La bellezza è un concetto astratto generalmente definita come la qualità di una cosa che viene percepita (specialmente con la vista e l'udito) e che fornisce una sensazione duratura di piacere, significato o soddisfazione. La cosa può essere un luogo, un paesaggio, una persona, un essere vivente, un oggetto, un'idea o un'opera d'arte.
È considerata una parte dell'estetica, della cultura, della psicologia sociale, della filosofia e della sociologia. Il suo concetto opposto è la bruttezza.
La bellezza, insieme alla verità e alla bontà, è uno dei trascendentali, che sono spesso considerati i tre concetti fondamentali della comprensione umana.
Introduzione Va distinto il concetto di "bellezza oggettiva" da quello di "bellezza soggettiva".
Sebbene in molte culture questi due concetti siano facilmente scindibili, la bellezza oggettiva è l'unica con la quale si possa impostare un discorso concreto. La definizione di concetti non oggettivi porta, infatti, all'influenza su di essi del gusto personale. Risulta così impossibile discutere obiettivamente su di un argomento, senza essere influenzati dal proprio senso e gusto. La bellezza è soggettiva. La bellezza oggettiva è funzione del tempo e alla propria cultura, poiché tali canoni cambiano nel tempo ma restano validi per il periodo indicato. La bellezza comporta la cognizione degli oggetti come aventi una certa armonia intrinseca oppure estrinseca, con la natura, che suscita nell'osservatore un senso ed esperienza di attrazione, affezione, piacere, salute. Spesso si afferma che un "oggetto di bellezza" è qualsiasi cosa nel mondo percepito che riveli un aspetto significativo per la persona riguardo alla "bellezza naturale". La presenza del sé in qualsiasi contesto umano, indicherebbe che la bellezza è naturalmente basata sul sentimento che suscita negli esseri umani, anche se la "bellezza umana" è soltanto l'aspetto dominante di una più grande e incalcolabile "bellezza naturale". Il contrario di bellezza è bruttezza, intesa come la percezione di un'assenza di bellezza o accumulo d'imperfezioni, che suscita indifferenza o scarso gradimento estetico e genera una percezione negativa dell'oggetto.
Secondo il testo Attaccamento e amoreGrazia Attili, Attaccamento e amore, Il Mulino ed., pp. 59-61 (come altri testi) [senza fonti], la bellezza umana (e animale, è noto come in tutte le specie le femmine rifiutino determinati maschi), univoca e non opinabile, corrisponde alla cosiddetta "sezione aurea" (presente anche in opere architettoniche, tra cui il Partenone), e quindi a una struttura cranica delineata in linee architettoniche di tensione idealmente resistenti alle sollecitazioni meccaniche; questa, unitamente ad altri segnali (esterni al cranio) che indichino comunque salute fisica e assenza di difetti genetici (esperimenti su animali indicano chiaramente che i maschi rifiutati risultano tendenzialmente portatori di svariati difetti nel DNA).
Secondo il testo Storia della bellezza di Umberto Eco invece, la bellezza non è mai stata un assoluto e immutabile ma è mutata a seconda del periodo storico e del luogo e questo non è vero solo per la bellezza fisica (si pensi alla Venere di Willendorf, alla Venere con Cupido di Lucas Cranach o alle Tre grazie di Rubens) ma anche per la bellezza di Dio e dei santi o come idea.
Se in alcuni studi attuali la bellezza ha una qualche relazione positiva con la simmetria (o più propriamente con un'armonia di proporzioni), ci sono esempi di asimmetrie come l'eterocromia (che quando congenita è dovuta ad "alterazioni genetiche") e lo strabismo di Venere ritratta nella Primavera del Botticelli, che hanno invece un impatto positivo sulla bellezza e che rendono i meccanismi sottostanti la percezione della bellezza fisica non chiari; a rendere il quadro ancor più complesso, secondo uno studio sull'attrattività facciale, gli aspetti dell'apparenza del viso non sono completamente oggettivi ma dipendenti da preferenze: se un tratto comunica un qualche beneficio per l'osservatore, ci si aspetterà che gli individui classificabili in quel sottogruppo di popolazione, possano trovare in quel tratto un indicatore positivo di attrattività (questo potrebbe confermare le differenti rappresentazioni nella storia dell'arte della bellezza fisica).
