La chiesa dei Santi Pietro e Paolo, nota in passato come "dei Greci". Greci sta per greco-cattolica, termine tecnico usato dalla Chiesa ortodossa per indicare quelle chiese che seguono la liturgia ortodossa. Si erge nel centro storico di Napoli, nel quartiere San Giuseppe, in via San Tommaso d’Aquino 51.
Inizialmente dedicata ai dodici Apostoli, la chiesa venne costruita nel 1518 per volere del cavaliere Tommaso Asen PaleologoGian Vincenzo Meola, p. 47 della famiglia dei Paleologi, l'ultima dinastia a governare l'Impero bizantino, e officiava la liturgia per quelle popolazioni esuli dell'Epiro e della Morea secondo il rito greco-bizantino.
Alla fine del XIX secolo, la chiesa divenne proprietà dello Stato greco e della Chiesa greco-ortodossa.
Da qualche anno la chiesa è in concessione all'Arcidiocesi ortodossa d'Italia e Malta.
Storia Nel 1518 Tommaso Paleologo, cavaliere della Morea, chiese al re di Spagna Carlo I la concessione di un luogo che era stato di Pietro Faldes. L’imperatore, con "real carta", ordinò al viceré Raimondo de Cardona di dare un sussidio di 500 ducatiStatuto, p. 1 per la costruzione della chiesa dedicata ai dodici Apostoli, la prima chiesa nazionale straniera in città, con la riserva della regia protezione.Statuto, p. 3
Tommaso era figlio di Demetrio Assan PaleologoGian Vincenzo Meola, p. 53 (despota di Acaia e Corinto, senatore di Costantinopoli) e Teodora Asanina, figlia di Paolo Asanes della dinastia Asen. Il nonno paterno era Demetrios Palaiologos, despota della Morea de jure dal 1428 al 1460 e de facto dal 1436 al 1438 e dal 1451 al 1460. Dopo l'invasione ottomana Tommaso si trovò al cospetto della corte di Ferrante d'Aragona, re di Napoli dal 1458 al 1494.
L'arrivo degli albanesi, di cui numerosi arvaniti dalla Morea, attuale Peloponneso in Grecia (da Korōnī, Modone, e Patrasso) a causa dell'invasione turco-ottomana,Alcune fonti parlano di 8.000 moreoti emigrati in Italia, di cui 5.000 a Napoli, ma se si prendono in esame le liste di coloro che ricevettero assistenza da parte delle autorità spagnole, il loro numero deve essere stato molto più piccolo. Hassiotis calcola che alla fine del secolo XVI i membri della confraternita non fossero più di 30-40. (Jerónimo Combis, p. 153) dopo l'occupazione di Corone da parte delle armate imperiali (1532-1534) aumentò la popolazione arvanita-albanese della città di NapoliSociedad, economía y religión en las comunidades griega y albanesa de Nápoles y Sicilia: nuevos documentos inéditos, p. 129 dove si insediarono nella strada detta "vico dei Greci"Jerónimo Combis, pp. 152 e l'imperatore Carlo V concesse loro la chiesa devoluta alla Regia Corte per mancanza di legittimi discendenti del Paleologo, riserbandosi espressamente la sua Regal Protezione.Statuto, p. 15 I Coronei acquistarono la chiesa, la ribattezzarono con il nome dei santi Pietro e Paolo e fondarono una confraternita nella chiesa stessa nel 1536, due anni dopo il loro arrivo.
Nel frattempo, papa Paolo III, con la bolla del 29 giugno 1536 autorizzò i Coronei a professare liberamente la propria fede, secondo il loro rito, e un'altra del 16 dicembre 1544 dava loro la licenza per celebrare nella chiesa costruita da Tommaso Assan Paleologo.Sociedad, economía y religión en las comunidades griega y albanesa de Nápoles y Sicilia: nuevos documentos inéditos, p. 135
Nel 1544, fu concesso di utilizzare l’edificio per il culto bizantino.
Nel 1617 l'edificio religioso fu ampliato, annettendo anche un conservatorio per i bambini; all'epoca di questo intervento risale anche la nuova intitolazione ai Santi Pietro e Paolo.
Nella Chiesa continuarono a riunirsi gli italo-albanesi cattolici di rito greco, ai quali si affiancarono nel XIX secolo uno sparuto nucleo di greci ortodossi, i quali pretesero in pieno periodo nazionalistico Ottocentesco, il possesso della struttura, in quanto, a modo loro, "greca" d'etnia. Ciò fu possibile solo dopo l'annessione del Regno delle due Sicilie e il conseguente periodo anticlericale che ne seguì.
