I moti friulani del 1864, noti anche come moti di Navarons, furono un tentativo insurrezionale di ispirazione mazziniana e garibaldina organizzato nel Friuli, all'epoca ancora sotto dominio dell'Impero austriaco. Il centro principale della cospirazione fu la località di Navarons, nell'attuale comune di Meduno, e il protagonista politico e organizzativo più importante fu il medico e patriota Antonio Andreuzzi.

L'insurrezione si inseriva in un più vasto progetto rivoluzionario che avrebbe dovuto coinvolgere contemporaneamente diverse aree dell'Italia nordorientale, dal Trentino al Veneto e al Friuli, con l'obiettivo di provocare una sollevazione popolare contro l'Austria e favorire il completamento dell'unificazione italiana. Il tentativo, culminato nella partenza della banda armata da Navarons il 16 ottobre 1864, non fu supportato dalla partecipazione delle popolazioni locali, cosicché l'iniziativa rimase isolata a causa del mancato coordinamento con gli altri gruppi insurrezionali e della pronta reazione delle autorità austriache. La banda friulana fu quindi costretta a ritirarsi sulle montagne e venne progressivamente dispersa.

L'episodio, considerato uno degli ultimi tentativi insurrezionali di matrice mazziniana del Risorgimento italiano prima della terza guerra d'indipendenza italiana del 1866 che portò all'annessione del Veneto e del Friuli al Regno d'Italia, fu da un lato criticato per l'imperizia dei rivoltosi, ma dall'altro lato fu esaltato per aver portato il tema delle terre italiane non ancora unificate al regno sabaudo e dal regno nel dibattito della diplomazia internazionale.

Contesto storico Dopo la Restaurazione, gran parte del Friuli era compresa nel Regno Lombardo-Veneto, sottoposto alla sovranità dell'Impero austriaco. La regione aveva partecipato ai moti del 1848 e aveva conosciuto una significativa attività patriottica e cospirativa. La situazione mutò parzialmente con la seconda guerra d'indipendenza italiana del 1859, che portò alla formazione del Regno d'Italia, pur senza il Veneto e il Friuli rimasti sotto l'Austria. La prospettiva di una nuova guerra contro l'Austria alimentò tra i patrioti democratici l'idea che un'insurrezione interna potesse accompagnare o provocare un intervento militare italiano.

I moti del 1864 non furono un fenomeno esclusivamente locale, ma facevano parte di un progetto più ampio promosso negli ambienti del Partito d'Azione e collegato alla strategia rivoluzionaria di Giuseppe Mazzini. L'idea era quella di creare nelle regioni alpine soggette all'Austria una rete di piccole bande armate, che avrebbero dovuto compiere azioni rapide contro presidi militari e infrastrutture, favorendo contemporaneamente l'insurrezione della popolazione. Il movimento avrebbe dovuto estendersi dal Trentino al Veneto e al Friuli, creando una situazione nella quale l'intervento militare italiano potesse diventare possibile o politicamente inevitabile.

Il progetto risentiva della concezione mazziniana dell'insurrezione nazionale: l'unità italiana non doveva essere considerata soltanto come un processo diplomatico e militare guidato dagli Stati, ma anche come il risultato di una mobilitazione popolare. La documentazione successiva e gli studi dedicati ai moti mostrano tuttavia l'esistenza di forti divergenze tra i diversi gruppi patriottici e tra le componenti democratiche e quelle moderate. Il coordinamento dell'operazione risultò quindi molto più debole di quanto previsto dai suoi promotori.

Figura centrale dell'organizzazione friulana fu Antonio Andreuzzi, medico originario di Navarons e patriota di orientamento mazziniano. Andreuzzi aveva già partecipato ai moti del 1848 e aveva combattuto in Cadore al fianco di Pier Fortunato Calvi. Nel corso degli anni successivi mantenne rapporti con gli ambienti patriottici democratici e divenne uno dei principali organizzatori della cospirazione friulana. Andreuzzi ebbe un ruolo di collegamento tra la realtà locale e gli ambienti mazziniani. Anche Giuseppe Garibaldi era informato dell'attività dei patrioti friulani e, secondo la documentazione relativa alla vicenda, incoraggiò gli organizzatori a mantenere i preparativi:

Preparativi Nel corso del 1863 e del 1864 furono organizzati comitati clandestini e predisposte armi e munizioni destinate ai gruppi insurrezionali. Navarons divenne il principale centro operativo friulano. La posizione geografica del paese, situato all'imbocco della Val Meduna e vicino alle vie montane che conducevano verso il Cadore e la Carnia, rendeva possibile organizzare l'attività clandestina e, in caso di fallimento, utilizzare la montagna come via di fuga. A Navarons furono inoltre preparati ordigni esplosivi del tipo delle bombe all'Orsini, utilizzati successivamente dagli insorti. Il materiale bellico veniva fatto arrivare clandestinamente attraverso la rete dei patrioti. L'organizzazione comprendeva uomini provenienti da diverse località del Friuli e anche patrioti che avevano maturato esperienza nelle campagne garibaldine. Tra i principali protagonisti figuravano, oltre ad Antonio e Silvio Andreuzzi, Francesco Tolazzi e Marziano Ciotti, veterano della spedizione dei Mille e delle campagne garibaldine.

