Cerchio spezzato è stato un collettivo femminista attivo a Trento tra il 1970 e il 1972.
Nato all'interno della facoltà di Sociologia dell'Università di Trento come evoluzione di precedenti esperienze di studio e militanza nel movimento studentesco del Sessantotto, è considerato uno dei primi gruppi italiani ad adottare pratiche di autocoscienza e a elaborare una critica dei rapporti tra uomini e donne nella Nuova Sinistra, approdando a posizioni separatistiche.
Il collettivo è noto per il manifesto Non c’è rivoluzione senza la liberazione della donna. Non c’è liberazione della donna senza rivoluzione (1971) e per la tesi collettiva La coscienza di sfruttata, pubblicata dall'editore Mazzotta nel 1972.
Contesto e formazione del collettivo Le origini del gruppo risalgono al clima politico e culturale dell’Istituto superiore di scienze sociali di Trento, nato nel 1962 come primo nucleo accademico orientato allo studio della sociologia in Italia.
Le future fondatrici del Cerchio spezzato, tra cui Silvia Motta, Elena Medi, Luisa Abbà e Gabriella Ferri, parteciparono attivamente alla contestazione studentesca del 1968, che fece di Trento una delle sedi più emblematiche del movimento, prima università italiana ad essere occupata già nel 1966.
L'ambiente era caratterizzato dall’incontro tra marxismo critico, cattolicesimo progressista e nuove pratiche comunitarie. Diverse componenti del gruppo provenivano da esperienze associative cattoliche e dell’area del dissenso cristiano, che contribuirono alla formazione di pratiche collettive di discussione e riflessione personale successivamente rielaborate nella pratica della "presa di coscienza".
Nel corso del movimento studentesco emersero tuttavia tensioni legate alla persistente subordinazione delle donne all’interno delle assemblee e delle strutture politiche della sinistra extraparlamentare. Pur partecipando pienamente alla mobilitazione, molte studentesse denunciarono la difficoltà di prendere parola pubblicamente e la tendenza a essere relegate a funzioni organizzative e di supporto.
Il primo nucleo da cui nacque il Cerchio spezzato si sviluppò all’interno di relazioni di convivenza, legami affettivi e percorsi politici condivisi maturati durante il Sessantotto trentino. Un primo passaggio verso una elaborazione autonoma avvenne nel 1969 con la formazione di un gruppo di studio misto composto da Motta, Medi, Abbà, Ferri e Piergiorgio Lazzaretto, impegnato nella preparazione della tesi collettiva La coscienza di sfruttata, iniziata da Motta e successivamente trasformata in un lavoro comune. La tesi venne discussa nel 1971 e l'anno dopo pubblicata dall'editore Mazzotta.
Lazzaretto partecipò alle prime discussioni sul femminismo e sostenne il percorso di elaborazione autonoma intrapreso dalle componenti femminili del collettivo. Questa iniziale presenza maschile fu una caratteristica condivisa con un altro gruppo femminista delle origini, il Demau, formatosi tra il 1965-1966.
Grazie all'apporto del docente di economia Giovanni Arrighi che mise a disposizione testi del femminismo radicale statunitense, il gruppo mise in dialogo strumenti di analisi marxista con le elaborazioni d'oltreoceano del movimento delle donne, affrontando il tema dello sfruttamento femminile sia sul piano economico sia su quello esistenziale e sessuale.
Nel corso del 1970 il collettivo maturò progressivamente una scelta separatista, ritenuta necessaria per discutere liberamente temi come il corpo, la sessualità, il desiderio e l’esperienza quotidiana dell’oppressione. In questa fase assunse una composizione esclusivamente femminile, iniziò ad aprirsi anche a donne esterne all’ambiente universitario e si articolò in gruppi di lavoro dedicati a temi come famiglia, lavoro, sessualità e servizi sociali. Il manifesto Non c’è rivoluzione senza la liberazione della donna Alla fine del 1970 il collettivo produsse e diffuse il manifesto Non c’è rivoluzione senza la liberazione della donna. Non c’è liberazione della donna senza rivoluzione.
