Con l'espressione fuochi dell'Enichem sono ricordate le proteste operaie e cittadine sviluppatesi a Crotone nel settembre 1993 durante la vertenza sul futuro dello stabilimento chimico dell'EniChem e sulla decisione aziendale di collocare in cassa integrazione straordinaria 333 dipendenti. La mobilitazione era già in corso con l'occupazione dello stabilimento dal 2 settembre e raggiunse il momento di massima tensione il 6 settembre, quando del fosforo contenuto in alcuni bidoni venne riversato sulla strada statale 106 Jonica e prese fuoco a contatto con l'aria, mentre altri incendi si svilupparono nella zona industriale di Crotone e si verificarono scontri tra manifestanti e forze dell'ordine.
Nei giorni successivi la mobilitazione si estese alle famiglie dei dipendenti e ad altri lavoratori della città, coinvolgendo anche la stazione di Crotone e gli operai della vicina Pertusola Sud. La vicenda ricevette un'ampia copertura sulla stampa nazionale e internazionale, coinvolse il governo Ciampi e fu oggetto di una specifica risoluzione del Parlamento europeo.
Il 15 settembre venne raggiunto un accordo sulla gestione degli esuberi, al quale era collegato un programma di reindustrializzazione dell'area. Gli episodi verificatisi durante le proteste diedero inoltre origine a un procedimento penale che, in primo grado, si concluse nel 1996 con 37 condanne e 53 assoluzioni.
Antefatti
La crisi del polo chimico e i tentativi di riconversione Lo stabilimento chimico crotonese aveva avuto origine negli anni venti con la Società Meridionale Ammonia, legata alla Montecatini, e si era sviluppato nei decenni successivi fino a diventare uno dei principali insediamenti industriali della città; passato alla Montedison e quindi attraverso l'esperienza Enimont, nel 1991 entrò interamente nell'orbita dell'Enichem, in una fase segnata dal progressivo ridimensionamento delle produzioni chimiche tradizionali.
La prospettiva di una chiusura degli impianti crotonesi era emersa pubblicamente già nella primavera dello stesso anno. Nell'aprile 1991 il Consiglio regionale della Calabria, discutendo delle nuove linee di indirizzo strategico-industriale dell'Enichem, richiamò espressamente la prevista chiusura degli impianti di Crotone e le conseguenze che essa avrebbe comportato per l'apparato produttivo e occupazionale regionale. La questione tornò all'esame dell'assemblea regionale alla fine di luglio, dopo l'incontro del 24 luglio tra Governo, ENI-Enichem e organizzazioni sindacali nazionali sul piano chimico, nel cui ambito era stata affrontata anche la situazione dello stabilimento crotonese.
Nell'ottobre 1991 Enichem e organizzazioni sindacali sottoscrissero un protocollo sulle relazioni industriali che affiancava alla ristrutturazione del polo alcune iniziative produttive sostitutive, destinate anche al riassorbimento delle maestranze in esubero; tra queste figurava la Selenia, società costituita per produrre racchette da tennis in fibra di carbonio. Il 20 dicembre dello stesso anno l'iniziativa venne presentata ufficialmente ai sindacati come un investimento di circa 25 miliardi di lire destinato a occupare circa 170 lavoratori, provenienti prevalentemente dallo stabilimento crotonese.
Dal febbraio 1992 la Selenia aveva alle proprie dipendenze 137 persone, delle quali 83 ex lavoratori Enichem e 54 giovani, ma l'iniziativa incontrò gravi difficoltà finanziarie e produttive; nell'aprile 1993 la società venne dichiarata fallita e il giudice del lavoro reintegrò nell'Enichem gli 83 operai precedentemente trasferiti.
La fermata del forno al fosforo Il 12 dicembre 1992 Enichem-Fosfotec decise di spegnere il forno per la produzione di fosforo dello stabilimento crotonese, motivando la scelta con la scarsa redditività dell'impianto. La cessazione della produzione non comportò immediatamente la scomparsa delle attività connesse al ciclo, poiché gli addetti al forno continuarono a recuperare fosforo non commerciabile dalle melme residue e attraverso le operazioni di bonifica degli impianti.
