Mani pulite è la prima e più vasta delle inchieste che descrivono il fenomeno Tangentopoli. Con questo termine giornalistico ci si riferisce ad una serie di inchieste giudiziarie condotte in Italia nella prima metà degli anni novanta da parte di varie procure giudiziarie, in particolare quella di Milano, che rivelarono un sistema fraudolento ovvero corrotto che coinvolgeva in maniera collusa la politica e l'imprenditoria italiana.

L'impatto mediatico e il clima di sdegno dell'opinione pubblica che ne seguirono furono tali da decretare il crollo della cosiddetta Prima Repubblica e l'inizio della Seconda Repubblica, in quanto partiti storici della Repubblica Italiana come la DC e il PSI si sciolsero, venendo sostituiti in Parlamento, nelle successive elezioni, da partiti di nuova formazione o che prima erano sempre stati minoritari e comunque all'opposizione; anche senza un formale cambiamento di regime, si ebbe un profondo mutamento del sistema partitico e un ricambio di parte dei suoi esponenti nazionali.

Origine della locuzione La locuzione «Mani pulite» applicata alla politica venne coniata nel film di denuncia sociale Le mani sulla città del 1963: in una scena del film, i deputati di maggioranza del Consiglio comunale di Napoli, in risposta a un consigliere di opposizione che li accusa di avere le mani sporche (in riferimento a un probabile coinvolgimento in una speculazione edilizia), affermano: «Le nostre mani sono pulite!». La locuzione venne ripresa nel 1975 da Giorgio Amendola, deputato del PCI, durante un'intervista pubblicata da Il Mondo in cui affermava: «Ci hanno detto che le nostre mani sono pulite perché non l'abbiamo mai messe in pasta». L'espressione venne ripresa ancora due anni dopo dallo scrittore Claudio Castellacci e nel 1980 dal Capo dello Stato Sandro Pertini. In un'accezione ristretta, «Mani pulite» fa riferimento al fascicolo aperto alla Procura di Milano nel 1991 da Antonio Di Pietro, mentre in un'accezione allargata fa riferimento alle indagini condotte anche da altre procure italiane negli anni novanta, che vertevano appunto sulla collusione fra politica e imprenditoriaGian Piero Iaricci, Istituzioni di diritto pubblico , Maggioli Editore, Santarcangelo di Romagna, 2014, p. 161 (nota).: si parlò infatti anche di «Mani pulite napoletana» per le indagini contro Francesco De Lorenzo, Antonio Gava e Paolo Cirino Pomicino e di «Mani pulite romana» per le indagini su Giorgio Moschetti.

Antefatti

Durante gli anni '80 erano già cominciati ad emergere poco a poco degli scandali di tangenti e di corruzione-concussione tra il mondo della politica e il mondo delle imprese, dell'industria e della finanza. In particolare all'epoca era il Partito Socialista Democratico Italiano a essere saldamente a capo dei lavori pubblici, con il suo esponente Franco Nicolazzi a capo del relativo dicastero quasi ininterrottamente dal 1979 al 1987, finendo per venire travolto già nel marzo 1988 per lo scandalo delle "carceri d'oro".

Altri scandali "d'oro" emersero in quello stesso periodo (come lo scandalo delle "lenzuola d'oro" e altri ancora) e la fiducia della popolazione nei confronti della politica cominciò a raffreddarsi.

Storia L'arresto di Mario Chiesa e le prime inchieste Le vicende iniziarono lunedì 17 febbraio 1992, quando il Pubblico Ministero Antonio Di Pietro chiese e ottenne dal GIP Italo Ghitti un ordine di cattura per l'ingegner Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro di primo piano del PSI milanese. Chiesa era stato colto in flagranza di reato mentre intascava una "tangente" dall'imprenditore monzese Luca Magni che, stanco di pagare, lo aveva denunciato all'Arma dei Carabinieri. Magni, d'accordo coi carabinieri e con Di Pietro, fece ingresso alle 17:30 nell'ufficio di Chiesa, portando con sé 7 milioni di lire, corrispondenti alla metà di una tangente richiesta a lui da quest'ultimo; l'appalto ottenuto dall'azienda di Magni era infatti di 140 milioni e Chiesa aveva preteso per sé il 10%, quindi una tangente da 14 milioni. Magni aveva un microfono e una telecamera nascosti e, appena Chiesa ripose i soldi in un cassetto della scrivania, dicendosi disponibile a rateizzare la transazione, nella stanza irruppero i militari, che notificarono l'arresto. Chiesa, a quel punto, afferrò il frutto di un'altra tangente, stavolta di 37 milioni, e si rifugiò nel bagno attiguo, dove tentò invano di liberarsi del maltolto buttando le banconote nel water.

