Spasimo è un romanzo di genere poliziesco/psicologico dello scrittore italiano Federico De Roberto, pubblicato in volume per la prima volta nel 1897, ma preceduto dalla pubblicazione a puntate sul Corriere della Sera tra novembre 1896 e gennaio 1897
Storia editoriale L'elaborazione di Spasimo si colloca in una fase cruciale e tormentata della parabola artistica di Federico De Roberto. Tra la fine del 1895 e l'inizio del 1896, l'autore attraversava un periodo di profonda insoddisfazione dovuto all'accoglienza riservata a I Viceré (1894), opera monumentale, ma che non ottenne il successo sperato. Come rilevabile dal suo epistolario, De Roberto decise di accantonare temporaneamente il progetto de L'Imperio per dedicarsi a un'opera che sapesse conciliare l'alto valore estetico con le esigenze del mercato editoriale.
Il romanzo nacque con l'esplicito intento di essere «interessante», strizzando l'occhio al gusto del pubblico femminile e alle strutture del romanzo d'appendice, senza, tuttavia, rinunciare al rigore dell'indagine psicologica.
La pubblicazione avvenne inizialmente a puntate sul Corriere della Sera (novembre 1896 - gennaio 1897), un formato che impose all'autore una gestione sapiente di quel meccanismo definibile "sospensione della curiosità". Nonostante le premesse commerciali, l'opera si rivelò un raffinato laboratorio di sperimentazione narrativa, dove il modello del feuilleton venne svuotato dall'interno per fare spazio a un'analisi quasi clinica dei sentimenti.
Il riscontro di pubblico fu estremamente positivo, tanto da spingere l'editore Galli di Milano a stamparne immediatamente la prima edizione in volume (1897).
Prima della pubblicazione, De Roberto aveva sottoposto il manoscritto al giudizio dei suoi mentori e amici, Giovanni Verga e Luigi Capuana. In una lettera del luglio 1897, Verga espresse un parere favorevole, lodando l'acutezza dell'indagine psicologica e la capacità di trasformare un racconto intimo in un «dramma giudiziario», pur ravvisandovi un'eccessiva influenza della prosa di Gabriele D'Annunzio e alcune ripetizioni pletoricheLettera di De Roberto a Ferdinando Di Giorgi del 7 dicembre 1895, in A. Navarria, Federico De Roberto. La vita e l'opera, Catania, Giannotta, 1974, p. 316.Lettera di De Roberto a Domenico Oliva del 5 gennaio 1896, in G. Mariani, Federico De Roberto narratore, Roma, Editrice «Il Sagittario», 1950, pp. 55-56..
Trama La contessa Fiorenza D'Arda, nobildonna milanese profondamente religiosa, viene trovata morta nella villa dei Cyclamens, sul lago di Ginevra. La morte è apparentemente un suicidio, ma il romanziere svizzero Roberto Vérod, giunto sulla scena, accusa della morte il principe russo Alessio Zakunine — rivoluzionario anarchico condannato a morte in patria e rifugiatosi in Svizzera — con il quale la contessa conviveva, e la studentessa nihilista Alessandra Paskovna Natzichev, anch'essa presente nella villa al momento del fatto.
Il giudice istruttore Francesco Ferpierre avvia l'indagine, nel corso della quale scopre alcune contraddizioni.
La situazione sembra sciogliersi grazie alla lettera che Fiorenza D'Arda aveva scritto prima di morire a Suor Anna Brighton, sua antica maestra d'inglese: nella lettera si riscontra la dichiarazione esplicita del suicidio, che induce al proscioglimento dei due russi.
Trascorsi alcuni anni, tuttavia, la verità in merito al delitto sarà ribaltata nuovamente.
La conclusione è segnata da una nota di amara elevazione: il sacrificio di Fiorenza riesce a scuotere le certezze nichiliste del principe, così come induce il giudice Ferpierre a meditare sulla capacità di certe creature superiori di riscattare la miseria umana attraverso la sofferenza.
