti delle donne e dei signori presso i quali dimorava, avrebbe corteggiato e sedotto Cunizza, a sua volta donna passionale e attratta dall'avventura, sicché non è da escludere che dopo la fuga il loro rapporto doveva essersi fatto concreto, come sostenuto anche dal Rolandino.
Certamente il ratto di Cunizza suscitò un enorme e diffuso scalpore, amplificato dai trovatori: accenni più o meno velati a questa vicenda sono infatti contenuti in Jaufre Reforzat de Trets, Dui cavalier ioglar mi dizon mal ("Sordel ten hom per cavalier leial, / qar leialmen saup la dona enantir / q’el fes de nueg de son alberc fugir"); in Peire Bremon Ricas Novas, En la mar major sui e d’estiu e d’invern ("mas En Sordels joguet a guisa de badoc / qan si mezeis aduis e la fersa el deroc"), ma anche Lo bels terminis m’agenssa e Tant fort m’agrat del termini novel; in Granet e Bertran d’Alamano, Pos anc no·us valc amors, senhe·N Bertran ("Pos En Sordel n’a ben camjadas cen") nel quale però si fa più riferimento alla fama di dongiovanni di Sordello, sicuramente accresciuta dall’episodio del rapimento della da Romano.
Nel frattempo, Cunizza aveva avuto un figlio dal marito, chiamato Leoisio o Ludovico, che però dovette lasciare a Verona quando Sordello la rapì. La separazione tra madre e figlio, per quanto dolorosa, era la prassi all'epoca sia in caso d'annullamento del matrimonio sia di vedovanza, per assicurare la stabilità e discendenza della famiglia del marito. Inoltre, non si può escludere che i San Bonifacio non avrebbero esitato a rivendicare anche con la forza la loro patria potestà sul bambino, fastidio che i da Romano volevano evitare, considerato che fecero prelevare di nascosto Cunizza e che non chiesero mai ufficialmente l'annullamento del matrimonio.
Dopo il ratto della consorte, Rizzardo seguitò nella sua alleanza con gli Estensi in opposizione alle ambizioni dell'ex-cognato: nel 1230 e 1231 egli venne imprigionato da Ezzelino per aver attaccato la sua roccaforte a Lonigo nel Vicentino. A seguito della precaria pace di Paquara (1233), il San Bonifacio si trovò sempre più politicamente isolato a Verona, dove Ezzelino III e i Montecchi detenevano ormai saldamente il potere. Nel 1237 Rizzardo fu nuovamente podestà di Mantova, e si riconciliò per breve tempo con Federico II, ma nel giugno 1239, al momento del massimo sforzo dell'Imperatore per affermare la propria autorità nell’Italia settentrionale, egli fu bandito da Verona ed i suoi beni confiscati, così come i marchesi d’Este e l’intera pars guelfa.
Suo figlio Leoisio aveva intanto ereditato il titolo comitale nel 1237 nonché il controllo del castello di S. Bonifacio. Nel 1243 il giovane conte si ritrovò assediato dal suo stesso zio materno, di persona al comando dell'esercito veronese. Stando alle cronache del Rolandino, Ezzelino in quell'occasione trattò il nipote con molta "familiaritas et dilectio" e lo invitò alla prudenza. In caso si fosse arreso, il da Romano giurò sia di rilasciargli un lasciapassare per riunirsi al padre sia di continuare a detenere il possesso dei suoi beni mobili. Intuendo forse l'impossibilità di difendere oltre la roccaforte, Leoisio accettò la proposta dello zio e gli cedette il castello, che venne subito meticolosamente distrutto da Ezzelino. Raggiunto il padre Rizzardo a Mantova, Leoisio ne seguirà le sorti fino alla morte di questi nel 1252 e continuerà a militare per la pars guelfa in alleanza cogli Este.
La relazione con Bonio da Treviso e il secondo matrimonio La storia amorosa tra Sordello e Cunizza ebbe vita breve: secondo la vida A, Ezzelino III non tardò a bandire il trovatore dalla sua corte, onde preservare la reputazione del suo casato e della sorella, già di suo compromesso per lo scandaloso rapimento. Sordello, inoltre, era di ceto inferiore rispetto ai da Romano e, di conseguenza, la sua relazione con una loro esponente era stata percepita come un tentativo d'arrampicamento sociale da parte del trovatore mantovano.