De divinis nominibus ("I nomi divini"; in greco antico: Περὶ θείων ὀνομάτων) è un trattato teologico e filosofico attribuito a Pseudo-Dionigi Aeropagita, filosofo cristiano neoplatonico. È uno dei testi fondamentali del neoplatonismo cristiano e della teologia mistica occidentale e orientale.

Autore e datazione L'opera fa parte del cosiddetto Corpus Dionysiacum (o Corpus Areopagiticum), un insieme di scritti che comprende anche la Theologia mystica, la Hierarchia Coelestis, la Hierarchia ecclesiastica e dieci Epistole. Già nel VI secolo il vescovo di Efeso Ipazio mise in discussione l'effettiva autenticità dell'attribuzione a San Dionigi Aeropagita, giudice ateniese vissuto nel I secolo e menzionato negli Atti degli apostoli, sotto il nome del quale l'autore degli scritti si presenta. In realtà, i filologi moderni datano il Corpus Dionysiacum nel tardo V secolo o nel primo VI secolo, probabilmente in ambiente siro-cristiano, anche sulla base di evidente influenze da Proclo (412–485).

Struttura e contenuto De divinis nominibus rappresenta l'opera più estesa del Corpus, essendo composta di tredici capitoli. Nel corso del trattato, si cerca di dimostrare che non è possibile una autentica conoscenza delle scienze spirituali, a tantomeno di Dio, a partire dalle cose sensibili. Mentre la dottrina su Dio è da ricercare nella Scrittura, Dio in sé stesso rimane imperscrutabile, al punto che a Lui possono essere attribuiti al contempo tutti i nomi e nessun nome.

Secondo l'autore, di Dio si può parlare in due modi: da una parte considerandolo una monade, come Principio unitario e indivisibile; dall'altra come Trinità.

La distinzione implicita tra l'unità della divinità e la molteplicità dei nomi si riflette nella struttura stessa dei nomi proposti: Dionigi include infatti ad ogni nome divino il prefisso hyper- (dal greco, 'sopra-'), che indica la trascendenza della divinità a cui i nomi sono applicati rispetto all'attributo. Le caratteristiche della divinità sono ad esempio la sovra-bontà, la sovra-divinità, la sovra-sostanza, la sovra-vita, la sovra-sapienza.

Nel capitolo IV si trova anche una nota discussione sul male nella quale, seguendo Proclo e Platone, l'autore sostiene che il male non abbia una sussistenza propria, definendosi come assenza o privazione di bene. Ne consegue che nulla può essere assolutamente malvagio dal momento che tutto ciò che esiste partecipa in qualche modo del Bene.

Fonti, influenza e ricezione Malgrado il tentativo di accreditarsi come teologo cristiano di tradizione apostolica, l'autore attinge copiosamente dalla tradizione filosofica pagana tardoantica, e in modo particolare alla scuola neoplatonica di Plotino, Porfirio e Proclo, dai quali mutua la teoria dell'Uno, dell'emenazione e del ritorno, e la dottrina triadica essere-vita-intelletto.

L'opera ebbe fortuna sia in Oriente che in Occidente, dove esercitò un'influenza decisiva sulla teologia scolastica medievale, venendo commentata ampiamente da teologi del calibro di Alberto Magno, Tommaso d'Aquino e Meister Eckhart. Nella filosofia contemporanea, ha esercitato un influsso su pensatori come Hans Urs von Balthasar e Jean-Luc Marion.

Note

Voci correlate Pseudo-Dionigi Aeropagita Corpus Dionysiacum Teologia mistica Neoplatonismo

Categoria:Opere letterarie religiose Categoria:Teologia cristiana