Personaggi Contessa Fiorenza D'Arda
Nobildonna milanese, profondamente religiosa. Nonostante sia la vittima — e dunque assente dalla scena — è il personaggio più vivo del romanzo, soprattutto grazie alle pagine del suo diario (il capitolo Storia d'un'anima). Pirandello la giudicò l'unica vera «creatura d'arte» del libro. La critique ha tuttavia osservato che, pur celebrata da tutti gli uomini del romanzo come figura redentrice, finisce per essere un personaggio subordinato alle logiche maschili: unidimensionale, si sacrifica per la salvezza morale degli uomini che la amano, prigioniera del suo ruolo astratto di «donna angelo»G. Dorpelli [L. Pirandello], Romanzi e novelle, «Rassegna settimanale universale», II, 32, 8 agosto 1897.
Il giudice Francesco Ferpierre
Giudice istruttore svizzero, figura centrale dell'inchiesta. Conduce un'indagine che è, più che giudiziaria, una difficilissima analisi psicologica. Pirandello lo accostò al giudice istruttore di Delitto e castigo di Dostoevskij. Nel personaggio si leggono alcuni tratti autobiografici dell'autore.
Roberto Vérod
Romanziere svizzero, portatore di un razionalismo analitico e corrosivo che lo rende incapace di credere alla vita. Anche questo personaggio riflette aspetti dell'autore.
Principe Alessio Zakunine
Rivoluzionario russo condannato a morte in patria, anarchico. Il suo profilo — come ha notato la critica — si arricchisce di un tratto patologico (l'isterismo) che De Roberto attribuisce al personaggio probabilmente per analogia con la tecnica dostoevskiana.
Alessandra Paskovna Natzichev
Studentessa nihilista russa, personaggio di notevole forza d'animo e cultura. Nella revisione del 1925 De Roberto trasforma la sua «dominatrice serenità» su Zakunine in «dominatrice autorità», e le affida una requisitoria antibellicista.
Analisi critica e modelli letterari
Il realismo analitico e l'influenza russa Sotto il profilo formale, Spasimo segna il passaggio di De Roberto dal Verismo a quello che la critica ha definito «realismo analitico». L'autore sposta l'osservazione dal dato sociale esteriore alla fenomenologia dell'ignoto psichico. In questa operazione, De Roberto guarda oltre i confini italiani: se Verga vi intravedeva un'influenza dannunziana, la critica moderna ha, infatti, evidenziato un debito profondo nei confronti del romanzo russo, in particolare quello di Fëdor Dostoevskij.
L'influenza dostoevskijanaA. Pagliaro, Woman as redeemer in Spasimo by Federico De Roberto – the detective novel and elusive detection, «Italian Culture», XVIII, 2, 2000, p. 167. «Creatura d'amore» è un appellativo che nel corso del romanzo viene utilizzato quattro volte per indicare Fiorenza. si manifesta non solo nella scelta di ambientare l'azione tra esuli russi, ma soprattutto nella gestione del conflitto morale. Il personaggio di Zakunine, con il suo nichilismo disperato, richiama le figure degli intellettuali ribelli russi, mentre il sacrificio di Fiorenza d'Arda riecheggia il tema della redenzione universale attraverso la sofferenza che attraversa L'idiota o I fratelli Karamazov. Il romanzo diventa così un «processo all'anima», dove la verità non è un dato oggettivo ma il risultato di un conflitto tra coscienze.
Tecnica narrativa e plurivocità La struttura dell'opera è caratterizzata da una spiccata frammentarietà documentaria (lettere, diari, verbali), da Natale Tedesco descritta come scrittura plurivoca e intrinsecamente dialogicaSu Dostoevskij come riferimento dialogico del romanzo cfr. M. Bachtin, Dostoevskij. Poetica e stilistica, trad. it., Torino, Einaudi, 1968.. De Roberto scardina l'autorità del narratore onnisciente: la verità del "caso Ouchy" si scompone in una serie di prospettive soggettive e interrogative. Questa tecnica anticipa le soluzioni della narrativa del primo Novecento, rendendo Spasimo un'opera-ponte verso la crisi dell'identità pirandellianaNatale Tedesco, La norma del negativo. De Roberto e il realismo analitico, Palermo, Sellerio, 1981, p. 159..
