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Biografia Figlio di un appuntato del Corpo Forestale di stanza a Randazzo, Carmine Pallante, e di Maddalena Milloro, da giovanissimo frequentò per quattro anni, dopo le elementari, il seminario di Cassano Ionio che poi abbandonò (fu espulso dopo aver dato un calcio al rettorePallante, aggrappato a una sedia imbottita di cuscini, ride di gusto: «Sentivo voci angeliche, femminili, di là del muro che chiudeva il cortile. Era estate, faceva caldo, indugiavo all'aria aperta e tendevo l'orecchio. Di là della muraglia c'era una colonia: ragazze che facevano, come si diceva allora, l'elioterapia. Colpo di fortuna, mi accorsi che un mattone veniva via con grande facilità. Ecco, un bel buco nella recinzione».Come in certi film noir francesi.«Io ne approfittai per sbirciare dall'altra parte. Ero un ragazzo curioso, di 13-14 anni. Solo che qualcuno fece la spia e il rettore, infuriato, mi chiamo...».Risultato? «Lui urlava e allora gli mollai un calcio negli stinchi. Fui espulso e rispedito a casa, per la disperazione di mio padre». (Intervista a il Giornale del 2018)), poi di nuovo la scuola pubblica, divenendo un membro della Gioventù Italiana del Littorio. Ebbe fin da giovane una personalità ribelle, bizzarra e con tendenza all'affabulazione e a romanzare gli eventi. Secondo quanto raccontato in età molto avanzata, a suo dire si rese responsabile di un inverosimileL’affermazione sconta due inesattezze storiche in quanto le forze armate italiane non erano più in Libia dal gennaio del 1943 e il maresciallo Graziani venne destituito dai suoi incarichi e rientrò in Italia nel 1941 incidente:
All'epoca dell'attentato era uno studente di giurisprudenza. I conoscenti e i famigliari lo descrivevano come «mite e ubbidiente, però un po' nervoso, si adirava quando era contrariato anche nelle più piccole cose».
Politicamente attratto dalle idee liberali e soprattutto monarchiche, fu presidente della sezione di Randazzo del Blocco Nazionale e dell'Unione Nazionale, una formazione fuoriuscita dal Fronte dell'Uomo Qualunque, partito liberal-conservatore e populista ispirato all'antipolitica nonché corrispondente locale del giornale L'Uomo Qualunque, Pallante considerava particolarmente pericolosa per lo Stato italiano la politica filo-sovietica del Partito Comunista Italiano, del quale all'epoca Togliatti era segretario. Dalle lettere personali inviate dal carcere e nei verbali dopo l'arresto seguito all'attentato, emerse in seguito una personalità confusa e tormentata, passata dalla militanza giovanile fascista, in ambito scolastico, all'iscrizione al Partito Liberale Italiano nel 1944 (che giudicava però "troppo conservatore"), dalla temporanea vicinanza al Movimento Sociale Italiano fino alla volontà, in un breve periodo, di fare il giornalista addirittura per il quotidiano comunista l'Unità, proprio per l'area politica che avrebbe in seguito detestato di più; nella maggioranza delle lettere e interviste Pallante ribadirà il suo forte anticomunismo, sentimento maturato da liberale negli anni del dopoguerra, specialmente dopo che alcuni comunisti locali, secondo i suoi racconti, avevano preso di mira la sua famiglia, minacciando di violenza la sorella minore, all'epoca di 12 anni, e aggredendo lui e suo padre a un comizio. Nelle lettere inviate dal carcere si lamentò di essere considerato un fascista dai compaesani.