Gli insegnamenti religiosi e morali spesso mettono a fuoco la "virtù" e la "divinità" della bellezza, per delineare la bellezza naturale come un aspetto di una "bellezza spirituale" (ovvero "verità") e definire tutte le pretese egocentriche e materialistiche basate sull'ignoranza. L'antica storia di Narciso, per esempio, tratta la distinzione fra bellezza e vanità. Nel contesto moderno, l'utilizzo della bellezza come mezzo per promuovere un'ideologia o un dogma è stato fulcro di dibattiti sociali che trattano argomenti come pregiudizio, etica e diritti umani. L'utilizzo della bellezza a fini commerciali è un aspetto controverso della "guerra culturale", all'interno del quale il femminismo tipicamente afferma che tale utilizzo promuove una percezione dogmatica (cioè il mito del Bello) piuttosto che virtuosa della bellezza.
"Bellezza" e "gusto" dell'osservatore sembrano termini inscindibili, in quanto concepire una bellezza indipendente da un qualche osservatore che stia lì per goderne la vista, equivale a pensare a un dipinto bellissimo dimenticato in una cassaforte da decenni. Oppure a un fiore che cresce in mezzo a una foresta invalicabile da umani e animali (mancando un osservatore, esiste allora la bellezza?). Tali oggetti "possono" essere senz'altro concepiti, ma mancano del tutto di quel carattere d'interazione "pratica" (di azione e reazione) con un'intelligenza percettiva, che tendenzialmente riconosciamo al "bello".
Il concetto aristotelico del "Bello" corrispondente al "Vero" Il bello per Aristotele e Platone è il "Vero".
Tommaso d'Aquino affermò che "sono dette belle le cose che viste piacciono", collegando il senso della vista al piacere generato dal bello.Summa Theologiae I, q. 5, a. 4 ad 1m. Citazione: "Veramente il bello e il buono nel soggetto in cui esistono si identificano, perché fondati tutti e due sulla medesima cosa, cioè sulla forma: e per questo il bene viene lodato come bellezza. Ma nel loro concetto proprio differiscono. Il bene riguarda la facoltà appetitiva, essendo il bene ciò che ogni ente appetisce, e quindi ha il carattere di fine, poiché l'appetire è come un muoversi verso una cosa. Il bello riguarda invece la facoltà conoscitiva; belle sono infatti dette quelle cose che viste destano piacere. Per cui il bello consiste nella debita proporzione: poichè i nostri sensi si dilettano nelle cose ben proporzionate, come in qualche cosa di simile a loro; il senso infatti come ogni altra facoltà conoscitiva è una specie di proporzione (ratio). E poichè la conoscenza si fa per assimilazione e la somiglianza per altra parte riguarda la forma, il bello propriamente si ricollega all'idea di causa formale." (traduzione a cura dei Domenicani d'Italia). Il De pulchro et bono di sant'Alberto Magno, talora ascritto al suo più illustre allievo, sostiene che la bellezza è "lo splendore della forma".
Nell'età moderna, Giambattista Vico afferma un altro criterio, secondo cui il vero è il "fatto" (verum - factum). Unificando questi due criteri ricaviamo la forma occidentale della bellezza, che è inevitabilmente l'arte. Il bello è nell'arte e la possibilità che la bellezza sia propria della natura è esplicitamente ammessa da Kant nella Critica del giudizio dove definisce il bello naturale come "bello d'arte" e il "bello d'arte" come il bello di natura. Essenzialmente, nella cultura filosofica dell'Occidente il bello si definisce in funzione del giudizio che lo esprime, mentre il "bello in sé" è assolutamente chimerico.
