Silvio Berardi, Giangiacomo Vale, Ripensare il federalismo: prospettive storico-filosofiche, Edizioni Nuova Cultura, 2013 p.22

Partecipò attivamente all'impresa della Repubblica Romana, assieme a Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi, Goffredo Mameli e Giuseppe Garibaldi, ma rimase particolarmente celebre per aver guidato il fallimentare tentativo di rivolta nel Regno delle Due Sicilie, che ebbe inizio con lo sbarco a Sapri e che fu represso nel sangue a Sanza, ambedue località del salernitano, dove trovò la morte suicidandosi.

Biografia Studi militari e viaggi Figlio cadetto del duca Gennaro Pisacane di San Giovanni, e di Nicoletta Basile De Luna, apparteneva a una famiglia aristocratica decaduta. All'età di dodici anni entrò nella Scuola militare di San Giovanni a Carbonara e due anni dopo passò nel collegio militare della Nunziatella dove era allievo anche suo fratello Filippo, che ebbe il grado di tenente del reggimento degli Ussari rimanendo fedele al proprio re sino alla fine.Rassegna storica del Risorgimento, Volume 2, ed. Società nazionale per la storia del risorgimento italiano, 1933 p. 53

Pisacane compì in giovinezza studi confusi ma appassionati che ne caratterizzarono la personalità idealista e visionaria, tanto da farlo considerare da taluni studiosi come uno dei primi socialisti propugnatori dell'utopia egualitaria.

Nel 1839 fu nominato alfiere del 5º Reggimento Fanteria di Linea "Borbone" del Real Esercito. La brillante carriera militare che gli si prospettava tuttavia mal combaciava con il suo carattere e la sua personale visione del mondo.

Nel 1840 fu inviato a Gaeta affinché coordinasse il lavoro di costruzione della ferrovia Napoli-Caserta, e l'anno successivo, condannato per adulterio, fu trasferito nella fortezza di Civitella del Tronto. Quest'ultima esperienza venne descritta da Pisacane nell'opera Memoria sulla frontiera nord-orientale del Regno di Napoli.

Intorno ai trent'anni diventò sempre più insofferente del conformismo caratteristico degli ambienti aristocratici e militari borbonici: abbandonò la carriera militare e si ritirò a vivere con la sua amante, Enrichetta Di Lorenzo, moglie di suo cugino Dionisio Lazzari che nel 1846 cercò di farlo uccidere da suoi sicari.Bruna Bertolo, Donne del Risorgimento, Le eroine invisibili dell'unità d'Italia, Ananke, 2011, p. 310 Salvi per miracolo, nel 1847 i due, destando scalpore nell'alta società napoletana, decisero di fuggire, inseguiti dalla polizia borbonica, da Napoli. In quel momento Enrichetta aspettava già un bambino da Carlo. Prima a Marsiglia, poi a Londra giunsero a Parigi, rifugio degli esuli politici italiani, dove Pisacane conobbe molti personaggi illustri come il generale Pepe, rifugiato a Parigi sin dai tempi dei moti del 1820, Dumas, Hugo, Lamartine e George Sand.

Proprio a Parigi però, i due furono arrestati dalla polizia francese. Finirono entrambi in carcere dove, nonostante i tentativi di persuasione dell'ambasciatore di Napoli a Parigi, Enrichetta decise di restare con Carlo.

La detenzione non durò a lungo comunque, perché, secondo le leggi dell'epoca, non si poteva trattenere una donna per adulterio se non su richiesta del legittimo coniuge.Dacia Maraini, La Coraggiosa Compagna di Pisacane. Enrichetta di Lorenzo, in AA.VV., Donne del Risorgimento, Il Mulino, 2011, p. 128 Dionisio Lazzari, non sporse mai denuncia per adulterio, al fine di evitare le conseguenze legate al suo tentato assassinio di Carlo.Bruna Bertolo, Donne del Risorgimento, Le eroine invisibili dell'unità d'Italia, Ananke, 2011, p. 311

