Biografia La vita a Napoli alla corte del re Giovanni Battista Cybo nacque a Genova, figlio di Arano Cybo, senatore della Repubblica di Genova (poi viceré di Napoli), e di Teodorina de' Mari, d'illustre casata genovese. Dopo essere stato nominato, nel 1455 da papa Callisto III, senatore di Roma (carica all'epoca monocratica), il padre fu nominato viceré del Regno di Napoli, un'altissima carica dello Stato, e si trasferì quindi nella sua capitale. Qui Giovanni Battista ricevette vari incarichi, conoscendo i piaceri della vita mondana e, nel corso degli anni, divenne padre di sette figli, di cui due furono legalmente riconosciuti (pur non sposando la madre, che resta ignota): Franceschetto (1449-1519) e Teodorina (1455-1508). Gli altri cinque figli vennero fatti passare per suoi nipoti ed entrarono ugualmente a corte.
La conversione e la carriera ecclesiastica Per volere paterno Giovanni Battista si trasferì successivamente a Padova e a Roma, dove proseguì gli studi; nel 1457, alla morte di Arano, abbracciò lo stato clericale, trasferendosi ben presto nella corte papale di Roma ed entrando al servizio del cardinale Filippo Calandrini che lo aiutò molto nel suo percorso religioso. Guadagnatasi la fiducia di papa Paolo II, ottenne da lui diversi incarichi, tra cui la promozione a vescovo di Savona il 5 novembre 1466. Sei anni dopo dovette lasciare la Liguria: a causa di dissidi con gli Sforza, che detenevano il controllo della regione, il 16 settembre 1472 fu trasferito da papa Sisto IV nella diocesi di Molfetta e qui divenne una figura popolare, poiché per tutta la durata dell'incarico risiedette stabilmente nella diocesi, cosa rara all'epoca, divenuta prassi solo dopo il Concilio di Trento. Il temperamento calmo e l'affidabilità favorirono il Cybo nel suo avanzamento di carriera nella Curia pontificia; nel concistoro celebrato da Sisto IV il 7 maggio 1473, su proposta di Giuliano della Rovere, fu nominato cardinale presbitero, ottenendo prima il titolo di Santa Balbina e, nel gennaio del 1474, quello di Santa Cecilia.
L'elezione al Soglio
Papa Sisto IV morì il 12 agosto 1484 e il 26 agosto si aprì il conclave. I due protagonisti furono i cardinali Giuliano della Rovere e Rodrigo Borgia, a capo delle due fazioni che si contesero l'elezione al Soglio. Tre giorni dopo uscì eletto invece Giovanni Battista Cybo. L'esito inaspettato derivò dal fatto che nessuno dei due esponenti fu in grado di far prevalere la propria candidatura su quella del rivale. Infatti il della Rovere era allora ancora troppo giovane (aveva 41 anni), mentre il Borgia non aveva dalla sua parte un numero sufficiente di elettori. Come già successo in precedenza, i cardinali elettori, per uscire dalla situazione di stallo, scelsero un "papa di transizione", un uomo debole per natura, perciò sensibile alla loro influenza. Il cardinale Cybo corrispose pienamente a tali requisiti e, in questo senso, non deluse le speranze dei suoi elettori. L'elezione di Innocenzo VIII fu il frutto dell'influenza del cardinale della Rovere. Al momento dell'ascesa al Soglio aveva solo 52 anni, quindi non era anziano, ma la sua salute cagionevole non prometteva un pontificato lungo. L'ambasciatore fiorentino lo giudicò un uomo atto più a essere consigliato che a consigliare. Nondimeno il nuovo pontefice possedeva una propria visione delle cose, pur difettandogli certamente l'attitudine al comando.
Il 12 settembre Giovanni Battista Cybo fu incoronato in San Pietro. Scelse il nome di Innocenzo VIII in memoria di un altro papa genovese, Innocenzo IV (1243-1254), riprendendo così una successione rimasta in sospeso dai tempi dello Scisma d'Occidente. Innocenzo VIII fu il primo papa per la cui elezione è documentato l'utilizzo della formula Habemus Papam; è tuttavia probabile che essa fosse tradizionalmente usata anche prima, ma è solo a partire dal suo pontificato che tale formula viene attestata e canonizzata.
