La guerra in Bosnia ed Erzegovina è stato un conflitto armato combattuto tra il 1º marzo 1992 e il 14 dicembre 1995, fino alla stipula dell'accordo di Dayton, che pose ufficialmente fine alle ostilità. Il Tribunale penale internazionale per l'ex-Jugoslavia ha accertato che in Bosnia vi è stato un conflitto internazionale tra l'armata della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina e l'esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, la quale mirava ad annettere l’intera Bosnia ed Erzegovina. Al contempo, è stato accertato che la Repubblica Croata dell'Erzeg-Bosnia ha altresì partecipato attivamente nel conflitto con il medesimo obiettivo, ovvero l'annessione di una parte del territorio.

Il conflitto si inserisce all'interno delle guerre jugoslave svoltesi tra il 1991 e il 2001, all'indomani della dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Il contesto storico La dissoluzione della Jugoslavia

La guerra in Bosnia ed Erzegovina è strettamente connessa con la dissoluzione della Jugoslavia iniziata con l'indebolimento del governo post-comunista. Infatti, nel caso della Jugoslavia, il comunismo perse la sua forza ideologica e fece strada al rafforzamento del nazionalismo alla fine degli anni ottanta.

La Bosnia ed Erzegovina, ex-provincia ottomana, è stata storicamente uno Stato multietnico. Secondo il censimento del 1991, il 44% della popolazione si considerava bosgnacco (o musulmani per nazionalità), il 32,5% serba, il 17% croata e il 6% jugoslava.

Nelle prime elezioni multi-partitiche, che ebbero luogo in Bosnia nel novembre 1990, vinsero i tre maggiori partiti nazionalisti del paese: il Partito d'Azione Democratica, il Partito Democratico Serbo e l'Unione Democratica Croata di Bosnia ed Erzegovina.

I partiti "nazionali", nonostante i battibecchi occasionali e le reciproche accuse sul metodo di agire, stabilirono una tacita alleanza. Nonostante la differenza programmatica e politica fosse notevole, il motivo principale che creò temporaneamente un irreale idillio fra tre etnie profondamente diverse tra loro fu l'anticomunismo e un desiderio condiviso di sconfiggere il governo socialista al potere da anni. La nuova coalizione divise il potere così che la presidenza della repubblica andò a un bosgnacco, la presidenza del parlamento a un serbo e la presidenza del governo a un croato.

Accordo di Karađorđevo Già nel marzo 1991 i presidenti croato Franjo Tuđman e Slobodan Milošević serbo si incontrarono informalmente per discutere sulla spartizione della Bosnia ed Erzegovina tra Croazia e Serbia.

I croati, da un lato, dopo aver nei fatti ottenuto l'indipendenza del proprio paese, non nascondevano affatto il loro obiettivo successivo, ovvero le terre della cosiddetta "Erzeg-Bosnia croata", una linea che dunque mirava ad annettere l'intera Bosnia alla Croazia, mentre i serbi perseguivano la politica di tutti i Serbi in uno Stato.

Indipendenza della Bosnia ed Erzegovina L'8 ottobre 1991 la Croazia dichiarò la fine di tutti i legami con il resto della Jugoslavia. Il 15 ottobre, il parlamento bosniaco (senza la partecipazione dei rappresentanti serbi ed in risposta a tali eventi), emanò un "Memorandum sulla riaffermazione della sovranità della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina".

Il Memorandum fu fortemente contestato dai membri serbo-bosniaci del parlamento, sostenendo che l'emendamento LXX della Costituzione richiedesse garanzie procedurali e il voto favorevole di almeno i 2/3 della maggioranza, ma il Memorandum - anche se incostituzionale - fu approvato, portando ad un boicottaggio del parlamento da parte dei serbo-bosniaci.

La Commissione arbitrale della conferenza per la pace in Jugoslavia, nel parere nº 4 dell'11 gennaio 1992 sulla Bosnia ed Erzegovina, dichiarò che l'indipendenza del paese non avrebbe dovuto essere riconosciuta finché non avesse tenuto un referendum.

Il 25 gennaio 1992, un'ora dopo la sospensione della sessione parlamentare, il Parlamento chiese un referendum per l'indipendenza da svolgersi il 29 febbraio e il 1º marzo. I membri del parlamento serbi, per tutta risposta, invitarono la popolazione a boicottarlo, ottenendo un'affluenza del 63,7%, con il 92,7% dei votanti a favore dell'indipendenza (con la conseguenza che i serbo-bosniaci, pari a circa il 34% della popolazione, boicottarono in massima parte il referendum).

La leadership politica serba utilizzò il referendum come pretesto per istituire posti di blocco in segno di protesta.

L'indipendenza fu formalmente dichiarata dal parlamento bosniaco il 3 marzo 1992, ricevendo il riconoscimento internazionale il 6 aprile 1992.

Costituzione della Repubblica Serba Durante il settembre 1991, l'SDS aveva stabilito delle "Regioni Autonome Serbe" (SAO) in Bosnia-Erzegovina. Dopo che il Parlamento bosniaco dichiarò l'indipendenza il 15 ottobre 1991, i deputati serbo-bosniaci, costituiti essenzialmente dal Partito Democratico Serbo, abbandonarono il parlamento di Sarajevo e costituirono il 24 ottobre a Banja Luka l'Assemblea del popolo serbo di Bosnia ed Erzegovina, un parlamento alternativo che rappresentava esclusivamente i serbi di Bosnia.

