Le proteste pubbliche ebbero luogo in diverse città dell’Iran a partire dal 28 dicembre 2017 e continuarono fino all'estate del 2018, sono talvolta anche chiamate come Le proteste di Dey.
La prima protesta si svolse a Mashhad, la seconda città iraniana per popolazione, inizialmente focalizzata sulle politiche economiche del governo; quando le proteste si diffusero in tutto il Paese, il loro raggio d’azione si ampliò fino a includere l’opposizione politica al governo teocratico dell’Iran e alla sua Guida Suprema di lungo corso, Ali Khamenei. L’opinione pubblica iraniana espresse la propria rabbia con un vasto repertorio di slogan contro il regime e la sua leadership. Secondo il Washington Post, gli slogan e gli attacchi dei manifestanti contro edifici governativi scossero un sistema che aveva poca tolleranza per il dissenso, con alcuni dimostranti che arrivarono persino a gridare «Morte al dittatore!» — riferendosi alla Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei — e a chiedere alle forze di sicurezza di unirsi a loro.
Le proteste segnarono la sfida interna più intensa al governo iraniano dai tempi delle proteste post-elettorali del 2009. Il 2018 vide le dimostrazioni di opposizione più grandi e gravi dalla crisi del 2009, che scossero le fondamenta stesse del regime. Tuttavia, queste proteste differivano dal Movimento Verde per partecipanti, cause, obiettivi e slogan. A differenza del 2009, le proteste del 2017-2018 rimasero senza un leader e un sistema organizzativo centralizzato. Alcuni analisti suggeriscono che le proteste fossero una conseguenza delle politiche economiche sfavorevoli adottate dal presidente iraniano Hassan Rouhani, mentre altri le attribuiscono alla crescente insoddisfazione per il regime teocratico e la Guida Suprema. Rouhani riconobbe l’8 gennaio 2018 che «il popolo aveva domande di natura economica, politica e sociale».
Secondo le autorità iraniane, le proteste divennero violente in alcune parti del Paese e la televisione di Stato riferì che i manifestanti avevano attaccato stazioni di polizia, personale e installazioni militari, appiccando incendi. Al 2 gennaio 2018, almeno ventuno manifestanti e due membri delle forze di sicurezza erano stati uccisi. Inoltre, secondo Mahmoud Sadeghi, parlamentare riformista di Teheran, furono arrestati 3.700 dimostranti, sebbene le cifre ufficiali fossero molto più basse. Il 5 gennaio 2018, quattro relatori speciali delle Nazioni Unite esortarono il governo iraniano a riconoscere e rispettare i diritti dei manifestanti e a porre fine al blocco di Internet.
In risposta alle proteste, migliaia di sostenitori del governo parteciparono a manifestazioni pro-governative in più di una dozzina di città iraniane.
Contesto L'attuale regime iraniano salì al potere in seguito alla Rivoluzione iraniana del 1979, che vide la deposizione della dinastia Pahlavi a favore di una Repubblica islamica teocratica guidata dalla Guida suprema Ruhollah Khomeini.
Dal 1989, Ali Khamenei governa l’Iran come Guida suprema, risultando il secondo capo di Stato in carica da più tempo in Medio Oriente (dopo il sultano Qaboos dell’Oman) e il secondo leader iraniano più longevo dell’ultimo secolo, dopo lo scià Mohammad Reza Pahlavi.
Il presidente iraniano Hassan Rouhani, rieletto nel 2017, aveva promesso numerosi cambiamenti, come una maggiore prosperità economica e un’apertura in politica estera; tuttavia, nel sistema di governo iraniano il suo potere decisionale è limitato rispetto a quello di Khamenei.
Nel 2006, a seguito delle preoccupazioni internazionali sul programma nucleare del governo, fu imposto all’Iran un articolato regime di sanzioni internazionali. Nel 2015 l’Iran raggiunse un accordo sul nucleare con le grandi potenze mondiali in cambio di un alleggerimento economico. Molti iraniani speravano che la fine delle sanzioni portasse prosperità; tuttavia i benefici non raggiunsero la media della popolazione. Al contrario, i vantaggi del sollievo dalle sanzioni andarono soprattutto alle imprese statali e al colosso commerciale Setad Ejraï Farman Imam, controllata dalla Guida suprema Ali Khamenei, stimati da Reuters in 95 miliardi di dollari nel 2013. Nel 2017, secondo la Camera di commercio iraniana, il 33% degli iraniani viveva sotto la soglia di povertà e il divario tra ricchi e poveri si era ampliato. Secondo Hamid Panah della CNN, tali sviluppi dell’economia contribuirono ad alimentare le proteste che posero l’accento anche sulla corruzione governativa.