Il testo integra la critica marxista al capitalismo con l'analisi della specifica oppressione femminile, definita come una condizione strutturale trasversale ai rapporti di classe. Per descriverla introduce la categoria di "casta", mutuata dal femminismo statunitense e dalle lotte dei neri, creando un'analogia tra oppressione di sesso e oppressione razziale ed evidenziando come il dato biologico della nascita venga utilizzato per imporre un'inferiorità sociale permanente.
Criticando la sinistra extraparlamentare per avere subordinato la questione femminile alla lotta di classe e per proporre una parità modellata sul ruolo maschile, il manifesto sostenne la necessità di un movimento politico delle donne autonomo nella definizione di obiettivi, pratiche e forme organizzative.
La formula proposta nel titolo esprimeva il carattere reciproco tra rivoluzione sociale e liberazione femminile, considerate processi inseparabili di trasformazione politica e culturale.
Genesi e simbologia del nome Tra la fine del 1970 e l'inizio del 1971 il collettivo decise di acquisire una più immediata riconoscibilità pubblica e politica, trasferendosi in una sede nel centro di Trento e adottando il nome di Cerchio spezzato, accompagnato dal simbolo di un pugno chiuso che infrange lo specchio di Venere.
Il termine "cerchio" richiama il simbolo del femminile, mentre l'atto di "spezzarlo" rappresenta la volontà di rompere la gabbia dei ruoli di genere tradizionali e le forme di subordinazione patriarcale, connettendo la liberazione delle donne alla critica delle strutture sociali e politiche esistenti.
Il simbolo grafico fondeva inoltre l'iconografia dei movimenti di liberazione dell'epoca, come il Black Power, con le istanze del neofemminismo.
Rapporti e reti Nel febbraio 1971 il collettivo partecipò al Primo Congresso del Movimento di liberazione della donna (MLD), federato al Partito Radicale, svoltosi a Roma. In quell’occasione, insieme a Rivolta Femminile e ad altri gruppi, contestò il carattere non separatista dell'organizzazione e la scelta di mantenere una struttura federativa, abbandonando l'incontro.
Nello stesso anno, durante un convegno presso la sede dell'Umanitaria di Milano, emerse una nuova frattura tra i gruppi che proponevano una comunicazione fondata sul "partire da sé" e sull’esperienza personale, tra cui Rivolta femminile, Cerchio spezzato e Anabasi, e le componenti favorevoli a modalità organizzative e comunicative più tradizionali.
Attività pubbliche Il rapporto con l’esterno si sviluppò attraverso iniziative pubbliche e momenti di confronto con il movimento universitario. Tra il 1969 e il 1970 il collettivo partecipò alla contestazione di un concorso di bellezza organizzato in un cinema di Trento, episodio ricordato nelle testimonianze delle partecipanti ma non documentato da fonti coeve.
Nel 1971 organizzò inoltre una mostra fotografica dedicata al Black Power e alla condizione femminile presso l’atrio della facoltà di Sociologia.
Scioglimento L'esperienza del Cerchio spezzato si esaurì intorno al 1972. Dopo la laurea, molte delle fondatrici si trasferirono a Milano, contribuendo alla nascita del collettivo di via Cherubini e all'apertura di un asilo autogestito a Quarto Oggiaro.
Un altro nucleo si trasferì invece a Roma, partecipando alla fondazione del gruppo di via Pompeo Magno. A Trento, l’eredità del Cerchio spezzato fu raccolta dal Collettivo femminista di Trento e da altre realtà femministe attive sul territorio provinciale negli anni Settanta.
Note
Bibliografia
Voci correlate
Femminismo in Italia Femminismo negli Stati Uniti Movimento del Sessantotto in Italia Università di Trento Rivolta Femminile Anabasi Demau Autocoscienza
Categoria:Femminismo in Italia Categoria:Movimenti femministi