L'attentato Deciso (apparentemente di propria iniziativa, senza concertarsi con altri) a eliminare quello che lui considerava il pericolo rappresentato dal "Migliore" (il soprannome di Togliatti), comprò per pochi soldi (1 500 lire al mercato nero di Bronte) una vecchia pistola calibro 38 del 1908 (precisamente un revolver a tamburo con cinque colpi, di marca Hopkins & AllenLa pistola, ceduta a Nilde Iotti nel 1988, oggi è proprietà della Fondazione Enrico Berlinguer, simile ad una rivoltella Smith & Wesson), in buono stato, e cinque pallottole di tipo scadente e con una possibilità di penetrazione assai limitata, prese in armeria col pretesto di utilizzarle per il tiro a segno. Proprio a tale "armamentario" inadeguato si deve probabilmente la sopravvivenza di Togliatti. Partì dalla Sicilia per Roma, raccontando alla famiglia che andava a dare degli esami all'Università di Catania, il 10 luglio; raccontò ai magistrati di aver conosciuto in treno «per caso» tale Alfonso Caracciolo, controllato dalla polizia poiché «moralmente discusso in quanto pederasta», personaggio legato a gruppi di destra e di patrioti polacchi che avevano rapporti con i servizi segreti degli Stati Uniti.
Nella mattinata del 14 luglio 1948 (la data è la stessa della presa della Bastiglia, ma Pallante ha ribadito che si trattò di semplice coincidenza) si appostò presso una uscita secondaria della Camera dei deputati, in via della Missione, nei pressi di Montecitorio, attendendo il suo obiettivo (dopo aver cercato di avvicinarlo in molti altri modi: inizialmente, Pallante spedì a Togliatti un biglietto con la richiesta di un appuntamento, ma non ebbe risposta); poi entrò in Parlamento per vedere Togliatti di persona, avendo ottenuto tre pass d'ingresso dall'onorevole Francesco Turnaturi di Randazzo, democristiano e suo conoscente.
Quando vide Palmiro Togliatti che stava uscendo in compagnia di Nilde Iotti, dopo una breve esitazione esplose contro di lui quattro colpi da dietroSecondo AA.VV., Storia d'Italia, DeAgostini 1991, Pallante esplose invece due colpi di rivoltella contro il segretario del PCI., di cui tre colpirono il bersaglio; il quarto fu sparato, secondo la Iotti, quando il leader comunista era già riverso a terra, con lei che gli faceva da scudo, e non lo colpì, mentre secondo Pallante stesso i primi due centrarono Togliatti, mentre il terzo andò a vuoto ma il quarto lo colpì alla testa mentre si stava accasciando.
Come risulta dalla perizia medico-balistica resa pubblica nel 2008, una delle pallottole sparate da Pallante colpì effettivamente Togliatti alla nuca (all'epoca si disse che lo aveva solo sfiorato), ma non sfondò la calotta cranica, schiacciandosi sull'apofisi occipitale e rimbalzando sul selciato, poiché non era incamiciata con l'usuale lega di rame e zinco e perché in essa non era presente antimonio, utilizzato per indurire il piombo. Tuttavia, determinanti furono anche la durezza del grilletto, inadatto per colpire a ripetizione, e l'inesperienza di Pallante, infatti se la pallottola avesse colpito la testa con pochi millimetri di differenza, dove l'osso del cranio è più sottile, sarebbe penetrato nel cervello con il rischio di frantumarsi e causare danni multipli.
Gli altri due colpi non furono letali poiché colpirono l'emitorace sinistro, scheggiando una costola del leader comunista e provocando lacerazioni nei polmoni, facilmente guaribili in un paio di mesi, come avverrà, ma non lesero organi vitali. Togliatti rischiò però di morire dissanguato nell'attesa dell'ambulanza, ma fu infine operato dal chirurgo Pietro Valdoni che estrasse i due proiettili dal corpo, e sopravvisse, forse evitando una possibile guerra civile. In seguito all'attentato vi furono disordini e morti in numerose città, con guerriglia tra comunisti, anticomunisti e forze dell'ordine. Pallante espresse dispiacere per i morti degli scontri, specie per i poliziotti rimasti uccisi nei tafferugli.
L'appello di Togliatti dal letto d'ospedale e, secondo la leggenda, la vittoria di Gino Bartali al Tour de France 1948 evitarono un'insurrezione. Gli incidenti si verificarono in diverse località fra le quali Roma, La Spezia, Abbadia San Salvatore; nel corso di violentissime manifestazioni di protesta si registrarono alcuni morti a Napoli, Genova, Livorno e Taranto. Genova reagì con forse maggiore tempestività e impegno, sia per la forte presenza comunista fra la sua popolazione, sia perché a molti non era sfuggito il ricordo sentimentale di un Togliatti genovese (anche se emigrato subito dopo la nascita in Sardegna e poi vissuto a Torino e in gran parte in Russia)[Traversaro E.F., Una rivoluzione mancata: Genova 14 luglio 1948, The Boopen, Pozzuoli, 2010, pp. 44–45].