Il pontificato Governo della Chiesa La riorganizzazione della Curia
Come i suoi predecessori, Innocenzo VIII favorì la propria famiglia, ma nei primi cinque anni del suo pontificato non nominò nessuno dei suoi parenti cardinale. Confermò nel suo incarico di consigliere principale della Curia Giuliano della Rovere (al quale, in fin dei conti, doveva il cardinalato e il pontificato). Anche Rodrigo Borgia, il rivale del della Rovere, fu confermato in Curia come vicecancelliere (una sorta di primo ministro). Innocenzo VIII trascorse il pontificato minacciato da problemi di salute, fu quindi obbligato a fidarsi dei suoi principali consiglieri e a delegare loro molte scelte. Anche quando nominò cardinale suo nipote Lorenzo Cybo de Mari, non tolse ai suoi due consiglieri principali alcuna funzione per conferirla al parente.
Il nuovo pontefice ereditò una situazione finanziaria pesantemente in deficit: il debito ammontava a 250 000 ducati.
Innocenzo non si perse d'animo e innanzitutto impegnò la propria tiara e parte del tesoro presso una banca romana. La mala gestione delle finanze pontificie da parte di Sisto IV spinse papa Innocenzo a rivedere la struttura della Curia Romana. Tale riorganizzazione, più che dettata dal buon senso, fu animata anche dalla volontà di lucrare sui nuovi uffici creati appositamente dietro un lauto pagamento:
La bolla Summis desiderantes
Il 5 dicembre 1484, in risposta alle esortazioni del tedesco Enrico Kramer, detto Institore, papa Innocenzo VIII emanò la famosa bolla pontificia Summis desiderantes. Indirizzata agli inquisitori Enrico Kramer e Giovanni Sprenger, domenicani, la bolla confermava la procura ad agire nei territori sotto la giurisdizione delle Chiese di Brema, Colonia, Magonza, Treviri e Salisburgo verso tutte le persone sospettate di essere in combutta con il diavolo, di praticare la stregoneria e di fare malefici alle persone e alle cose. Il documento divenne la causa di molti processi istituiti dall'Inquisizione nei paesi dell'Europa cristiana.
Contrariamente all'importanza che le è stata assegnata dagli storici, la bolla di Innocenzo VIII non scatenò nessuna caccia alle streghe. Il suo contenuto non è fondamentalmente diverso dalle decine di documenti simili regolarmente emessi dai papi che lo precedettero. Innanzitutto, la bolla non ebbe un carattere dogmatico. Inoltre, non parlava di bruciare le streghe sul rogo. Al contrario, richiese ai due inquisitori, nei confronti delle persone colpevoli dei crimini descritti, di "imprigionarli e confiscare i loro beni". L'importanza della Summis desiderantes affectibus sta piuttosto nel fatto che si trattò di una delle prime bolle papali data alle stampe, cosicché il suo bacino di utenza fu molto ampio. Uno dei destinatari della bolla, l'inquisitore Enrico Kramer, la allegò alla sua opera Malleus Maleficarum ("Il Martello delle streghe"), approvata il 9 maggio 1487 dalla Facoltà di Teologia dell'Università di Colonia) e la riprodusse anche nelle edizioni successive.
Innocenzo VIII continuò l'ambigua politica di Sisto IV nei confronti dell'Inquisizione spagnola. Protestò contro i suoi abusi, ma non prese nessuna misura concreta per fermarli. Nel 1487 approvò la nomina a Grande Inquisitore di Tomás de Torquemada.
La Crociata contro i Valdesi Innocenzo bandì inoltre una crociata contro i Valdesi, comunità cristiana non cattolica che abitava numerose valli delle Alpi occidentali. Il pontefice offrì l'indulgenza plenaria a tutti coloro i quali vi si fossero impegnati. A questo scopo, il 27 aprile 1487 emise una bolla con la quale nominò legato Alberto Cataneo, arcidiacono di Cremona perché intervenisse presso Carlo VIII re di Francia e Carlo I duca di Savoia per convincerli ad approntare una spedizione armata. Se nella regione francese del Delfinato i Valdesi furono cacciati dalle truppe francesi, la debolezza del Ducato di Savoia non permise alle forze piemontesi di sradicare le comunità valdesi, che rimasero prospere fino alla persecuzione bandita da Emanuele Filiberto nella seconda metà del XVI secolo.
