Biografia La "carriera" criminale Secondo quanto da lui stesso dichiarato, inizia la sua carriera criminale nel 1978, affiliandosi al clan Cariolo, che aveva base operativa della zona sud di Messina. Dichiara di essere stato affiliato in seguito, nel 1981, al clan Costa (rivale del clan Cariolo), alla presenza di Domenico Di Blasi (ritenuto braccio destro del boss Gaetano Costa) e di altri mafiosi calabresi detenuti a Messina, tra questi Pepè Onorato (ritenuto un altro soggetto di vertice), secondo quanto da lui stesso dichiarato. Venne incriminato ancora giovanissimo nel maxiprocesso di Messina del 1986, insieme al fratello Rosario, ma ne finì assolto.

Secondo le sue stesse dichiarazioni e quelle di altri pentiti, strinse rapporti con i Santapaola di Catania tramite l'amico Francesco Romeo, messinese ma cognato del boss catanese Nitto Santapaola. Ha affermato di essere stato incaricato da Santapaola di uccidere il suo rivale Alfio Ferlito nel 1982. Tuttavia successivamente tale omicidio fu ordinato ad altri ed a Sparacio fu chiesto solo di procurare un fucile di precisione. Sparacio andava spesso a Catania e alcuni mafiosi catanesi lo raggiungevano altrettanto spesso a Messina, incontrandosi in un deposito appartenente a Romeo, situato nei pressi di Via La Farina. Oltre a Santapaola dichiara di aver avuto rapporti anche stretti, con altri elementi di spicco della mafia catanese, come Aldo Ercolano, Eugenio Galea, Francesco Mangion, Salvatore Tuccio, Giuseppe Pulvirenti, Natale D'Emanuele, Marcello D'Agata, Piero Puglisi, Natale Di Raimondo, Calogero Campanella, Nicola Maugeri e Carmelo Grancagnolo. Dal processo "Orsa Maggiore 1" è emerso che Sparacio si occupava della protezione di alcune imprese attenzionate dai catanesi che operavano a Messina. La "rendita" per ogni attività di interesse dei boss catanesi sul territorio messinese veniva in parte conferita allo stesso Sparacio ed al suo clan.

Sparacio ha rivelato nel corso del processo Musotto e del processo Orsa Maggiore I, di aver conosciuto nel 1987 Tommaso Cannella, ritenuto uno dei capi della zona di Prizzi, tramite intercessione del catanese Aldo Ercolano. Cannella era stato temporaneamente trasferito dal carcere di Pianosa al carcere di Messina e doveva restare a Messina, invece che tornare nel carcere di Pianosa, poiché sarebbe stato comunque scarcerato a breve. Sparacio si sarebbe interessato per fare in modo che restasse in infermeria. Ha dichiarato altresì di essersi incontrato anche nel 1989 col Cannella nella sua tenuta di Vicari, per questioni legate alla droga e per ottenere dell'esplosivo per far saltare l'auto blindata di un altro capo-clan a Messina (di cui non specificò il nome) con il quale in seguito si riappacificarono. A casa di Cannella, Sparacio avrebbe conosciuto anche Giuseppe Farinella.

Secondo quanto riferito dal pentito Antonio Cariolo durante il processo Orsa Maggiore I, il canale privilegiato da Sparacio era quello dei Santapaola. Con le altre organizzazioni catanesi, come il clan dei Cursoti di Giuseppe Garozzo, venivano fatti piccoli affari riguardanti la droga, tramite anche il clan di Mario Marchese, ma non oltre, per non sfavorire gli stessi Santapaola. Secondo quanto deposto, capitava che altri clan catanesi volessero inserirsi nel traffico di armi con il clan Sparacio, ma ciò non avveniva per via del legame di Sparacio con i Santapaola. In particolare Cariolo fa riferimento ad un canale d'approvviggionamento di armi provenienti da Milano, e menziona: mitragliette Uzi, mitragliatori Kalashnikov, mitragliette Spectra, pistole Beretta ed altri tipi di pistole dell'est Europa.

Nel 1992 a Rometta, il boss messinese avrebbe, secondo alcune fonti, incontrato personalmente il corleonese Leoluca Bagarella ed un palermitano che rispondeva al cognome di Mangano (forse Antonino Mangano, boss reggente del mandamento di Brancaccio) per parlare di alcuni appalti importanti da gestire a Messina in quegli anni, ed inoltre Bagarella gli domandò se sapesse dove Benedetto Santapaola trascorreva la sua latitanza. Nel corso del processo Musotto, Sparacio tornò su questo episodio e specificò che Bagarella, sembrava avesse l'intenzione di fare uccitere Santapaola, ma disse "ho capito che dovevamo essere noi messinesi a farlo, e questa cosa non mi stava bene". Nella stessa deposizione ha rivelato che Mangano e Bagarella, in un incontro a Roma nel '93, gli proposero di uccidere Gianni De Gennaro, capo della criminalpol.