Nel novembre 1847 (21 ottobre 1847 secondo i documenti militari francesi in cui viene indicato come il sous-lieutenant Pisacane Charles) Pisacane si arruolò nella legione straniera francese come sottotenente, lasciando Enrichetta, che visse in povertà a Marsiglia da dove, dopo aver partorito la figlia Carolina, morta prematuramenteDai registri dello stato civile ricostituito di Parigi non risulta alcuna nascita, anche se in Francia all'epoca era obbligatorio registrare anche i neonati che non sopravvivevano al parto (nel registro dei decessi degli anni 1847-1848 la bambina non risulta però tra le persone decedute): venivano indicati nell'atto di nascita come enfant sans vie di sesso femminile o maschile senza l'attribuzione di un nome. Una ricerca negli archivi storici del comune di Marsiglia dimostra però che nel registro annuale delle nascite risulta una Pisacane Caroline Henriette Clémence nata nel 1847 (atto del 30 settembre del registro delle nascite del comune di Marsiglia, figlia di Pisacane Charles Michel Antoine), con francesizzazione del nome normale all'epoca: anche Piero Maroncelli nel registro dei matrimoni di Parigi risulta Maroncelli Pierre. La bimba risulta registrata tra i figli legittimi e non risulta a fine registro sotto la voce riconoscimenti. Non risulta neanche un atto di matrimonio dei genitori nei registri di Marsiglia del 1847, il che fa dedurre che questo sia stato celebrato in un'altra città francese. cfr. Archivio di Marsiglia, raggiunse Pisacane in Algeria, arruolandosi anche lei come infermiera, dove era da poco stata domata la guerriglia antifrancese capeggiata dall'Emiro ‘Abd el-Qader. Quell'esperienza indusse Pisacane a riflettere sui vantaggi della tattica imprevedibile della guerriglia contro un esercito regolare ancora di stampo post-napoleonico, abituato ad agire secondo schemi fissi.

Insofferente dell'inattività, non appena seppe della rivoluzione di Parigi si congedò temporaneamente dalla legione (risulta però nel Journal militaire come démissionaire solo nel 1849) per partecipare assieme a Enrichetta all'insurrezione del giugno 1848 in seguito alla quale Luigi Filippo d'Orléans abdicò al trono.

Il fallimento della Repubblica Romana Nel frattempo soffiava aria di rivolta anche in Italia: Pisacane e Carlo Cattaneo parteciparono ai moti milanesi contro gli austriaci. Pisacane, capitano comandante la 5ª Compagnia Cacciatori dei Corpi Volontari Lombardi fu ferito gravemente a un braccio in uno scontro con gli austriaci a Monte Nota nel territorio di Tremosine, poi entrò come volontario nell'esercito piemontese partecipando alla prima guerra d'indipendenza. Il conflitto si risolse in una sconfitta per il Piemonte, ma Pisacane non si lasciò abbattere e si trasferì l'8 marzo 1849 a Roma dove, insieme con Goffredo Mameli, Giuseppe Garibaldi, Aurelio Saffi e Giuseppe Mazzini (che incontrò per la prima volta in quell'occasione e di cui divenne un seguace convinto) fondò la Repubblica Romana e ne divenne subito commissario di guerra, difendendola con tenacia a capo dell'esercito popolare, in qualità di capo di stato maggiore. Fu merito suo la vittoriosa difesa del 30 aprile contro un attacco dei francesi, che erano stati chiamati da Papa Pio IX per reprimere, così sostenevano i papalini, la «sovversione istigata dalla massoneria anticlericale».Renato Monteleone, Cospiratori, Guerriglieri, Briganti. Storie dell'altro Risorgimento. Einaudi Ragazzi Storia, Trieste 1995 La sua compagna Enrichetta partecipò concretamente, combattendo con Carlo nella zona del GianicoloAlessandro Di Lorenzo, Enrichetta Di Lorenzo. Storia di una famiglia, in AA.VV., Note e documenti per la storia di Orta di Atella, Istituto di Studi Atellani, 2006, p. 91 e occupandosi, assieme ad altre patriote tra cui Cristina di Belgiojoso, della cura dei feriti attraverso un sistema di cure efficienti e ospedali mobili. Enrichetta viene infatti nominata "direttrice delle ambulanze".Dacia Maraini, La Coraggiosa Compagna di Pisacane. Enrichetta Di Lorenzo, in AA.VV., Donne del Risorgimento, Il Mulino, 2011, p. 131

Con il fallimento dell'impresa, il 3 luglio 1849 fu arrestato e imprigionato in Castel Sant'Angelo. Liberato poco dopo, partì per Marsiglia, poi per Losanna e infine esule con Enrichetta a Londra. In questi anni presta la sua collaborazione alla rivista mazziniana "Italia del popolo", anche se il suo pensiero si sta avvicinando al socialismo.

