La storia della pittura a Venezia si sviluppò nell'arco di oltre un millennio, riflettendo la peculiare posizione della città tra Oriente e Occidente. Dalle iniziali influenze bizantine all'affermazione di una scuola autonoma, fino ai capolavori del Rinascimento e del Settecento, la pittura veneziana diede vita a una delle più originali e influenti tradizioni artistiche europee, caratterizzata da una particolare attenzione al colore, alla luce e agli effetti atmosferici.

Le origini Alto medioevo

Le testimonianze artistiche dell'alto Medioevo nell'area veneta sono scarse e frammentarie, rinvenute quasi esclusivamente in corrispondenza di edifici ecclesiastici. La maggior parte dei reperti consiste in pavimenti musivi, spesso di difficile datazione; i mosaici parietali, pur probabili, non si sono conservati. Alcune tracce di pittura murale sono state rivenute a Venezia - - e a Murano, nella basilica dei Santi Maria e Donato, dove un frammento scoperto nel 1974 non ha però permesso una datazione precisa.

Pur appartenendo al territorio bizantino e collocandosi in prossimità dei ducati longobardi, i pochi esempi giunti fino a noi non sembrano presentare evidenti influssi dell'arte bizantina, conservando piuttosto tratti della cultura locale già esistente.

Riguardo ai frammenti di pavimenti musivi, tra i più antichi si possono annoverare quelli rinvenuti nella chiesa di Santa Maria di Equilo (l'antica Jesolo) risalenti alla ricostruzione dell'edificio dopo la disastrosa alluvione del 589. Questi sono stati riportati alla luce grazie a indagini archeologiche condotte tra il 1963 e il 1966. Si tratta di circa 30 metri quadrati del pavimento databile tra VI e VII secolo. Il mosaico, decorato con motivi geometrici e floreali di tradizione tardo-romana e bizantina, presenta iscrizioni votive con i nomi di alcuni donatori (Paulus, Iohannes, Georgius). Nonostante lo stato frammentario, esso testimonia la continuità della tradizione musiva paleocristiana in un'area di confine tra Oriente e Occidente. Pur modesto, il pavimento di Santa Maria di Equilo, è tra i meglio conservati tra i mosaici alto-medievali sopravvissuti nell'area o e mostra affinità con quelli delle basiliche di Grado del VI secolo.

Alla prima metà del IX secolo risalgono i pavimenti musivi delle chiese veneziane di Sant'Ilario e San Lorenzo. Quello di Sant'Ilario, il più antico e significativo, presenta motivi di ispirazione orientale, con animali fantastici come fenici, grifoni e pegasi, accanto a pavoni e uccelli stilizzati, derivati da modelli sasanidi e bizantino-sasanidi. Il mosaico di San Lorenzo mostra affinità con quello di Santa Maria di Gazzo Veronese, evidenziando un linguaggio figurativo condiviso nell'area veneto-veronese. Nel complesso, i mosaici pavimentali venetici anteriori all'anno Mille, seppur rari, documentano una continuità tecnica e stilistica con la tradizione tardoantica e bizantina. Altri pavimenti, citati dalle fonti ma oggi scomparsi, erano presenti nelle chiese veneziane di San Vio, San Salvatore e San Martino.

La pittura veneziana tra XI e XII secolo

Con l'inizio del secondo millennio, il panorama artistico veneziano subisce un'evoluzione significativa. Durante un restauro dell'abside della basilica di Santa Maria Assunta a Torcello dove sono stati portati alla luce dei resti di un ciclo di affreschi, probabilmente parte di una decorazione più ampia con raffigurazioni riguardanti gli apostoli. Tra XI e XII secolo l'arte veneziana del pavimento a mosaico dovette raggiungere il suo massimo splendore, sebbene siano giunti fino a noi pochi esempi tra cui alcuni frammenti del pavimento originario del transetto sud della basilica di San Marco e il mosaico pavimentale della chiesa dei Santi Maria e Donato di Murano nel quale è presente un'inscrizione indicante la data della sua realizzazione: settembre 1141.Al centro della navata principale infatti si legge: In nomine Domini nostri Jhesu Christi Anno Domini Millesimo C.X.L. Primo mense semptembri indictione V (Nel nome del Signore Nostro Gesù Cristo, nell'anno del Signore 1141, nel mese di settembre, nella quinta indizione) In Di poco successivi sono i pavimenti delle chiese monastiche femminili di San Zaccaria e di San Lorenzo, mentre a San Pietro di Castello e a San Salvador sopravvivono solo esigui lacerti risalenti al XII secolo.