Il pentito Cariolo nel corso del processo Orsa Maggiore I parlò di un incontro a Porto Rosa, chiesto dal barcellonese Giuseppe Gullotti a Sparacio, al quale doveva partecipare anche Leoluca Bagarella, per parlare di affari di grossa portata. Cariolo chiarisce di non sapere se questo incontro avvenne o meno.

In un interrogatorio reso nel 1999 al P.M. di Messina, Sparacio raccontò che nel 1992, a Rodia, partecipò ad un vertice con Michelangelo Alfano, Rosario Pio Cattafi, Filippo Battaglia e il deputato Marcello Dell’Utri (futuro senatore ed europarlamentare). Secondo Sparacio "Alfano con Dell’Utri dovevano fare investimenti su Milano” ha detto “Loro parlavano d’affari… erano in affari… Non leciti. Con tutto il rispetto non voglio parlare di nulla”. Non a caso dalle successive indagini emerse che Alfano aveva diversi amici imprenditori che operavano a Milano ed erano in società con la figlia di Vittorio Mangano. Mentre Rosario Pio Cattafi e l'avvocato messinese Filippo Battaglia avevano rapporti con delle imprese produttrici di armi, e sono stati sospettati di rapporti con la massoneria deviata, con la magistratura e con i servizi segreti italiani.

La controversa collaborazione con la giustizia Nel gennaio del 1994, Sparacio venne arrestato. All'epoca il quotidiano "La Repubblica" riportò che di fatto sembrava che Sparacio vivesse una vita tutt'altro che limitata anche dopo l'arresto e la collaborazione con la giustizia: prendeva aperitivi in rinomati bar del centro cittadino, frequentava la sua amante, incontrava complici mafiosi e amministrava il suo vasto impero di beni e attività illecite, sostenuto da un sistema corrotto che coinvolgeva anche funzionari giudiziari, nonostante le ripetute segnalazioni di poliziotti e carabinieri. Questi favoritismi rivolti al boss probabilmente avevano lo scopo di evitare che venissero fatti i nomi di alcuni imprenditori, politici o altre figure di spicco.

La rete di lusso di Sparacio comprendeva beni come una Ferrari Berlinetta, una villa lussuosa sul litorale del quartiere Mortelle di Messina, un locale a Taormina, proprietà agricole e commerciali (di cui probabilmente una in Sud America), e una fabbrica in provincia di Latina, oltre le attività criminali. Si poteva permettere anche vestiti di un certo pregio, come un iconico giubotto di renna.

Solo nel 1998, grazie alla denuncia dell'avvocato Ugo Colonna, venne smascherato un sistema marcio e radicato di collusioni. Nel 2000 furono arrestati anche il sostituto procuratore nazionale antimafia Giovanni Lembo, il giudice per le indagini preliminari Marcello Mondello e tanti altri, accusati di aver protetto Sparacio, consentendogli di continuare a delinquere.

Quando uno dei magistrati del pool antimafia ha esaminato per la prima volta i verbali delle confessioni di Luigi Sparacio rimase sbalordito. Le dichiarazioni contenevano dettagli sulle recenti trame mafiose e sugli attentati che hanno scosso l'Italia, e i nomi che vi figuravano erano altamente compromettenti. Il pentito menzionò ex ministri e sottosegretari, parlamentari, membri di logge massoniche, persone che lavorano in prefetture e caserme, banchieri, imprenditori, e magistrati, tutti con legami e interessi con Cosa Nostra e altre organizzazioni mafiose. "Ho dovuto leggere quei nomi tre volte per credere che fosse tutto vero", ha confessato il magistrato. I nomi riguardavano Messina, Reggio, e includevano figure note a Roma e Milano, e persino in Svizzera. Per ciascuno di questi nomi, il pentito fornì dettagli sui ruoli e sui rapporti, offrendo prove concrete.

Tra le dichiarazioni di Sparacio, una riguarda una possibile intenzione da parte di Totò Riina di escludere Nitto Santapaola, in quanto quest'ultimo era contrario alla strategia delle stragi.

Dopo la detenzione Durante la pandemia di Covid-19 in occasione del funerale del fratello, ha fatto sapere di stare per saldare il suo conto con la giustizia, e che avrebbe iniziato una nuova vitaBruno Tucci, La strage mentre un pentito parlava, Corriere della Sera, 20 gennaio 1994.. Il nipote (figlio del fratello Rosario) Salvatore Sparacio, è stato anch'egli indiziato tra i vertici della criminalità organizzata messinese, nel corso dell'operazione "Provinciale".

Note