Tematiche principali
Nichilismo, scienza e "caso di coscienza" Il fulcro tematico è il confronto tra il nichilismo scientifico e lo spiritualismo sacrificale. Il principe Zakunin incarna il fallimento del Positivismo: lo scienziato che, analizzando la realtà, non vi trova che un «meccanismo cieco e doloroso»A tal proposito e sulla dimensione meta-romanzesca del testo cfr. A. Di Grado, La vita, le carte, i turbamenti di Federico De Roberto gentiluomo, Catania, Fondazione Verga, 1998, p. 287.. A questa visione nichilista, Fiorenza d'Arda contrappone la concezione e il valore etico della sofferenza non fine a se stessa, bensì come strumento di conoscenza e conversione morale.
Lo "spasimo" del titolo è dunque la tensione suprema di questo conflitto, il momento in cui il dolore diviene rivelazione.
La figura femminile e il sacrificio Fiorenza d’Arda rappresenta l'ideale della donna redentrice, definita nel testo come «fontana di salute». Tuttavia, come osservato da studiosi quali Annamaria Cavalli Pasini, la sua figura rimane subordinata alle logiche maschili: amata da Vérod di un amore idealizzato e "sororale" e sfidata da Zakunin, Fiorenza trova l'unica via d'uscita in un suicidio che viene presentato come atto di forza morale. Si tratta di un sacrificio che mira a convertire gli uomini che la circondano, trasformando la sua morte in un messaggio etico, trascendente la verità giudiziaria.
Il romanzo poliziesco e la fortuna critica Spasimo è considerato uno dei primi romanzi polizieschi della letteratura italiana, preceduto, tra i titoli di rilievo, da Il cappello del prete (1887) di Emilio De Marchi. Rispetto al modello anglosassone del genere — già codificato da Poe, Wilkie Collins e Conan Doyle — il romanzo se ne allontana però per l'abbondanza delle descrizioni, l'approfondimento psicologico e soprattutto per la conclusione: il colpevole non viene identificato dall'inchiesta giudiziaria, ma si autodenuncia anni dopo per effetto postumo della missione redentrice di Fiorenza.
Madrignani ha osservato che a Spasimo «manca quel senso del divertissement, del gratuito intrattenimento intellettuale che è lo specifico di questo genere popolare e di massa».
La ricezione coeva fu complessivamente positiva. Giovanni Verga, che lesse il romanzo in anteprima, pur segnalando l'influenza di D'Annunzio in alcune pagine e un eccesso di ripetizioni nell'indagine psicologica, riconobbe che il «processo intimo è fatto con quell'acutezza e quella sicurezza con cui tu solo sai farlo» e che De Roberto era riuscito «a dare a un racconto intimo l'interesse di un dramma giudiziario»C.A. Madrignani, Un «giallo» nichilista, prefazione a F. De Roberto, Spasimo, Roma, Lucarini, 1989, pp. 10-11.Lettera di Verga del 21 luglio 1897, in Verga De Roberto Capuana. Catalogo della Mostra, a c. di A. Ciavarella, Catania, Giannotta, 1955, p. 178.. Luigi Pirandello, recensendo il romanzo nell'agosto 1897 sulla Rassegna settimanale universale sotto lo pseudonimo di Giulian Dorpelli, ne apprezzò alcune scene — in particolare la confessione della Natzichev e la scena finale di Zakunine con Vérod — ma criticò il debito verso Delitto e castigo, l'eccesso di indagine psicologica riconducibile all'influenza di Bourget e l'«abuso veramente straordinario delle frasi interrogative». Quest'ultima osservazione fu accolta dallo stesso De Roberto nella revisione linguistica del 1925.