Particolarmente significativo per ampiezza e qualità è invece il ciclo musivo della controfacciata di Santa Maria Assunta a Torcello, eseguito tra la seconda metà dell'XI e la metà del XII secolo. L'opera, articolata in sei registri sovrapposti, rappresenta tre momenti centrali della storia della salvezza — la Crocifissione, la Discesa agli Inferi e il Giudizio universale — quest'ultimo raffigurato come un grande tribunale celeste. Le raffigurazioni della Vergine orante e della resurrezione dei morti in mare evidenziano stretti legami stilistici con la cupola dell'Ascensione di San Marco, attestando il livello raggiunto dall'arte musiva veneziana tra XI e XII secolo.

Venezia conservò più a lungo di altri centri italiani un saldo legame con il linguaggio figurativo bizantino, che trovò nella decorazione musiva il principale mezzo di trasmissione e rielaborazione culturale.

L'impresa della fabbrica di San Marco

Nel 1063, per iniziativa del doge Domenico I Contarini, ebbe avvio la ricostruzione della Basilica di San Marco. La nuova chiesa fu consacrata nel 1094, ma il cantiere rimase attivo per secoli, sia per interventi strutturali sia, soprattutto, per il progressivo ampliamento dell'apparato decorativo. La realizzazione dei suoi mosaici costituì una delle imprese musive più rilevanti dell'Occidente medievale. Il programma iconografico, pur sviluppatosi in fasi successive, rispondeva a una concezione religiosa unitaria e a precise esigenze politiche della Repubblica. In una prima fase furono adottati modelli bizantini introdotti da maestranze orientali; successivamente tali modelli furono rielaborati in senso locale, con aperture verso la sensibilità occidentale. L'obiettivo era offrire una narrazione visiva complessiva della storia sacra, articolata in cicli veterotestamentari, cristologici e apocalittici. Fino alla metà del XII secolo non si perseguì una copertura integrale a fondo oro, ma si procedette per spazi distinti e gerarchicamente organizzati, secondo una prassi tipica dell'Oriente bizantino. Particolare rilievo assume la presenza di elementi vegetali e di architetture simboliche, tra cui l'immagine idealizzata delle mura cittadine.

L'analisi stilistica permette di distinguere l'intervento di almeno tre maestri di altissimo livello, molto probabilmente di origine bizantina o comunque formati nell'ambiente costantinopolitano. Per uno soltanto è noto il nome, attestato da un'iscrizione del 1153 che menziona un mosaicista di nome Petrus (Pietro); si tratta di un caso raro nell'ambito veneziano medievale, dove l'anonimato degli artefici era la norma in quanto i mosaicisti erano considerati solo maestranze specializzate inserite in un'organizzazione di cantiere collettiva.

Non è possibile determinare con precisione l'inizio dei lavori musivi; le fonti cronachistiche indicano tuttavia il cantiere fosse già operativo durante il dogato di Domenico Selvo (1071–1084). Tra le decorazioni più antiche si annoverano verosimilmente quelle delle nicchie del portale maggiore, improntate alla cultura monastica tardomacedone e confrontabili con i mosaici del monastero di Ossios Loukas a Distomo, in Grecia. Nella cupola dell'Ascensione si osservano soluzioni compositive di notevole libertà, con figure animate da movimenti vivaci, pur entro schemi ancora pienamente bizantini. Alla prima fase del XII secolo dovrebbe appartenere anche la complessa sequenza dellOrazione nell'orto sulla parete meridionale. L'opera, di poco posteriore all'arcone della Passione cui è tematicamente connessa, è stata riconosciuta come uno degli esiti più alti e coerenti della produzione musiva del primo Duecento italiano. Alla seconda metà del XIII secolo si può attribuire la vasta composizione della parete occidentale del transetto emisferico, articolata in due episodi del medesimo ciclo iconografico, culminante con la vaticinatio dell'angelo a san Marco presso l'ingresso laterale detto Porta dei Mar. La decorazione dei narteci, più tarda, rivela invece una progressiva accademizzazione e un certo irrigidimento formale; a questa fase appartengono anche interventi minori all'interno della basilica, come la lunetta sopra la porta centrale della retrofacciata.

