Le guerre romano-liguri furono una lunga serie di conflitti combattuti tra la Repubblica romana e le popolazioni liguri insediate lungo la fascia tirrenica compresa tra la riviera ligure e l’Appennino settentrionale, in particolare nel settore alpino-apuano e nelle vallate interne della Magra e del Serchio. Il ciclo bellico si sviluppò in varie ondate tra la fine della seconda guerra punica e gli inizi del II secolo a.C., culminando con la deportazione degli Apuani nel Sannio (180–179 a.C.) e con la fondazione di colonie strategiche come Luna/Luni (177 a.C.), che sancirono il definitivo consolidamento romano sulla regione e sui valichi appenninici. Le fonti principali per la ricostruzione degli eventi sono i libri 39–42 dell’Ab urbe condita di Tito Livio, corredati da passi etnografici di Strabone e conferme epigrafiche relative alla comunità dei Liguri Bebiani e Corneliani.

Contesto pre-romano I Liguri erano un insieme di genti di lingua e cultura affine, che abitavano un territorio montuoso e difficile, compreso tra il basso Piemonte, l’attuale Liguria, la Lunigiana, fino a lambire la valle del Rodano. Celebri per la loro durezza, erano considerati dai Romani popoli “indomiti”, capaci di resistere per generazioni all’avanzata di potenze più grandi. Alcune tribù, come i Genuati, avevano rapporti commerciali con i Greci di Massalia e con Roma, mentre altre, come gli Apuani, gli Ingauni o i Friniati, vivevano di razzie e controllavano i valichi appenninici e alpini. La posizione geografica della Liguria era cruciale: chiunque volesse muovere verso la Gallia o la Spagna doveva confrontarsi con queste popolazioni. Per Roma, già impegnata nelle guerre puniche e poi proiettata in Iberia, era quindi indispensabile assicurarsi il dominio della regione.

Il primo impatto con Roma si ebbe durante la seconda guerra punica. Il passaggio di Annibale attraverso le Alpi e la mobilitazione gallica coinvolsero anche settori liguri, che in parte si schierarono con i Cartaginesi, in parte mantennero un atteggiamento incerto. Nel 205 a.C. il generale cartaginese Magone Barca sbarcò a Genua (odierna Genova), il cui seneto era già alleato di Roma, la devastò e tentò di saldare un fronte ligure-gallico antiromano. La sua azione trovò l’appoggio degli Ingauni di Albingaunum, mentre gli Epanterii, tribù montana ostile agli Ingauni, vennero da lui combattuti per consolidare la sua posizione. L’iniziativa fu repressa dai Romani, che, al termine del conflitto con Cartagine, nel 201 a.C. imposero una pace separata sulle comunità costiere liguri, garantendosi così il controllo provvisorio della rotta marittima tra Tirreno e Massalia.

Riaccensione delle ostilità: gli Apuani e il Saltus Marcius

Negli anni successivi alla fine della seconda guerra punica la pressione di Roma si concentrò soprattutto contro gli Apuani, una delle più bellicose e numerose popolazioni liguri, stanziata nelle montagne impervie tra la Lunigiana e l’Alta Versilia, fino a lambire le valli interne del Magra e del Serchio. La posizione di questo popolo era strategica: essi controllavano i passi che mettevano in comunicazione la costa tirrenica con la Val Padana, nonché le vie di transito verso Etruria e la Gallia Cisalpina. Per tale ragione rappresentavano un ostacolo continuo alla penetrazione romana e una minaccia costante per le città etrusche e le colonie latine della costa.

Già nel 193 a.C. gli Apuani scesero a valle con una vasta incursione, devastando le terre fino all’Arno e minacciando direttamente Pisa. Le legioni inviate a contrastarli si trovarono in grave difficoltà: l’agilità dei guerrieri liguri, abituati a spostarsi su terreni montuosi e a combattere in ordine sparso, rendeva inefficaci le manovre delle forze romane, addestrate soprattutto alla guerra in campo aperto. Da allora la lotta degenerò in un conflitto di logoramento, in cui Roma dovette impiegare regolarmente consoli o pretori e mantenere presidi permanenti, con un notevole dispendio di uomini e risorse.