Il mese successivo i serbo-bosniaci tennero un referendum in cui la stragrande maggioranza dei votanti si espresse a favore dell'unione alla Serbia e al Montenegro, come membri della Jugoslavia. Nel dicembre del 1991 i leader dell'SDS stilarono un documento top secret intitolato Per l'attività e l'organizzazione degli organi della popolazione serba in Bosnia Erzegovina in circostanze eccezionali. Non era altro che un programma centralizzato per la presa di potere in ogni municipalità del Paese, tramite la creazione di un governo ombra con strutture para-governative, attraverso una serie di "crisi di governo" e per preparare i lealisti serbi a coordinarsi con l'Armata Popolare Jugoslava (JNA).

Il 9 gennaio 1992 l'Assemblea serbo-bosniaca proclamò la Repubblica del Popolo Serbo di Bosnia Erzegovina (Република српског народа Босне и Херцеговине/Republika srpskog naroda Bosne i Hercegovine).

Il 28 febbraio 1992 venne adottata la Costituzione della Repubblica del Popolo Serbo di Bosnia Erzegovina e fu dichiarato che il territorio di tale Stato includeva le regioni autonome serbe, nonché le municipalità e le altre entità di etnia serba, così come "tutte le regioni in cui la popolazione serba rappresenta una minoranza a seguito del genocidio della Seconda Guerra Mondiale"; fu altresì dichiarato che tale territorio era parte integrante dello Stato federale jugoslavo.

Tra il 29 febbraio ed il 1º marzo 1992 si tenne il referendum sull'indipendenza della Bosnia-Erzegovina della Jugoslavia. La stragrande maggioranza dei serbi lo boicottò, mentre vi parteciparono i bosniaci ed i croati, che erano invece a favore dell'indipendenza.

Istituzione della Comunità croata dell'Erzeg-Bosnia Gli obiettivi dei nazionalisti della Croazia furono condivisi dai nazionalisti croati in Bosnia ed Erzegovina ed il partito di governo della Repubblica di Croazia, l'Unione Democratica Croata (HDZ), organizzò il ramo del partito in Bosnia. Nella seconda parte del 1991, gli elementi più estremisti del partito sotto la guida di Mate Boban, Dario Kordić, Jadranko Prlić, Ignac Koštroman e i leader locali come Anto Valenta, e con il supporto di Franjo Tuđman e Gojko Susak, avevano preso il controllo effettivo del partito. Ciò coincise con il picco della guerra d'indipendenza croata. Il 18 novembre 1991 il ramo del partito in Bosnia-Erzegovina, l'Unione Democratica Croata di Bosnia-Erzegovina (HDZ BiH), istituì la "Comunità croata dell'Erzeg-Bosnia", che almeno formalmente rimaneva all'interno di una Bosnia indipendente.

Piano Carrington-Cutileiro L'Accordo di Lisbona, noto anche come il piano Carrington-Cutileiro, chiamato così per i suoi creatori Lord Carrington e José Cutileiro, fu il risultato della conferenza organizzata dalla Comunità europea per impedire lescalation del conflitto. Essa ha proposto la condivisione del potere a tutti i livelli amministrativi tra le etnie e la devolution dal governo centrale alle comunità etniche locali. Ciò prevedeva la divisione in zone etnicamente ben definite, obiettivi che all'inizio della guerra era di fatto impossibile in quanto le zone multietniche erano maggioritarie rispetto a quelle non miste.

Il 18 marzo 1992, tutte e tre le parti sottoscrissero l'accordo; Alija Izetbegović per i musulmani, Radovan Karadžić per i serbi e Mate Boban per i croati.

Tuttavia, il 28 marzo 1992, Izetbegović, dopo l'incontro con l'allora ambasciatore statunitense in Jugoslavia Warren Zimmermann a Sarajevo, ritirò la sua firma e dichiarò la sua opposizione a qualsiasi tipo di divisione etnica della Bosnia, causando lo stallo delle istituzioni e il caos.

Quello che è stato detto tra i due rimane poco chiaro. Zimmerman nega di aver detto a Izetbegović che se avesse ritirato la sua firma, gli Stati Uniti gli avrebbero concesso il riconoscimento della Bosnia come Stato indipendente. Quello che è indiscutibile è che Izetbegović, quello stesso giorno, ha ritirato la sua firma e ha rinunciato all'accordo.

L'embargo Il 25 settembre 1991 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 713 imponendo l'embargo sulle armi in tutti i territori dell'ex-Jugoslavia. L'embargo colpì maggiormente l'Armata della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina poiché la Serbia ereditò la quasi totalità dell'arsenale dell'Armata Popolare Jugoslava e l'esercito croato contrabbandava le armi con i gruppi mafiosi attraverso la costa dalmata. Oltre il 55 % degli arsenali e delle caserme della ex-Jugoslavia si trovavano in Bosnia (erano da sempre posizionate lì per sfruttare il vantaggio difensivo del terreno montuoso, prestandosi anche a base strategica in caso di invasione lampo della Jugoslavia), ma molte di quelle fabbriche erano sotto controllo serbo (come la fabbrica UNIS PRETIS in Vogošća), mentre altri arsenali risultavano inutilizzabili a causa della mancanza di energia elettrica e di materie prime.

Il governo bosniaco aveva fatto pressioni per ottenere la revoca di questo embargo ma Regno Unito, Francia e Russia posero il loro veto a questa richiesta. Le proposte americane per perseguire questa politica erano conosciute come "Lift and Strike". Il Congresso degli Stati Uniti approvò due risoluzioni che chiedevano di alleviare l'embargo, ma entrambe furono oggetto di veto da parte del presidente Clinton per timore di creare una spaccatura tra gli Stati Uniti ed i paesi sopra citati. Tuttavia, gli Stati Uniti usarono canali illegali per infiltrare gruppi terroristi islamici (spesso legati ad Al-Qaida) e massicce munizioni, contrabbandando armi alle forze musulmane.

Cronologia del conflitto