Il turismo di guerra è una forma di viaggio ricreativo verso zone di guerra attive o passate, intrapreso per motivi di visita turistica, interesse storico o studio. Il termine può essere usato anche in senso peggiorativo per indicare persone che cercano emozioni forti visitando luoghi pericolosi o proibiti. Nel 1988 lo scrittore e giornalista P. J. O'Rourke utilizzò il termine in senso critico riferendosi ai corrispondenti di guerra.
Origini
Già in epoche precedenti esistevano forme primitive di turismo legato ai conflitti. Artisti e osservatori militari che si recavano sui luoghi delle battaglie per documentarle possono essere considerati tra i primi “turisti di guerra”. Un esempio è il pittore e incisore olandese Willem van de Velde, che nel 1653 si recò in mare su una piccola imbarcazione per osservare uno scontro navale tra flotte olandesi e inglesi, realizzando schizzi direttamente sul posto.
Guerra di Crimea Durante la Guerra di Crimea (1853-1856) furono registrati diversi episodi di visita ai luoghi del conflitto da parte di civili e viaggiatori. Tra questi vi fu anche lo scrittore Mark Twain, che visitò la città devastata di Sebastopoli e criticò i compagni di viaggio che raccoglievano frammenti di proiettili come souvenir.
In un episodio spesso citato, il principe russo Aleksandr Menšikov invitò alcune donne della città a osservare la battaglia dell’Alma da una collina vicina. La scrittrice Fanny Duberly accompagnò il marito ufficiale in Crimea nel 1854 e rimase con lui al fronte nonostante le proteste di alcuni comandanti britannici, tra cui Lord Lucan. Essendo l’unica donna presente nelle linee avanzate attirò grande attenzione e, in alcune occasioni, fu informata in anticipo degli attacchi per poter assistere agli eventi.
Guerra civile americana Un caso noto di spettatori civili durante un conflitto avvenne nella prima battaglia di Bull Run (nota anche come prima battaglia di Manassas), combattuta il 21 luglio 1861 in Virginia durante la Guerra civile americana. Molti membri dell’élite di Washington, tra cui politici e familiari, si recarono sul luogo con carrozze e cesti da picnic per assistere allo scontro, convinti che sarebbe stato breve e favorevole all’Unione. Quando invece l’esercito unionista fu respinto, le strade verso Washington si riempirono di civili in fuga.
L’episodio fu rappresentato dall’illustratore Frank Leslie nell’incisione The Soldier in Our Civil War. Anche la battaglia di Gettysburg attirò diversi osservatori e visitatori, tra cui l’ufficiale britannico Arthur Lyon Fremantle.
Fine del XIX secolo Verso la fine del XIX secolo il turismo di guerra iniziò a organizzarsi in modo più strutturato. L’agenzia Thomas Cook promosse viaggi verso i campi di battaglia della Seconda guerra boera ancora prima della fine del conflitto. Altre agenzie pubblicizzavano visite ai campi di battaglia di Tugela e Ladysmith, facilmente raggiungibili.
Durante la guerra franco-prussiana gruppi di turisti visitarono i luoghi degli scontri poco dopo la fine delle battaglie. Questa pratica fu criticata da alcuni osservatori contemporanei, tra cui Alfred Milner e giornali come The Observer e Punch.
Uno dei primi agenti di viaggio, Henry Gaze, organizzò già nel 1854 un tour che includeva il campo di battaglia di Waterloo. Nel 1886 anche la Polytechnic Touring Association portò studenti e insegnanti a visitare il sito per scopi educativi. L’aumento della popolarità del luogo favorì la comparsa di venditori di reliquie e souvenir legati alla battaglia.
Prima guerra mondiale Lo scoppio della Prima guerra mondiale provocò però un brusco crollo del settore turistico a livello internazionale, il turismo europeo aveva già raggiunto un certo sviluppo, soprattutto tra le classi sociali più alte: tra le cause principali vi furono i controlli più severi sui viaggiatori stranieri per timore di spionaggio, la riduzione dei collegamenti ferroviari dovuta alla carenza di carbone e alla priorità concessa ai trasporti militari, e la requisizione di molte strutture alberghiere nelle zone vicine al fronte. Si diffuse la previsione che, dopo la fine del conflitto, i campi di battaglia avrebbero attirato numerosi visitatori.
La propaganda dei paesi belligeranti presentava la guerra in termini eroici e spettacolari, influenzando l’opinione pubblica e i media; un esempio sono gli articoli dell’architetto e giornalista Whitney Warren pubblicati sul The New York Times, nei quali i campi di battaglia italiani venivano presentati come uno «spettacolo» capace di suscitare meraviglia e forte coinvolgimento emotivo, paragonabili a mete turistiche.
Parallelamente, alcuni governi europei iniziarono già durante il conflitto a pianificare il rilancio del settore turistico. In Francia, ad esempio, il Touring-Club de France fondò nel 1915 un comitato di propaganda turistica rivolto ai paesi alleati e neutrali, mentre nel 1916 il Conseil supérieur du tourisme annunciò l’intenzione di facilitare, una volta terminata la guerra, la visita dei campi di battaglia dove avevano combattuto gli eserciti francesi. Nel 1917 l’Ufficio nazionale del turismo organizzò anche un viaggio stampa sui campi di battaglia dell’Ourcq e della Marna destinato a giornalisti stranieri.