La notizia fece scalpore, finendo sulle prime pagine dei quotidiani e venendo ripresa dai telegiornali. Il segretario socialista Bettino Craxi, allora impegnato nella campagna elettorale per le elezioni politiche nazionali che si sarebbero svolte in primavera, in un'intervista rilasciata a Daniela Vergara per il TG3 negò l'esistenza della corruzione a livello nazionale, definendo Mario Chiesa un «mariuolo isolato», una scheggia impazzita dell'altrimenti integro PSI, affermando:

Rinchiuso nel carcere di San Vittore, Chiesa in un primo momento non confessò. Il PM Di Pietro, che nelle indagini sull'ingegnere aveva scoperto e messo sotto sequestro due conti svizzeri, Levissima e Fiuggi, chiamò al telefono il suo avvocato, Nerio Diodà, e gli disse:

Così, sotto interrogatorio, Chiesa rivelò che il sistema delle tangenti era molto più esteso rispetto a quanto affermato da Craxi. Secondo le sue dichiarazioni, la tangente era diventata una sorta di «tassa», richiesta nella stragrande maggioranza degli appalti. A beneficiare del sistema erano stati politici e partiti di ogni colore, specialmente quelli al governo come la DC e il PSI. Chiesa fece anche i nomi delle persone coinvolte.

L'allargamento delle indagini e le elezioni del 1992

«Benché preparata a lungo nell’anno precedente e forse anche prima», Mani pulite nasce alla fine dell’aprile 1992, «quando è creato, presso la Procura di Milano, il pool di pubblici ministeri che si occuperà dell’indagine: Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Pier Camillo Davigo, coordinati da Gerardo D’Ambrosio. Allo stesso tempo, in forma molto meno ufficiale, si forma il pool dei cronisti che si occupano dell’indagine per i più grandi quotidiani italiani. Scambiarsi le notizie ricevute dalle «fonti» e trovate con le indagini serve all’inizio a evitare i «buchi» in presenza di continue novità, e anche a contrastare i veleni della disinformazione, che cominciano a girare. Ma col passare del tempo il pool dei cronisti si trasforma in una specie di ufficio stampa della Procura, un grande amplificatore delle mosse dei pubblici ministeri»Massimo Mastrogregori, Mani pulite e Seconda Repubblica (1992-2011): due categorie molto italiane, in La storia come cultura. Studi in onore di Roberto Pertici, Roma, Studium, 2024, p. 578..

Vista la delicata situazione politica, in piena campagna elettorale, Di Pietro mantenne sulle indagini il più assoluto riserbo. Mentre alcune formazioni politiche come la Lega Nord iniziarono a cogliere la sempre crescente indignazione popolare per raccogliere voti (con lo slogan «Roma ladrona!»), altre, come la DC, sottovalutarono il peso politico di Mani pulite e altri ancora come Bettino Craxi accusarono la Procura di Milano di muoversi secondo un «preciso disegno politico».

Le elezioni dell'aprile 1992 furono segnate dal crescere dell'astensione e dell'indifferenza della popolazione nei confronti di una politica chiusa e ingabbiata negli stessi schemi dai tempi del dopoguerra, incapace di rinnovarsi malgrado gli epocali cambiamenti storici di quegli anni. Il calo di consensi investì quasi tutti i maggiori partiti: la DC calò dal 34,31% al 29,66; il PSI, che nelle precedenti consultazioni aveva toccato i suoi massimi storici, scese di un punto percentuale; PRI, PLI e PSDI conservarono le loro posizioni. Il PDS e il PRC, eredi del disciolto PCI, persero quasi il 5% dei voti. I veri vincitori delle elezioni furono la Lega Nord e La Rete, due formazioni di recente fondazione, sviluppatesi la prima nell'Italia settentrionale e l'altra nel Meridione, che registrarono un vero e proprio boom, facendo della moralizzazione e del rinnovamento politico i propri cavalli di battaglia: il movimento leghista passò da 2 parlamentari (un deputato e un senatore) a 80 (55 deputati e 25 senatori), mentre quello fondato dall'ex democristiano Leoluca Orlando ottenne buoni risultati soprattutto a Palermo e Torino, eleggendo 15 parlamentari su scala nazionale (12 deputati e 3 senatori).