«La scintilla iniziale delle proteste è stato un improvviso aumento dei prezzi dei generi alimentari. Si ritiene che gli oppositori oltranzisti di Rouhani abbiano istigato le prime manifestazioni nella conservatrice città di Mashhad, nell’Iran orientale, cercando di indirizzare la rabbia popolare contro il presidente. Ma, man mano che le proteste si sono diffuse di città in città, la reazione si è rivolta contro l’intera classe dirigente.» - Associated Press, 6 gennaio
Per deviare le critiche sull’economia, per settimane Rouhani aveva contestato i finanziamenti pubblici alle istituzioni religiose, considerate la base di potere dei conservatori; secondo i media internazionali, alcuni analisti ritengono che i conservatori abbiano dato avvio alle proteste per mettere in imbarazzo lo stesso Rouhani. Per molti iraniani, lo sviluppo è stato lento nonostante la promessa del presidente di risanare l’economia.
I manifestanti espressero la propria opposizione ai tagli ai sussidi su carburante e trasferimenti in denaro, contenuti nella proposta di bilancio 2018 presentata a metà dicembre, che suscitò ampia indignazione; l’hashtag #pashimanam («ci pentiamo» [cioè: ci pentiamo del nostro voto per Rouhani]) divenne virale nel Paese. Il generoso finanziamento governativo dei Guardiani della rivoluzione non fu toccato, e vi furono forti aumenti per le fondazioni religiose, che non sono tenute a dichiarare come spendono i fondi e sono «strettamente legate a potenti religiosi e spesso fungono da macchine di clientelismo e propaganda per consolidare il loro potere». Inoltre, i manifestanti chiesero spiegazioni sul perché il governo avesse speso ingenti somme in altre aree del Medio Oriente, anziché investire quel denaro all'interno della nazione.
Le proteste del 2017-2018 furono le più vaste in Iran dall’ondata del 2009.
Cronologia
Le proteste iniziarono a Mashhad il 28 dicembre 2017 e si diffusero in oltre 140 città di ogni provincia dell’Iran nell’arco di due settimane. Le manifestazioni furono avviate da folle che protestavano in tutto il Paese, inclusa Mashhad, la seconda città più popolosa. Le proteste si estesero a oltre 70 città e cittadine, tra cui Nishapur, Kashan, Kerman, Kermanshah, Kashmar, Rasht, Isfahan, Arak, Bandar Abbas, Ardabil, Qazvin, Hamedan, Sari, Babol, Amol, Shahinshahr, Shahrekord, Shiraz, Khorramabad, Zanjan, Gorgan, Zahedan, Urmia, Dorud, Yazd e Shahrud. Secondo CNBC, ci furono proteste diffuse in 80 città iraniane.
In alcune manifestazioni, i dimostranti hanno provocatoriamente gridato "Reza Shah, benedetta la tua anima", un riferimento a Reza Shah, leader dell’Iran tra il 1925 e il 1941 e fondatore della dinastia Pahlavi, deposta con la rivoluzione del 1979 che portò all’instaurazione dell’attuale governo. I manifestanti hanno inoltre gridato slogan elogiativi nei confronti dell’ex scià deposto Mohammad Reza Pahlavi, e di suo figlio ed ex erede al trono, l’esiliato Reza Pahlavi. I manifestanti hanno chiesto le dimissioni di Khamenei, oltre ad aver strappato e dato alle fiamme manifesti di Khamenei a Teheran. I dimostranti hanno anche gridato: "Khamenei, vergognati, lascia in pace il Paese!" e "morte al dittatore". Altri slogan includevano: "Il popolo è povero mentre i mullah vivono come dei".