Agli inizi di luglio 1993 Enichem chiese al Ministero del lavoro l'avvio delle procedure di cassa integrazione straordinaria per la forza lavoro interessata dalla dismissione; le proteste sindacali e l'intervento della Presidenza del Consiglio determinarono una temporanea sospensione del provvedimento, mentre il confronto si concentrò sulle prospettive produttive dello stabilimento e sul futuro dei lavoratori.
La tensione coinvolse anche le istituzioni cittadine: nel giugno 1993 il sindaco Carmine Talarico ordinò la chiusura del flusso di metano degli impianti dell'Agip, richiamando sia il mancato rispetto degli impegni occupazionali da parte di Eni e Governo sia le preoccupazioni per gli effetti della subsidenza sul territorio crotonese.
Mentre la trattativa era ancora in corso, Enichem decise unilateralmente che dal 6 settembre sarebbero stati collocati in cassa integrazione straordinaria 333 lavoratori su una forza lavoro complessiva di circa 550; 250 erano direttamente o indirettamente collegati alla produzione del fosforo, mentre gli altri 83 provenivano dalla fallita Selenia.
La protesta del settembre 1993
L'occupazione dello stabilimento Il 2 settembre i lavoratori occuparono lo stabilimento Enichem in opposizione all'imminente entrata in vigore della cassa integrazione; nello stesso periodo proseguiva anche la mobilitazione delle istituzioni cittadine, mentre i sindacati confederali e di categoria chiedevano al Governo un incontro per il 6 settembre.
La protesta si inseriva quindi in un quadro di ristrutturazioni, riduzioni produttive e tentativi di riconversione avviati negli anni precedenti; il nodo della vertenza non riguardava soltanto la cessazione del ciclo del fosforo, ma soprattutto le prospettive future dell'attività produttiva e dei lavoratori coinvolti.
Il 6 settembre Nella mattinata del 6 settembre Michele Mattace, elettricista trentottenne, padre di due figli e dipendente dello stabilimento da tredici anni, interessato dal provvedimento di cassa integrazione, salì sulla ciminiera del forno al fosforo, alta circa 120 metri, dove rimase per tredici ore minacciando di gettarsi qualora non gli fosse stato garantito il posto di lavoro. Sulla struttura espose uno striscione con la scritta «Ho famiglia. Voglio lavoro»; scese in serata, dopo che gli era stata prospettata la possibilità dell'annullamento del provvedimento.
Nel corso della giornata erano in corso a Roma contatti tra sindacati, Enichem e rappresentanti governativi per ottenere il congelamento della cassa integrazione; quando giunse la notizia che la richiesta era stata respinta, la tensione aumentò rapidamente. Vennero infrante alcune vetrate dello stabilimento e del fosforo contenuto in bidoni fu riversato sulla strada statale 106 davanti agli ingressi dell'Enichem; le forze dell'ordine riuscirono a interrompere il traffico poco prima che il materiale, entrando a contatto con l'aria, prendesse fuoco.
I vigili del fuoco incontrarono difficoltà nell'avvicinarsi agli incendi a causa delle sassaiole, mentre la polizia fece uso di lacrimogeni; la combustione del fosforo produsse una nube che le cronache dell'epoca descrissero come tossica e che raggiunse il centro abitato, mentre ulteriori timori riguardarono la possibile propagazione degli incendi verso i contenitori di ammoniaca presenti nello stabilimento. Agli operai dell'Enichem si unirono inoltre alcuni lavoratori della Pertusola Sud.
L'estensione della mobilitazione Il giorno successivo la protesta assunse una dimensione più ampia: circa un centinaio di persone, tra cui mogli e figli dei lavoratori, occupò la stazione ferroviaria, mentre altre categorie manifestarono solidarietà agli operai dell'Enichem. Nei giorni seguenti i familiari continuarono a presidiare i binari, bloccando il transito dei treni.