La condanna di Pico della Mirandola Innocenzo VIII perseguitò non solo presunte streghe ed eretici, ma anche proposizioni filosofiche. Il pontefice attaccò con veemenza la philosophia del modenese Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), uno dei più celebri filosofi umanisti, propugnatore di una filosofia che si basava sull'acquisizione del sapere cristiano, pagano e della Cabala ebraica, che fece confluire nelle Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicaeGiovanni Pico della Mirandola in Dizionario di Filosofia Treccani online. Nel 1487 Innocenzo VIII proibìG. Di Napoli, G. Pico della Mirandola, SCV, 1956, pp. 139-187, con la minaccia di severe censure ecclesiastiche, la lettura delle 900 proposizioni; il libro stesso che le conteneva fu bruciato e Pico, benché fosse fuggito in Francia per non cadere nelle mani dell'Inquisizione, fu catturato in quel Paese e rinchiuso nel castello di Vincennes nel 1488. Fu liberato su intervento di Lorenzo il Magnifico.
Relazioni con i monarchi cristiani Mentre nell'Europa balcanica il pontefice non riuscì a fare passi avanti nei confronti dei musulmani, Innocenzo VIII accolse con gratitudine la notizia, proveniente dalla Spagna, della caduta di Granada, il 2 gennaio 1492, avvenuta per merito di Ferdinando II d'Aragona e Isabella di Castiglia. La caduta dell'ultimo possedimento musulmano nella penisola iberica venne celebrata a Roma con grandi festeggiamenti e fece guadagnare ai re di Spagna e ai loro successori il titolo di "Maestà Cattolica". Le manifestazioni di gioia furono accompagnate dai festeggiamenti del Carnevale, resi splendidi grazie al gusto artistico del cardinale Raffaele Riario.
Nel 1486, Enrico VII Tudor fu dichiarato detentore di diritto della corona inglese per diritto di conquista, ereditarietà e scelta popolare.
Relazioni con gli Stati italiani La guerra contro Napoli (1485-1486) Ferrante d'Aragona cercò di usare il suo potere militare per troncare il vincolo feudale che legava il Regno di Napoli alla Santa SedeIl Regno di Napoli, formalmente, era vassallo della Chiesa.. Nel giugno 1485 rifiutò di consegnare le 8 000 once d'oro previste nella cerimonia della chinea e organizzò l'invasione del Lazio. Innocenzo VIII, consigliato dal cardinale Giuliano della Rovere, offrì la sua protezione ai baroni napoletani fedeli agli Angioini. Inoltre ricevette il sostegno delle Repubbliche di Genova, di Venezia e della Francia, la quale sperava di riconquistare il trono di Napoli, già degli Angioini (1282 - 1442). Successivamente il papa convocò a Roma il condottiero Roberto Sanseverino e lo mise a capo del suo esercito (10 novembre 1485).
Ferrante, alleato di Firenze e di Milano, rispose con l'assunzione degli Orsini al proprio servizio in qualità di condottieri. Nell'inverno 1485 l'armata napoletana, guidata da Alfonso d'Aragona, figlio di Ferrante, e rafforzata dalle truppe di Virginio Orsini, penetrò nel Lazio dai monti Sabini, ma non riuscì a raggiungere l'Urbe a causa della resistenza dell'esercito pontificio. Il Sanseverino ordinò il contrattacco (gennaio 1486) costringendo Alfonso d'Aragona a riparare a Pitigliano, un possedimento degli Orsini nella Toscana meridionale. Lo stallo durò fino ai primi di maggio. Poi la fortuna girò a favore dei napoletani. Essi si riorganizzarono e sconfissero il Sanseverino a Montorio (60 km da Roma). Il Papa, passati tre mesi, capì che le prospettive di vittoria erano svanite e iniziò a preparare la pace. Scelse il cardinale Giovanni Michiel per condurre le trattative con i napoletani, che portarono al Trattato dell'11 agosto 1486. Il Ducato di Milano e la Repubblica di Firenze figurarono come garanti della sua osservanza. Il cardinale della Rovere, fautore reale della guerra contro Napoli, perse la fiducia del pontefice, che decise di non avvalersi più della sua collaborazione [...].