Il ṣumūd, o sumud (, dal verbo , ṣamada, "organizzare, accumulare, salvare"), , è un valore culturale e una strategia politica del popolo palestinese, affermatosi sulla scia della guerra dei sei giorni del 1967 in riposta all'oppressione israeliana e alla resistenza da essa ispirata..

Le persone che esibiscono ṣumūd sono chiamate ṣamīdīn, le cui forme singolari sono ṣamīd (m.) e ṣamīda (f.).

Con l'evolversi del termine, i palestinesi hanno distinto due forme principali di sumud: la prima, il “ṣumūd statico”, è una forma di resistenza definita da Ibrahim Dhahak come "la conservazione dei palestinesi sulla propria terra" in risposta ai tentativi di colonizzazione israeliana della Cisgiordania e di pulizia etnica. La seconda, il “ṣumūd di resistenza” (), è un'ideologia più dinamica che cerca modi per costruire istituzioni alternative per resistere e indebolire l'occupazione israeliana della Palestina.

Il simbolo per eccellenza del ṣumūd e del radicamento palestinese alla terra è l'ulivo, pianta indigena del bacino mediterraneo e onnipresente in tutta la Palestina.. Un'altra icona del ṣumūd spesso raffigurata nelle opere d'arte palestinesi è la figura della madre, più specificamente una contadina incinta..

Origini e sviluppo In Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, il ṣumūd rappresenta la strategia politica palestinese adottata dal 1967 in poi, in seguito alla guerra dei sei giorni. In quanto concetto strettamente legato alla terra, all'agricoltura e alla loro condizione di indigeni, l'immagine ideale del palestinese proposta in quel periodo era quella del fallah, il contadino che rimaneva sulla proprio terra rifiutandosi di andarsene. Il sociologo israeliano Baruch Kimmerling scrive che l'adozione di una strategia di ṣumūd fu motivata dal desiderio di evitare una seconda pulizia etnica.. Questa concezione di ṣumūd è una forma di resistenza più passiva rispetto a quella adottata dai fedayyin palestinesi, sebbene abbia fornito un importante sottotesto alla narrazione dei combattenti "simboleggiando la continuità e i legami con la terra, con i contadini e lo stile di vita rurale".

Ṣumūd statico Negli anni '70, quando l'abbandono delle attività militanti clandestine dei fedayyin palestinesi galvanizzò la nozione di ṣumūd tra i palestinesi che ancora vivevano nella Palestina storica, la figura della madre emerse come rappresentazione del ṣumūd. Contemporaneamente, in quest'epoca porsperava un movimento per la difesa del patrimonio culturale e del folclore palestinese, espresso anche dalla produzione di poster artistici raffiguranti contadine visibilmente incinte, che si è così affermata come icona culturale del ṣumūd.

Alla fine degli anni '70, il ṣumūd invocava "una terza via collettiva tra sottomissione ed esilio, tra passività e [...] violenza per porre fine all'occupazione". Il ṣumūd statico, sebbene segnato dalla determinazione a rimanere sulla propria terra, era anche caratterizzato da un atteggiamento di rassegnazione. L’obiettivo di rimanere semplicemente al proprio posto si manifesta nella dipendenza dagli aiuti internazionali come quelli ricevuti dal comitato giordano-palestinese, istituito dalla Lega araba al vertice di Baghdad nel 1978.

Ṣumūd di resistenza L'emergere di comitati di soccorso medico nei primi anni '80, composti da medici degli ospedali di Gerusalemme che trascorrevano i loro giorni liberi facendo volontariato per istituire e gestire cliniche nei villaggi palestinesi, fu la prima manifestazione diffusa del ṣumūd di resistenza. Nel 1983, otto di questi comitati fornivano servizi medici in tutta la Cisgiordania sotto la bandiera dell'Unione dei Comitati Palestinesi di Soccorso Medico (), che servirà da modello per altri comitati simili negli anni e nei decenni successivi.

A metà degli anni '80 Yasser Arafat, descrivendo il ṣumūd come una strategia politica presuppota alla lotta armata, disse:

Sumud in questa concezione assume il significato di "restare fermi nonostante gli attacchi continui". Non si tratta meramente di resistenza passiva, ma di "un atto di irremovibile resistenza e sfida". I rifugiati palestinesi, sia quelli all'interno che all'esterno dei territori occupati da Israele, spesso descrivono come ṣumūd la loro capacità di resistere e sopportare la vita nei campi profughi. La resistenza dei rifugiati palestinesi ai massacri di Tell al-Za'tar e di Sabra e Shatila in Libano sono citati come uno dei primi esempi di ṣumūd.

Noam Chomsky, citando Raja Shehadeh, afferma che ci sono tre modi per resistere all'occupazione: odio cieco ("il terrorista"), sottomissione muta ("il moderato") o e la via del ṣamīd, . Shehadeh dice: "Tu, ṣamīd, scegli di rimanere in quella prigione, perché è la tua casa e perché temi che se te ne vai via, il tuo carceriere non ti permetterà di tornare. Vivendo in questo modo, devi costantemente resistere alla doppia tentazione di accettare il piano del carceriere in una disperazione insensibile o di impazzire per l'odio divorante per il tuo carceriere e per te stesso, il prigioniero".