Alla mobilitazione prese parte anche l'arcivescovo Giuseppe Agostino, che si recò nello stabilimento occupato dopo gli incendi e manifestò il proprio sostegno alla vertenza dei lavoratori, invitandoli nello stesso tempo a evitare ulteriori danni e a non ricorrere alla violenza.
La vicenda ricevette copertura anche sulla stampa estera: l'8 settembre il quotidiano spagnolo El País dedicò ai fatti un reportage nel quale la protesta crotonese veniva ricondotta alla più ampia crisi economica e occupazionale del Mezzogiorno.
L'accordo e la reindustrializzazione
L'accordo del 15 settembre Nei giorni successivi agli scontri il Governo intervenne per favorire la ripresa del negoziato. Il 14 settembre, rispondendo alla Camera dei deputati alle interrogazioni sulla vicenda, il ministro dell'Industria Paolo Savona riferì che la sospensione degli effetti economici della procedura di cassa integrazione sarebbe proseguita fino al termine delle trattative e riconobbe che Eni aveva parzialmente disatteso le indicazioni governative di non procedere alla cassa integrazione in assenza di un piano per il settore chimico; lo stesso ministro affermò che le trattative erano state interrotte dalla decisione di collocare in cassa integrazione i 333 lavoratori e successivamente riaperte.
Il 15 settembre venne raggiunto l'accordo tra Governo, Enichem, organizzazioni sindacali, Regione Calabria e Comune di Crotone. I lavoratori destinati alla cassa integrazione straordinaria furono ridotti da 333 a 63, ai quali si aggiungevano i 54 giovani provenienti dalla Selenia; per 220 dipendenti furono previsti contratti di solidarietà della durata di due anni, 80 lavoratori vennero destinati alla cosiddetta mobilità lunga e per altri 20 fu previsto il trasferimento all'interno del gruppo Eni. Cinquanta lavoratori passarono inoltre dall'Enichem-Fosfotec all'Enichem-Augusta, che gestiva il reparto delle zeoliti rimasto in attività nello stabilimento crotonese.
I lavoratori interessati dai contratti di solidarietà vennero impiegati anche nelle operazioni di bonifica dello stabilimento e nel recupero del fosforo residuo dagli impianti.
Crotone Sviluppo e la sovvenzione globale All'accordo era collegato un programma rivolto alla riconversione economica dell'area crotonese, che prevedeva il riconoscimento di Crotone come area di crisi industriale, interventi infrastrutturali e la costituzione di un organismo incaricato di promuovere e assistere nuove iniziative produttive. Il 28 dicembre 1993 venne costituita la società consortile Crotone Sviluppo, con il compito di promuovere nuove iniziative industriali nell'area.
L'attuazione del programma incontrò ritardi. Nel luglio 1995 il manifesto rilevava che numerosi lavoratori erano ancora in contratto di solidarietà o in cassa integrazione e che il piano di reindustrializzazione faticava a concretizzarsi; nel luglio 1996 i dipendenti Enichem tornarono in agitazione in vista della scadenza di 212 contratti di solidarietà e della cassa integrazione di altri lavoratori, chiedendo anche l'avvio delle bonifiche e l'attuazione degli impegni assunti per l'area.
Il 30 aprile 1996 la Commissione europea approvò con decisione C(96)889 una sovvenzione globale destinata all'area di crisi di Crotone; la convenzione tra la Commissione e Crotone Sviluppo fu sottoscritta il 10 dicembre dello stesso anno, mentre il 12 febbraio 1997 venne firmata quella tra la società consortile e il Ministero del lavoro. Il programma prevedeva il finanziamento di iniziative imprenditoriali e un sistema di monitoraggio volto a verificare sia la realizzazione degli investimenti sia il rispetto degli impegni assunti dalle imprese beneficiarie in materia di occupazione.