La realizzazione del ciclo musivo si protrasse almeno fino al XIII secolo e rappresentò, prima dell'affermazione della pittura su tavola, la più alta espressione figurativa veneziana. I mosaici, radicati nella tradizione bizantina, esercitarono un'influenza decisiva sulla nascente scuola pittorica locale, soprattutto per l'attenzione al colore, alla luce e al valore simbolico dell'immagine. Il gusto per lo splendore dorato, per la narrazione solenne e per la ricchezza ornamentale passò così dai mosaici alla pittura gotica veneziana, trovando continuità nell'opera di Paolo Veneziano e dei suoi successori.

Il Duecento

I mosaici di San Marco, saldamente inseriti nella tradizione bizantina, esercitarono un influsso determinante sulla formazione della scuola pittorica locale, in particolare per l'attenzione al colore, alla luce e alla dimensione simbolica dell'immagine. Le prime, e relativamente esigue, testimonianze giunte fino a noi della pittura veneziana appartengono all'ambito della pittura su tavola e risalgono quasi tutte alla seconda metà del XIII secolo, o al più tardi, nei primi anni del Trecento. Tra queste opere si ricordano una Madonna allattante del Museo Marciano, Madonna col Bambino collocata nelle Gallerie dell'Accademia, il trittico con Madonna in trono col Bambino proveniente dalla chiesa di Santa Maria di Zara (Croazia) e un'altra Madonna in trono col Bambino oggi conservata al Museo Puškin di Mosca.

Un ruolo di particolare rilievo nel panorama veneziano tra XIII e inizi XIV secolo fu assunto dai grandi crocifissi dipinti su tavola. Dal punto di vista stilistico, questi rivelano un progressivo confronto con le scuole umbre e toscane, in particolare con la tradizione inaugurata da Giunta Pisano e sviluppata da Coppo di Marcovaldo e Cimabue. Si afferma infatti il tipo del Christus patiens, con il corpo reclinato, il capo piegato e un'accentuazione del pathos che supera la più antica iconografia del Christus triumphans di ascendenza bizantina. Esempi tardoduecenteschi significativi sono il crocifisso oggi collocato nel presbiterio della Basilica di San Marco e quello conservato nella Chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari. Entrambe le opere documentano una fase di transizione: il panorama veneziano recepisce gli stimoli provenienti dall'Italia centrale, in particolare dall'area toscana, ma li rielabora attraverso una sensibilità ancora profondamente radicata nella tradizione bizantina. Ne risulta un linguaggio ibrido: alla maggiore intensità espressiva e a una più attenta osservazione anatomica si affiancano la linearità del contorno, l'uso del fondo oro e una concezione ancora fortemente simbolica dell'immagine. Questi crocifissi testimoniano dunque il momento in cui Venezia, pur mantenendo la propria identità figurativa, si apre al rinnovamento che avrebbe progressivamente trasformato la pittura italiana tra Duecento e Trecento.

Benché oggi scarsamente conservati e tradizionalmente oscurati dal predominio dei mosaici, è stato ampiamente dimostrato che anche le decorazioni ad affresco fuorno ampiamente presente tra il XIII e il XIV secolo. Esempi degni nota sono le pitture ritrovate nel 1945 nella cappella del Crocifisso della Chiesa di San Zan Degolà o quelle risalente al 1252 di San Salvador, Santa Agnese (1288-1291), San Maurizio (1315), Santa Eufemia (1317), San Stae e San Polo.