L'insurrezione Nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, i patrioti riuniti a Navarons decisero di passare all'azione, al fine di proclamare l'insurrezione e ottenere l'adesione della popolazione, per poi collegarsi con analoghe iniziative previste nel Veneto, nel Cadore e nel Trentino.

Il gruppo, composto da una cinquantina di uomini armati, si mise in marcia con il tricolore in testa, dirigendosi verso Spilimbergo, dove neutralizzarono la caserma della gendarmeria austriaca presidiata da due militari, che si arresero e cedettero le armi. Dopo aver prelevato 400 fiorini dall'esattore, il manipolo si diresse a Maniago: anche qui riuscirono ad agire contro la gendarmeria locale, ma non ottennero quella sollevazione popolare sulla quale era basato il piano originario. Secondo le ricostruzioni disponibili, furono inoltre prelevati dalla cassa erariale circa 283 fiorini. Dopo mezzogiorno, la banda si diresse verso le colline di Poffabro, giungendo a Tramonti sulla via che conduce in Carnia.

Il piano prevedeva che contemporaneamente entrassero in azione altre bande nelle zone alpine del Veneto, del Cadore e del Trentino. Queste iniziative, però, non si svilupparono secondo il programma previsto. In parte ciò fu dovuto all'attività di informazione e repressione delle autorità austriache, che riuscirono a individuare o neutralizzare diversi gruppi prima che potessero agire. Un elemento particolarmente importante fu il mancato sabotaggio delle linee telegrafiche: la rapidità delle comunicazioni consentì alle autorità austriache di conoscere gli spostamenti degli insorti e di predisporre le forze necessarie all'inseguimento. Il gruppo friulano si trovò così isolato, mentre le forze austriache potevano concentrare contro di esso reparti di gendarmeria e militari.

Dopo l'azione di Spilimbergo e Maniago, la banda si ritirò verso l'area montana tra la Val Meduna, la Val Cellina e le vie verso il Cadore. Quella che avrebbe dovuto essere una breve campagna insurrezionale, si trasformò in una lunga fuga attraverso le montagne.

La sera del 16 ottobre i paesi furono occupati dalle truppe austriache: 60 uomini di cavalleria giunsero a Maniago, mentre a Spilimbergo fu presidiata da due compagnie di cacciatori e 12 cavalieri.

La sera del 18 ottobre, 17 uomini ritornarono a casa. Gli altri uomini cercarono invece rifugio in abitazioni, stalle, anfratti e grotte, mentre le autorità austriache organizzavano la caccia agli insorti. La conoscenza del territorio montano costituì uno dei principali elementi che permisero ad alcuni dei partecipanti di evitare la cattura, mentre la banda rimase in movimento per diversi giorni. Il 22 ottobre giunse a Maniago la polizia asburgica, che inizio a perquisire le abitazioni. Nei giorni seguenti in tutte le terre del Cadore e dell'alto Friuli vi furono grandi manovre militari al fine di creare un cordone di sicurezza.

Il moto di Navarons si concluse nella Carniola con lo scioglimento definitivo del gruppo e la fuga degli ultimi insorti all'inizio di novembre del 1864.

Le autorità austriache reagirono al tentativo insurrezionale attraverso arresti di massa (vennero fermate 275 persone accusate di complicità con gli insorti), interrogatori e procedimenti giudiziari, la cui istruttoria iniziò già alla fine del 1864. Il processo celebrato presso il tribunale di Venezia si concluse il 20 febbraio 1866 con la condanna per alto tradimento dei patrioti friulani, molti dei quali in contumacia.

Il fallimento dell'insurrezione non comportò tuttavia la scomparsa del movimento patriottico friulano. Molti dei protagonisti continuarono a partecipare alle vicende risorgimentali degli anni successivi.

Note

Bibliografia

Voci correlate Risorgimento Storia del Friuli Terza guerra d'indipendenza italiana

Categoria:Risorgimento italiano