Il "bello" come corrispondente al "regno delle idee" Nel tardo Impero romano, il filosofo Plotino, ristabilendo il collegamento tra opera d'arte e regno delle idee, espone ampiamente il concetto di "visione interiore" già proposto da Platone, che permette all'artista di attingere da una forma ideale del bello, non esistente nella res extensa (mondo reale) ma soltanto nella res cogitans (mondo delle idee), e che presto o tardi sfocerà in una rappresentazione materiale. Si può applicare a mai creati dipinti, architetture, forme di governo, sculture, strategie, modelli matematici, ecc. oppure a un ipotetico essere umano: "il più bello nella storia" ancora non nato.
I rischi di un'estetica radicalmente empirista Va altresì chiarito dove si nasconda il rischio di un'estetica radicalmente empiristica: questo consiste nel fatto che essa dovrebbe, a rigore, parlare prioritariamente se non esclusivamente degli organi di senso, o della coscienza, che riceve e unifica i "dati" di bellezza; ma ciò significa trascurare e, alla fine, ignorare completamente gli oggetti cui si accorda o rifiuta lo statuto di bellezza; il che, particolarmente nel caso delle arti umane, risulterebbe oltraggioso per gli artefici e finalmente assurdo, come assurda può essere solo una scienza dell'arte che mostri indifferenza verso le opere.
Tuttavia la tendenza a considerare la bellezza di un oggetto intrinsecamente connessa con un soggetto che lo contempla, il quale "applica" il giudizio all'oggetto e lo ritiene bello in grazia del concetto di bellezza che porta in sé, appare tanto dubbia quanto insopprimibile, nella nostra cultura estetica.
Al riguardo Kant, nella sua Critica del giudizio, analizza il bello dandone quattro definizioni, che ne delineano altrettante caratteristiche: il "disinteresse": secondo la categoria di qualità un oggetto è bello solo se è tale disinteressatamente quindi non per il suo possesso o per interessi di ordine morale, utilitaristico ma solo per la sua rappresentazione; l'"universalità": secondo la quantità il bello è ciò che piace universalmente, condiviso da tutti, senza che sia sottomesso a qualche concetto o ragionamento, ma vissuto spontaneamente come bello; la "finalità senza scopo": secondo la categoria di relazione un oggetto è da considerarsi bello senza che la sua contemplazione sia mirata a uno scopo preciso, ovvero la sua rappresentazione è finalizzata unicamente a sé stessa; la "necessità": secondo la categoria di modalità è bello qualcosa su cui tutti devono essere d'accordo necessariamente ma non perché può essere spiegato intellettualmente; anzi, Kant pensa che il bello sia qualcosa che si percepisce intuitivamente: non esserci quindi "principi razionali" del gusto, tanto che l'educazione alla bellezza non può essere espressa in un manuale, ma solo attraverso la contemplazione stessa di ciò che è bello.
Intellettualizzazione dell'opera d'arte È peraltro la sintesi di quel processo d'intellettualizzazione dell'opera d'arte che rappresenta la più cospicua novità nell'arte di questi ultimi due secoli, dal Romanticismo in poi. L'arte moderna e contemporanea, la hegeliana arte romantica, è segnata dal confronto con l'osservatore - critico in modo profondissimo, tale da non consentire più in alcun modo la spontaneità creativa, l'innocenza primaria del dipinto di Gustave Courbet, L'origine del mondo - innocenza peraltro sapientissima - se non nel ghetto/riserva/colonia penale del genere naïf. Da quel momento l'opera d'arte è "operazione" sul corpo dell'arte; ogni nuova opera è osservatrice della totalità della tradizione artistica; chiama in causa la filosofia dell'arte; si fa meta-arte e in molteplici correnti si traduce in una discesa agli inferi dei materiali dell'arte, fino a congiungersi con il residuale, con l'immondizia.
Criteri obiettivi nella valutazione di un'opera d'arte Criteri classici: armonia nella composizione, rispetto del canone, corrispondenza al vero, chiaroscuro, conformità teologica, perfezione, prospettiva, rispetto delle proporzioni vitruviane, presenza della curva sigma di Hogarth, simbolismo, simmetria, rispetto dello stile che si è scelto.