L’episodio più drammatico di questa fase fu la disfatta del Saltus Marcius nel 186 a.C. Le fonti, soprattutto Livio, raccontano che un esercito romano, condotto dal console Quinto Marcio Filippo, venne attirato in un passo montano stretto e scosceso, cadendo in un’imboscata preparata con cura dagli Apuani. L’attacco fu devastante: migliaia di legionari furono uccisi, gran parte delle insegne militari caddero in mano nemica e lo stesso comandante romano si salvò a stento (venne ferito da un giavello ligure alla gamba, e soccorso in punto di morte dai suoi uomini), riuscendo a radunare i superstiti e a condurli verso territori più sicuri. La memoria della catastrofe rimase così viva da fissarsi nel toponimo Saltus Marcius, la cui localizzazione è ancora dibattuta dagli studiosi moderni: alcuni lo identificano con l’attuale Marciaso in Lunigiana, altri con le gole della Versilia, altri ancora con l’area collinare di Lerici.

La repressione romana e la svolta del 181 a.C. La disfatta del Saltus Marcius del 186 a.C. rappresentò quindi un forte colpo per Roma e spinse il Senato romano a compiere un vero e proprio ripensamento della strategia militare in Liguria. Nei venti immediatamente successivi i consoli ricevettero per ben cinque volte l’incarico di condurre campagne sistematiche contro gli Apuani, con il principale obiettivo di respingere le loro scorrerie e di sovrastare per sempre la resistenza della tribù.

La guerra durò più di un decennio e assunse toni piuttosto cruenti: le operazioni si svolgevano in territorio montuoso ed ostile, scarsamente controllabile, e i Romani rispondevano con incendi di villaggi, rastrellamenti della popolazione e deportazioni di massa. Il punto di svolta si ebbe nel 180 a.C., quando i consoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tanfilo poterono vantare una vittoria definitiva. Sorpresi dalla rapidità delle azioni romane e spaventati dall’ampiezza delle forze schierate, gli Apuani si arresero senza combattere. Circa 40.000 di loro furono deportati nelle pianure del Sannio e della Lucania, dove furono insediati come coloni forzati, in villaggi che da allora furono chiamati Ligures Baebiani et Corneliani. Con questa azione i Liguri Apuani cessavano di essere una popolazione indipendente e iniziava la strada che avrebbe portato il loro territorio a essere a tutti gli effetti parte del mondo romano.

Allo stesso modo, tra il 185 a.C. e il 181 a.C. Roma intensificò la propria pressione anche sulle altre popolazioni liguri. La regione fu così teatro di una logorante guerra di usura, fatta di assedi, razzie e campagne annuali, in cui le legioni si trovavano di fronte a nemici agili, esperti di guerriglia e padroni del terreno.

Un ruolo di primo piano in questa campagna lo ebbe Lucio Emilio Paolo, console nel 181 a.C., destinato a diventare pochi anni più tardi il trionfatore del re macedone Perseo di Macedonia a Pydna (168 a.C.). Gli venne affidato l’incarico di ridurre all’obbedienza gli Ingauni di Albingaunum, la più importante tra le comunità costiere liguri, spesso in conflitto con Roma e con le tribù dell’interno, come gli Epanterii.

La campagna di Emilio Paolo presentava alcune novità: oltre all’assedio delle città fortificate egli poté contare su una flotta, con la quale effettuare sbarchi contemporanei lungo la costa, recidere le vie di rifornimento degli Ingauni e accelerarne la capitolazione. Per la prima volta gli eserciti romani in Liguria si avvalsero congiuntamente di forze di terra e di mare, e il console dimostrò in questa occasione di saper applicare efficacemente tale strategia.