Al termine del conflitto israelo-palestinese del 2021, una dottoressa gazese ("Dr. Reem") ha dichiarato alla giornalista israeliana Amira Hass:

Disobbedienza civile non violenta Dal 1967, le proteste non violente organizzate dai palestinesi, quali scioperi generali, boicottaggi e manifestazioni, sono state intimamente associate al concetto di ṣumūd. La concettualizzazione del ṣumūd da parte di Raja Shehadeh come un atteggiamento di vita non violento che potrebbe creare una terza via tra l'accettazione dell'occupazione e la scelta della lotta armata, ha dato voce ai molti palestinesi che si sono rifiutati di lasciare la loro terra e hanno cercato di andare avanti con la loro vita quotidiana. Mentre il semplice fatto di continuare a vivere in circostanze spesso difficili può di per sé essere considerato una forma di resistenza non violenta, anche forme più attive di disobbedienza civile non violenta sono state ispirate e informate dal concetto di ṣumūd. Negli ultimi anni, in risposta all'ondata di demolizioni israeliane nei pressi di At-Tuwani e nei vicini villaggi delle colline meridionali di Hebron, si è formato il gruppo Giovani di Ṣumūd (Youth of Sumud, YOS), il cui scopo è quello di organizzare proteste contro l'occupazione e di ispirare la gente del posto a rimanere sulla propria terra nonostante le persistenti molestie da parte dei militari e dei coloni.

Prima Intifada Durante la Prima Intifada (1987-1993) il concetto di ṣumūd di resistenza trovò piena espressione nell’attenzione rivolta a “liberare i palestinesi dalla dipendenza da Israele rifiutando di cooperare e costruendo istituzioni e comitati indipendenti”.

Un piano d'azione globale nonviolento, annunciato da Hanna Siniora e Mubarak Awad nel gennaio 1988, invitava i palestinesi a boicottare i prodotti israeliani e a porre fine alla cooperazione con Israele. I commercianti della Striscia di Gaza e della Cisgiordania chiusero i loro negozi per protestare contro il trattamento riservato da Israele ai manifestanti. Le donne palestinesi iniziarono a coltivare su terreni precedentemente incolti per ridurre la dipendenza dai prodotti israeliani e diverse scuole clandestine furono aperte per rispondere alla chiusura da parte di Israele di 900 istituti scolastici nei territori occupati.

Nel settembre-ottobre del 1989, Israele cercò di sedare l'Intifada attuando incursioni fiscali: le forze militari israeliane e i funzionari delle imposte entravano in città, imponendo pesanti tasse a individui e aziende palestinesi e andandosene con milioni di dollari in risparmi, beni e averi palestinesi. A Beit Sahour, gli abitanti del villaggio risposero organizzando una rivolta fiscale con lo slogan "Nessuna tassazione senza rappresentanza". Il rifiuto di pagare le tasse fu accolto con l'imposizione di un assedio israeliano totale sul villaggio, impedendo l'ingresso di cibo e forniture mediche, trattenendo la fornitura elettrica e imponendo coprifuochi molto rigidi. Effetti personali, mobili, macchinari industriali e automobili furono confiscati dall'esercito e molti residenti di Beit Sahour furono picchiati e arrestati. Gli abitanti del villaggio tuttavia persistettero fino a quando Israele terminò l'assedio e sospese le incursioni militari alla fine dell'ottobre 1989, a causa anche dell'esposizione mediatica e della conseguente protesta internazionale.

Global Sumud Flotilla

Nel settembre 2025, in risposta al genocidio nella Striscia di Gaza, una flottiglia di 50 imbarcazioni ha salpato da diversi porti del Mediterraneo con l'obiettivo di rifornire la popolazione assediata di viveri, medicinali e aiuti umanitari, e di rompere il blocco israeliano della Striscia. Quest'iniziativa, col nome di Global Sumud Flotilla, è guidata dalla società civile e si rifà al concetto palestinese di Middle East Media Research Institute come forma di resistenza ostinata.

Simboli, icone e riferimenti letterari Oltre all'immagine del contadino e, in particolare, della contadina incinta, l'ulivo è un altro simbolo importante collegato al ṣumūd con la sua lunga storia di radicamento nella regione sono simboli primario del sumud per i palestinesi.

Queste associazioni si manifestano nella poesia palestinese, come in una poesia di Raja Shehadeh del 1982 che recita:

Shehadeh, avvocato della Cisgiordania, si è riferito al ṣumūd sia in poesia che in prosa. Nel suo libro The Third Way (1982) scrisse: "Noi ṣamīdīn non possiamo combattere la brutale forza fisica degli israeliani, ma dobbiamo mantenere viva la rabbia, temprare la nostra volontà per combattere le menzogne. Sta a noi ricordare e documentare". Adriana Kemp osserva che la sua rappresentazione dei ṣamīdīn è una situazione di ambivalenza, citando la nota di Shaehadeh sul suo ritorno volontario in Cisgiordania dall'Europa, dove avrebbe potuto rimanere, in cui scrive: "È strano tornare così, di propria spontanea volontà, alle catene del ṣumūd". Shehadeh criticò duramente l'élite palestinese che giovò dal suo "omaggio di facciata ampiamente patriottico alla nostra lotta, [che] era più di quanto il mio ṣumūd nella mia povera e amata terra, potesse sopportare". Ironicamente, molti palestinesi consideravano persone come Shehadeh, proveniente da una nota famiglia della classe media della Cisgiordania, come la classe sociale che avevano tratto più beneficio dalle politiche di sostegno finanziario all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) negli anni ’80 e li accusavano di promuovere il mantenimento dello status quo attraverso la politica del ṣumūd.

Lo scrittore Edward Said trovò incoraggiante la crescente consapevolezza e determinazione a rimanere in Palestina dei palestinesi nei territori occupati. Nel libro After the Last Sky: Palestinian Lives (1986), fa riferimento al lavoro di Shehadeh e caratterizza il ṣumūd come "una soluzione tattica del tutto efficace" in un momento in cui non era disponibile alcuna strategia efficace.