Nel 1764 gli arcivescovi cattolici di Napoli avevano infatti ottenuto che la confraternita che possedeva l'edificio sacro fosse loro sottoposta, per cui nel 1828 la chiesa entrò anche formalmente a far parte dell'arcidiocesi cattolica napoletana finché il governo italiano a fine Ottocento decise di consegnarla agli ortodossi dopo che fu emanata nel 1877 un'apposita legge per revocare i "provvedimenti del cessato governo delle Due Sicilie relativi alla chiesa e confraternita dei nazionali greci in Napoli".Stessa cosa avvenne in quel periodo in Sicilia per cui la chiesa dei greci di Messina fu assegnata dal governo italiano alla Chiesa ortodossa nel 1877 togliendola ai cattolici. Il 13 luglio 1877 era stata approvata una legge sulle chiese "greche" con l'esplicito intento di cancellare i decreti a loro riferentesi ed abolire i privilegi concessi, seguì per la chiesa napoletana un decreto del 20 dicembre 1877. Per entrambi i casi vedi Enciclopedia Treccani, voce Italia, sezione culti, p. 921.
Agli inizi del XIX secolo un medico di San Demetrio Corone (CS), che voleva diventare "nobile coroneo" di titolo per entrare nella corte di Napoli, non riuscendo nell'intento, finì per fare la spia borbonica controllando i cittadini italo-albanesi di rito greco, detti appunto "greci", che risaputi era repubblicani e frequentavano il sacro edificio. Negli anni '90 dell'Ottocento Francesco Crispi, anch'egli di origini albanesi, considerato il luogo covo dello spionaggio, cedette per controparte la Chiesa allo Stato grecoDopo la guerra di liberazione dagli ottomani, l'ambizione neogreca di creare uno Stato culturalmente e linguisticamente puro, basato sul mito e l'ostentazione del passato antico e sull'appropriazione della gloria dell'eredità comune bizantina, ha fatto sì che col romanticismo europeo l'ortodossia (in senso lato, trattandosi di rito greco-cattolico) fosse equiparata alla sola unicità greca. e alla sua chiesa nazionale per motivi politici.
Dopo le problematicità etniche-religiose nate a seguire l'Unità d'Italia tra albanesi di rito greco-bizantino e greci ortodossi di Grecia su chi dovesse detenere la chiesa, la sentenza della seconda sezione della Corte di Appello di Napoli nella causa della chiesa e confraternita dei "Greci" del 1868 dichiarò che la chiesa dei Santi Pietro e Paolo era nata e apparteneva storicamente alla comunità albanese di rito greco-bizantinoFrancesco S. Marchianò (a cura di), Sentenza della Seconda Sezione della Corte di Appello di Napoli nella Causa della Chiesa e Confraternita dei Greci di questa Città, Napoli, Stabilimento Tipografico dell'Ancora, 1868., così citando:
La libertà dei culti seguita dall'Unità d'Italia comunque non cambiò la situazione della chiesa dei Santi Pietro e Paolo nei confronti dello Stato greco.
Per accondiscendere alle volontà degli ortodossi che si erano impossessati dell'edificio celebrandovi la liturgia greco-ortodossa dal 26 settembre 1865Sito ufficiale della chiesa greca dei Santi Pietro e Paolo dei Greci (chiesagrecanapoli.it) fu necessaria l'emanazione della legge del 1877 che cancellava i decreti precedenti dei sovrani e le sentenze dei tribunali. Con conseguente regio decreto del 20 dicembre 1877 venne trasferita agli ortodossi la chiesa. Vedi anche Enciclopedia Treccani, XIX volume, pag. 921, voce "Italia", sezione "Culti".
Da alcuni anni la chiesa è affidata alla Chiesa ortodossa d’Italia e Malta.
Nell'ottobre 2007, la chiesa ha ricevuto la visita del patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I.
Opere Delle decorazioni di Belisario Corenzio oggi restano solo poche tracce frammentarie.
Nella chiesa vi sono cinquanta icone post-bizantine, delle quali più di quaranta sono di Eustachio Caruso di Cefalonia. Degna di menzione è anche una tela di Paolo De Matteis collocata nella seconda cappella a destra.
Note
Voci correlate Arvaniti Chiese di Napoli Rito bizantino
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Pietro Paolo Greci, Chiesa dei Santi Napoli Categoria:Edifici di culto ortodossi in Italia