Una volta sottomessi, agli Ingauni fu proibito di ricostruire le fortificazioni, ma non vennero distrutti né deportati. Roma preferì mantenerli sul territorio, rendendoli così una popolazione "cerniera", in grado di presidiare indirettamente via mare le rotte tirreniche e di fronteggiare le minacce provenienti dalle tribù dell’entroterra.

Per quanto riguarda gli Ingauni, la loro sopraffazione in forma vassalla permise a Roma di controllare militarmente la regione evitando i costi e le problematiche di una completa distruzione.

Campagna contro gli Statielli Le ostilità nel territorio degli Statielli si concentrarono a nord di Genova, tra i fiumi Tanaro e Odubria, nella zona dell’odierna Acqui. Questo popolo aveva tradizionalmente mantenuto una posizione neutrale durante le guerre, probabilmente anche grazie ai legami commerciali con la filo-romana Genua. Nonostante ciò, nel corso del conflitto, il console Marco Popilio Lenate, un forte sostenitore della corrente nazionalistica romana, provocò gli Statielli senza motivo, costringendoli infine a prendere le armi.

L’esercito romano si schierò davanti alla loro capitale, la cittadella di Caristo (la cui identificazione precisa rimane incerta), all’interno della quale si era radunato un consistente contingente di guerrieri liguri. Gli Statielli decisero di affrontare il nemico in campo aperto, dando inizio a uno scontro che rimase incerto per circa tre ore. La svolta avvenne quando il console ordinò alla cavalleria di attaccare simultaneamente da tre lati le linee nemiche. Questa manovra determinò lo sbandamento e la fuga precipitosa dei Liguri, che lasciarono sul campo circa 10.000 uomini e 700 prigionieri, mentre le perdite romane furono significative, con circa 3.000 uomini caduti.

Successivamente, i 10.000 superstiti degli Statielli si arresero senza condizioni. La cittadella fu distrutta e i Liguri furono venduti come schiavi. Tuttavia, il comportamento del console fu giudicato infame dal Senato, che ordinò di restituire la libertà e le armi ai Liguri, riconoscendo che avevano combattuto solo perché costretti e che si erano arresi senza alcuna resistenza ulteriormente ostile.

L’anno successivo, entrambi i consoli, Gaio Popilio Lenate e Publio Elio Ligure, furono assegnati al territorio dei Liguri, generando un conflitto con il Senato e con i tribuni della plebe, poiché i due consoli aspiravano invece a essere inviati in Macedonia dove si prospettava un conflitto contro Perseo. La situazione peggiorò quando giunse notizia che il proconsole Marco Popilio aveva aggredito nuovamente gli Statielli nel 172 a.C., sterminandone 6.000 e provocando l’insurrezione di altri popoli liguri.

Per far luce sugli eventi, fu nominato il pretore Gaio Licinio, il quale condusse un’inchiesta e ordinò la liberazione dei Liguri superstiti, trasferendoli al di là del Po, dove furono assegnati a nuovi territori. I popoli liguri ancora indipendenti nella Pianura padana occidentale furono poi invitati a collaborare al ripopolamento e alla valorizzazione agricola della Transpadana. Molti accolsero l’invito, tra cui i Bagienni, stanziati tra lo Stura e il Tanaro, contro i quali non si registrano successivi conflitti. Nel 171 a.C., il console Gaio Cassio ricevette come zona di operazioni la Gallia Cisalpina e si portò a Rimini. Nel territorio ligure non si verificarono scontri significativi, e il console congedò le sue due legioni, affidando l’ordine alle forze dei socii dislocate nei quartieri di Pisa e Luni. Nei decenni successivi il fronte ligure rimase relativamente tranquillo: solo nel 167 a.C. i Romani intrapresero azioni di antiguerriglia, in quanto i Liguri evitarono di affrontare direttamente le legioni in campo aperto.

Le ultime campagne e la stabilizzazione