Dicembre 2017 – gennaio 2018 Le proteste in Iran scoppiarono il 28 dicembre 2017. Diverse folle furono viste protestare in tutto il paese, compreso a Mashhad, la seconda città più popolosa, e nella capitale, Teheran, dove si tenne una protesta con diverse centinaia di persone. Vi furono anche proteste a Neyshabour, Kashmar, Yazd e Shahroud. Le proteste sarebbero state organizzate attraverso applicazioni di messaggistica sui social media. Le folle furono viste intonare slogan come «Non vogliamo una Repubblica Islamica!», «morte a Rouhani», e «morte al dittatore».
Le proteste iniziarono come manifestazioni contro le difficoltà economiche e l’aumento dei prezzi di beni e derrate alimentari, ma «si trasformarono rapidamente» in contestazioni contro il coinvolgimento dell’Iran in Medio Oriente e contro il governo stesso.
Le manifestazioni continuarono anche venerdì dopo il tramonto. Le proteste si diffusero in diverse grandi città, tra cui Rasht, Isfahan, Ahvaz, Qom, Sari, Zahedan e Qazvin. Un piccolo numero di persone fu arrestato a Teheran.
Il 30 dicembre le proteste si intensificarono: tre persone furono uccise e altre ferite da colpi d’arma da fuoco dalle Guardie Rivoluzionarie durante le manifestazioni notturne nell’Iran centrale. Poiché quel sabato coincideva con l’anniversario della Manifestazione filogovernativa del 30 dicembre 2009 in Iran, circa 4.000 persone parteciparono a un raduno filogovernativo a Teheran. Secondo la televisione di Stato, raduni filogovernativi si tennero complessivamente in 1.200 città e paesi. Nello stesso tempo, per la prima volta i disordini antigovernativi raggiunsero Teheran, dove studenti dell’Università di Teheran intonarono slogan antigovernativi prima di essere dispersi dalla polizia antisommossa. All’Università di Teheran furono strappati poster di Khamenei. L’accesso a Internet venne interrotto in varie zone del Paese, compresa gran parte di Teheran.
Il ministro dell’interno iraniano Abdolreza Rahmani Fazli avvertì che coloro che «disturbano l’ordine e infrangono la legge devono essere responsabili del loro comportamento e pagarne il prezzo». Rahmani Fazli dichiarò alla televisione di Stato che «paura e terrore saranno sicuramente affrontati».
Le proteste antigovernative continuarono per il quarto giorno consecutivo. A Teheran vi furono alcune manifestazioni sparse e le famiglie dei manifestanti arrestati si radunarono davanti alla prigione di Evin. Quella domenica altre 200 persone furono arrestate a Teheran e 10 nella provincia dell’Azerbaigian Occidentale.
Rouhani, nei suoi primi commenti dopo giorni di manifestazioni, affermò che il popolo ha il diritto di protestare ma sottolineò che violenza, vandalismo e slogan politici incendiari devono essere evitati, poiché peggiorano soltanto le condizioni del popolo.
Secondo i resoconti dei media statali iraniani, non confermati da fonti indipendenti, alcuni dimostranti armati tentarono di prendere il controllo di stazioni di polizia e basi militari, ma furono respinti dalle forze di sicurezza. Fu confermata la morte di 10 persone durante gli scontri della notte di domenica.
Le proteste continuarono il lunedì a Teheran e in altre città del paese. I media statali riportarono che un membro delle forze di sicurezza governative fu ucciso da colpi d’arma da fuoco durante le proteste del 1º gennaio.
Gli scontri notturni, avvenuti tra il 31 dicembre ed il 1º gennaio, tra i manifestanti e forze di sicurezza causarono altre nove morti. La televisione di Stato riportò che sei di queste morti avvennero dopo che dei rivoltosi avevano tentato di assaltare una stazione di polizia a Qahdarijan con l’intento di rubare armi. Inoltre, un bambino di 11 anni e un giovane di 20 anni furono uccisi nella città di Khomeinishahr, e un membro delle Guardiani della rivoluzione fu ucciso a Najafabad. Tutti e tre furono colpiti con fucili da caccia. Dopo cinque giorni dall’inizio delle proteste, già più di 550 persone erano state arrestate. Il 90% degli arrestati aveva meno di 25 anni.