Il segretario della CGIL Giuseppe Di Vittorio proclamò lo sciopero generale. Gli operai della FIAT di Torino sequestrarono nel suo ufficio l'amministratore delegato Vittorio Valletta. Buona parte dei telefoni pubblici smise di funzionare e si bloccò la circolazione ferroviaria. Il democristiano Mario Scelba, ministro dell'interno, impartì disposizioni ai prefetti per vietare ogni forma di manifestazione, e l'intero paese sembrò sull'orlo della guerra civile. Gli accordi di Jalta e la presenza di truppe statunitensi sul territorio italiano sconsigliavano un'insurrezione armata. Nelle ore in cui si attendeva l'esito dell'intervento chirurgico, si diffusero le più diverse voci sullo stato di salute di Togliatti: circolò anche la notizia della morte del segretario comunista, e si disse che Togliatti era rimasto vittima della "reazione fascista" come Giacomo Matteotti nel 1924.Antonello Donato, L'attentato a Togliatti
Il clima politico del paese era caldissimo: soltanto due mesi prima, si era consumata la sconfitta del Fronte Democratico Popolare. Il bilancio, nella sola giornata del 14 luglio, fu di 14 morti e centinaia di feriti. Negli scontri perirono dieci manifestanti e quattro agenti di Pubblica Sicurezza. Nei due giorni successivi all'attentato, si conteranno complessivamente 16 morti e circa 600 feritiA. Ciaralli, "Liberare le carceri, arrestare treni e tram". Il "Piano K", un documento dell'attività insurrezionale del PCI?, in Segni per Armando Petrucci, Roma 2002, pp. 60-119; Insurrezione. 14 luglio 1948: l'attentato a Togliatti e la tentazione rivoluzionaria di Carlo Maria Lomartire. Il Paese tornerà lentamente alla normalità. Fu proprio il segretario del Partito Comunista Italiano a imporre ai membri più importanti della direzione del PCI, Secchia e Longo, di sedare gli animi e fermare la rivolta. Secondo alcuni, se Togliatti fosse morto si sarebbe rischiata una guerra civile come quella greca, nella quale i comunisti uscirono sconfitti. La possibile insurrezione di massa dei militanti comunisti si arrestò davanti all'ordine di Togliatti di "stare calmi" e di "non fare pazzie".
Già prima dell'attentato vi erano stati toni aspri sulla stampa comunista e anticomunista. Il 10 luglio Togliatti aveva dichiarato di non voler accettare il piano Marshall di ingenti aiuti economici e alimentari provenienti dagli Stati Uniti (poiché secondo i comunisti avrebbe indebitato e asservito l'Italia agli USA) dichiarando: «Vi sarà il tentativo di trascinare direttamente l'Italia nella guerra, oppure, il che è forse più probabile, si farà di tutto per trasformare sempre di più il nostro paese in base di guerra di un imperialismo straniero? oggi non sappiamo ancora come le cose andranno, ma (...) se il nostro paese dovesse essere trascinato davvero per la strada che lo portasse a una guerra, anche in questo caso noi conosciamo qual è il nostro dovere: alla guerra imperialista si risponde oggi con la rivolta, con la insurrezione per la difesa della pace, della indipendenza, dell'avvenire del proprio paese!». Il 13 luglio, il deputato socialdemocratico Carlo Andreoni, in un editoriale del quotidiano L'Umanità aveva risposto apostrofando Togliatti come "traditore", e aveva aggiunto che «prima che i comunisti possano consumare per intero il loro tradimento (...) il governo e la maggioranza degli italiani avranno il coraggio per inchiodare al muro del loro tradimento Togliatti e i suoi complici. E per inchiodarveli non solo metaforicamente». Per questo sarà allontanato dal giornale poco dopo l'attentato, accusato di aver fomentato la violenza.