L'avvicinamento al socialismo utopistico e libertario

Nel periodo londinese, mentre Karl Marx diffondeva il suo "socialismo scientifico", rielaborò il suo personale progetto politico, prima manifestazione di un nucleo italiano di pensiero socialista, innestato sulle suggestioni illuministiche, in cui si collegava l'ideale dell'indipendenza nazionale alle aspirazioni di riscatto sociale e politico delle masse contadine. Avvicinandosi in parte al pensiero di Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo, fu profondamente influenzato dalle idee francesi del “socialismo utopistico” e del socialismo libertario pre-marxista, espresso dalla sua formula «libertà e associazione», che aveva avuto i suoi precursori in François-Noël Babeuf e Filippo Buonarroti.Antonino De Francesco, Mito e storiografia della "grande rivoluzione": la Rivoluzione francese nella cultura politica italiana del '900, Guida editori, 2006; p. 126 e 323 Pisacane credeva che prima ancora dell'istruzione e formazione del popolo, secondo quanto predicava la dottrina mazziniana, occorresse risolvere la questione sociale, che poi era la questione contadina, con la riforma agraria.Mario Pazzaglia, Carlo Pisacane in Antologia della letteratura italiana vol. III Negli anni tra il 1848 e quello della tragica spedizione in Campania, le meditate letture di Proudhon e Fourier lo portarono a polemizzare con Mazzini sul carattere della futura rivoluzione italiana, come dimostrano le opere "Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49" e "Saggi storici politici e militari sull'Italia", non pubblicati subito. L'atteggiamento di Pisacane non si discostava sostanzialmente da quello dell'anarchico russo Bakunin nella sua fase panslavista. L'ideologia bakuniniana del resto aveva una consistente influenza sulla formazione politica di una parte dei patrioti italiani come ad esempio Garibaldi.Al Congresso per la Pace di Ginevra del 1867 Bakunin, in contrasto con l'Internazionale, fu accolto freddamente dai partecipanti ma «Garibaldi, che era il presidente dell'assemblea, scese dal palco e lo abbracciò fra gli applausi generali.» (M. Bakunin, Stato e anarchia, a cura di N. Vincileoni - G. Corradini, Ed. Feltrinelli, 2000, p. 17).

La rivoluzione nazionale doveva scaturire dalla rivoluzione sociale. Per liberare la nazione occorreva che prima insorgessero le plebi contadine offrendo loro la liberazione economica con l'affrancamento dai loro tiranni immediati: i proprietari terrieri.

Similmente al mutualismo formulato da Proudhon, Pisacane teorizzava che a ciascun lavoratore fossero garantiti i frutti del proprio lavoro e che la proprietà privata non fosse solamente abolita ma «dalle leggi fulminata come il furto», dichiarandosi altresì sostenitore della proprietà collettiva delle fabbriche e dei terreni agricoli.

Coerentemente con tali idee, per Pisacane lo scopo ultimo della rivoluzione non era la costituzione d'uno stato centralizzato, sul modello giacobino o blanquista, bensì la formazione d'una società retta da una forma di governo essenzialmente anarchica, non gerarchica e cantonalistica. Propose dunque la semplificazione delle esistenti istituzioni politiche e sociali, affermando che la società «costituita nei suoi reali e necessari rapporti, esclude ogni idea di governo».C. Pisacane, Saggio su la rivoluzione, 1944, p. 114. Secondo Pisacane, i moti rivoluzionari precedenti "attaccavano la forma del dispotismo e non già il dispotismo medesimo", crede inoltre "che l'Italia non possa sperare salvezza che dal socialismo", non disgiunto dalla lotta per la libertà nazionale. "Io sono convinto" scriveva nel suo testamento politico, "che nel Sud la rivoluzione morale esista: sono convinto che un impulso gagliardo può sospingerlo al moto, e però il mio scopo, i miei sforzi sonosi rivolti a mandare a compimento una congiura la quale dia un tale impulso".A.M.Ghisalberti, Figure rappresentative del Risorgimento, Torino 1954, pag.45.

Ateismo e irreligione