Dopo la fine della guerra il turismo riprese relativamente rapidamente. La visita ai luoghi del conflitto fu favorita da diversi fattori: il desiderio diffuso di superare il trauma della guerra, i pellegrinaggi degli ex combattenti sui campi di battaglia e le condizioni economiche favorevoli per i visitatori stranieri. Già nel 1919 i primi gruppi di turisti statunitensi tornarono in Europa e gli operatori turistici iniziarono a promuovere itinerari dedicati ai luoghi della guerra, che comprendevano città bombardate, zone devastate dai combattimenti e aree dove si erano svolte le principali operazioni militari. L’ufficiale britannico Hugh Pollarddescrisse Ypres come una sorta di “terra sacra” per l’elevato numero di tombe militari presenti nell’area.
In Italia lo sviluppo del turismo di guerra fu promosso soprattutto dall’Ente Nazionale Industrie Turistiche (ENIT), che nel 1921 che collaborò con la Compagnia italiana turismo (CIT) e con il Touring Club Italiano per valorizzare le aree del fronte, pubblicando la guida Visite ai campi di battaglia, contenente sedici itinerari automobilistici attraverso le principali zone del fronte italiano. Durante il periodo fascista questo tipo di turismo fu ulteriormente incentivato e utilizzato come strumento di celebrazione patriottica, trasformando i luoghi del conflitto, i sacrari militari e i cimiteri di guerra in spazi di memoria nazionale.
Durante il periodo fascista il turismo di guerra fu ulteriormente incentivato e integrato nella politica culturale del regime. I luoghi del conflitto – come il Monte Grappa, l’altopiano di Asiago o i sacrari militari – venivano presentati come simboli del sacrificio nazionale e della rinascita della patria. Guide turistiche, pubblicazioni divulgative e collane editoriali come Le cento città d’Italia illustrate contribuirono a diffondere l’immagine dei campi di battaglia come luoghi di memoria e di educazione patriottica. Ancora oggi i luoghi della Prima guerra mondiale, come il fronte occidentale o i Dardanelli, attirano ogni anno decine di migliaia di visitatori.
Seconda Guerra Mondiale Dopo la Seconda guerra mondiale nuovi luoghi legati al conflitto divennero destinazioni turistiche. L’isola di Saipan, come altri campi di battaglia del Pacifico, fu visitata da veterani giapponesi che vi tornarono per recuperare resti dei caduti e costruire memoriali commemorativi.
Guerre moderne
Gli studiosi Malcolm Foley e J. John Lennon hanno collegato il turismo di guerra al fenomeno più ampio del turismo nero, sostenendo che molte persone sono attratte da luoghi in cui si sono verificati eventi violenti o tragici. Secondo questa interpretazione, la copertura mediatica e il desiderio di vedere personalmente questi luoghi contribuiscono a creare una relazione tra visitatori e siti legati alla morte o alla tragedia.
XX secolo Durante l’assedio di Sarajevo (1992-1996) venne riportato un presunto fenomeno chiamato Sarajevo Safari, secondo cui alcuni ricchi stranieri avrebbero pagato ingenti somme per poter sparare con fucili di precisione contro civili nella città assediata.
XXI secolo
Nel XXI secolo il turismo di guerra è stato in alcuni casi organizzato da agenzie specializzate. Nel 2008 l’ex professionista della sicurezza Rick Sweeney fondò l’agenzia War Zone Tours, mentre un’altra società operante nello stesso settore fu creata dal giornalista ed ex corrispondente del The New York Times Nicholas Wood. Sweeney fa parte di un gruppo di guide che accompagnano turisti in paesi che hanno vissuto o stanno vivendo conflitti armati. Secondo alcune fonti, nel 2010 un viaggio turistico a Baghdad poteva costare fino a 40.000 dollari.
Nel 2014 è stato riportato un aumento del turismo di guerra, che comprendeva anche visitatori recatisi in Israele per osservare a distanza gli sviluppi della Guerra civile siriana. Secondo un giornalista con sede a Tel Aviv, il desiderio di vivere l’esperienza e di documentarla attraverso fotografie e social network potrebbe contribuire alla diffusione di questo fenomeno.
Il turismo di guerra in Israele è trattato anche nel documentario War Matador (2011), diretto da Avner Faingulernt e Macabit Abramson. La guerra civile siriana ha inoltre attirato alcuni visitatori in cerca di esperienze estreme. Secondo il colonnello in congedo delle Israel Defense Forces Kobi Marom, che organizza tour nelle aree di confine israeliane, alcuni turisti sono particolarmente interessati a osservare il conflitto e mostrano forte entusiasmo quando apprendono che potrebbero essere osservati da militanti di Al-Qaeda.
Nel 2022 il politico canadese Dominic Cardy trascorse un periodo di vacanza in Ucraina durante il conflitto con la Russia. Durante il soggiorno visitò luoghi colpiti dai bombardamenti russi e pubblicò immagini e video sui propri profili sui social media.
Nel 2021 la personalità internet britannica Miles Routledge visitò l’Afghanistan durante la Caduta di Kabul e vi fece successivamente ritorno più volte. In una di queste occasioni fu catturato e detenuto per alcuni mesi dai Talebani. Routledge ha condiviso online fotografie, video e dirette dal paese, raccontando in seguito la propria esperienza anche in interviste e in un libro.
Note
Voci correlate Turismo nero Turismo in Siria Turismo nei territori palestinesi
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