Subito dopo le elezioni, molti industriali e politici furono arrestati con l'accusa di corruzione. Le indagini iniziarono a Milano, ma si propagarono velocemente ad altre città, a mano a mano che procedevano le confessioni.

Fondamentale, per questa espansione esponenziale delle indagini, fu la diffusa tendenza dei leader politici a privare del proprio appoggio i politici meno importanti che venivano arrestati: questo fece sì che molti di questi si sentissero traditi e spesso accusassero altri politici, che a loro volta ne accusavano altri ancora.

Nel Parlamento che si formò, il quadripartito (DC, PSI, PSDI e PLI) aveva una maggioranza risicata e fu progressivamente indebolito dall'ondata di arresti e di avvisi di garanzia che si susseguivano. Quando a maggio le Camere appena riunite furono chiamate a eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, le votazioni si tennero in un clima di fortissima tensione politica (in quegli stessi giorni veniva ucciso il giudice Giovanni Falcone): fu affossata dapprima la candidatura di Arnaldo Forlani, poi quella di Giulio Andreotti. Alla fine, dopo ben 16 scrutini andati a vuoto, fu eletto il democristiano Oscar Luigi Scalfaro, che appena un mese prima era stato eletto presidente della Camera. Una delle sue prime decisioni da Capo dello Stato fu quella di non concedere incarichi ai politici vicini agli inquisiti: Bettino Craxi, che aspirava a tornare alla Presidenza del Consiglio, dovette rinunciare in favore di Giuliano Amato.

Ad agosto, Craxi attaccò Di Pietro sull'Avanti!, organo del suo partito: «Non è tutto oro quel che luccica. Presto scopriremo che Di Pietro è tutt'altro che l'eroe di cui si sente parlare. Ci sono molti, troppi aspetti poco chiari su Mani pulite».

Il 2 settembre 1992 il socialista Sergio Moroni si uccise. Poco prima aveva scritto una lettera in cui si dichiarava colpevole, affermando che i crimini commessi non erano per il proprio tornaconto ma a beneficio del partito, e accusò il sistema di finanziamento di tutti i partiti. Craxi, segretario del PSI, molto legato a Moroni, si scagliò contro stampa e magistratura sostenendo che si fosse creato un «clima infame». Prima di Moroni si suicidarono altri due indagati: il socialista Renato Amorese, ex segretario del partito di Lodi, e l'imprenditore Mario Majocchi, vicepresidente dell'ANCE sotto inchiesta per le tangenti dell'autostrada Milano-Serravalle. Entrambi erano in libertà, non in carcere.

A settembre viene resa nota un'indagine della Procura di Brescia su un ex ufficiale dei carabinieri che avrebbe girato l'Italia per raccogliere notizie compromettenti sulla vita privata di Di Pietro: due suoi amici avrebbero infatti ricevuto offerte in denaro per rivelare che il magistrato avrebbe fatto uso di droga. L'indagine venne archiviata.

Secondo alcune dichiarazioni dello stesso Craxi, il Capo della Polizia, Vincenzo Parisi, lo avrebbe incontrato e gli avrebbe riferito che era in possesso di tabulati telefonici su contatti fra Di Pietro e l'avvocato Giuseppe Lucibello su un loro misterioso viaggio in Svizzera.

La reazione dell'opinione pubblica

L'opinione pubblica, dopo l'iniziale smarrimento, si schierò in massa dalla parte dei PM: la legge sul finanziamento pubblico ai partiti veniva percepita come priva di senso, visto che per anni era stata spiegata con le necessità di mantenimento della politica ed ora si scopriva che ciò non aveva fatto venir meno la corruzione.