Cetraro (u Citràru in calabrese) è un comune italiano di abitanti della provincia di Cosenza, in Calabria.

Geografia fisica Clima Il clima è quello tipico della costa mediterranea, con estati torride (causa anche dei numerosi incendi che si verificano ogni anno) e inverni assai miti. La valle dell'Aron rende Cetraro una località relativamente più ventosa rispetto agli altri centri della costa.

Origini del nome Diverse sono le teorie sull'etimologia. Il nome Cetraro è dovuto all'abbondante produzione di cedri o di limoni (in latino citrus e in greco kitron, κίτρον) che sono nelle campagne circostanti. Esistono altre etimologie più fantasiose: alcuni ritengono che l'origine del nome vada ricollegato al fiume Aron (in greco antico Ἄρων, in verità un torrente oggi dalla scarsa portata di acqua) che attraversa il suo territorio, cosicché Citra Aron sarebbe il paese "al di qua dell'Aron"Tesi poco accreditata, in quanto: 1) la preposizione latina "citra" è stata riscoperta non si sa come, non si sa da chi; 2) non si sa cosa ci sia "al di là" dell'Aron.. Secondo altri il nome avrebbe origini ebraiche: gli Ebrei che navigavano verso Santa Maria del Cedro per acquistare i cedri utilizzati per una celebrazione, giungendo nei pressi del promontorio cetrarese erano soliti indicarlo in greco come Kata-rion – ossia la meta del loro viaggio si trovava proprio oltre il promontorioR. Sirri, docente all'Università Orientale di Napoli..

Storia Età antica Intorno alla nascita di Cetraro esistono diverse teorie e miti. Giovanni Fiore da Cropani, ne Della Calabria illustrata (1691) scrive che Cetraro era anticamente la città bruzia di Clampetia:

Ma a confutare la sua teoria è la Tabula Peutingeriana, che posiziona Clampetia 40 miglia romane a sud di Cirellae e 10 miglia a nord di Temesa, ovvero sul litorale tra Fiumefreddo Bruzio e San Lucido. Medioevo ed età moderna La città fu donata dalla duchessa Sichelgaita, seconda moglie di Roberto il Guiscardo, all'abate Desiderio IV Epifanio di Montecassino, per ringraziarlo dei buoni uffici prestati da quest'ultimo a Melfi allorché i Normanni si riconciliarono con il papa Leone IX. Dal 1086 al 1810 Cetraro fu retta dai Benedettini di Montecassino.

Giovanni Fiore racconta di come, durante le guerre del Regno, Cetraro dovette subire molti assalti. Ma nel 1288, Cetraro, assieme alle città di BovalinoGiovanni Fiore da Cropani, "Della Calabria illustrata", Primo Tomo, Parte Seconda, Cap.I., pag. 164, PaolaGiovanni Fiore da Cropani, "Della Calabria illustrata", Primo Tomo, Parte Seconda, Cap.I., pag. 106, e FiumefreddoGiovanni Fiore da Cropani, "Della Calabria illustrata", Primo Tomo, Parte Seconda, Cap.I., pag. 114 si arresero a Giacomo II d'Aragona, allorché stava effettuando un viaggio dalla Sicilia verso Gaeta, armato e spalleggiato da Ruggiero di Lauria.

Gabriele Barrio descrive Cetraro ne De antiquitate et situ Calabriae. Libri quinque (1571):

Il Fiore racconta di come nel 1534, Barbarossa, gran corsaro dei Turchi, bruciò 7 galeoni spagnoli sotto costruzione nel porto di Cetraro.

L'accesso alla città avviene attraverso le tre porte: di Mare, di Basso e di Sopra, che testimoniano il tempo in cui Cetraro era una cittadina fortificata. Alcuni dei principali monumenti si trovano in caratteristiche piazzette dai suggestivi nomi: a giorgia, un tempo sede del mercato, miezzu a curta posta al centro del borgo vecchio.

Età contemporanea Durante la seconda guerra mondiale fu interessata da due bombardamenti aerei alleati, con l'obiettivo di distruggere la linea ferroviaria. I bombardamenti, effettuati dagli alleati per rallentare la ritirata tedesca e impedire a questi l'arrivo di forniture militari, avvennero il 27 agosto 1943 il primo e il 25 ottobre dello stesso anno il secondo. Il primo fu fatto dalla NATAF (Northwest African Tactical Air Force) con l'ausilio di 150 aerei Lockheed P-38 Lightning, che vennero utilizzati per i bombardamenti anche di altre località calabresi, mentre il secondo da parte del 12 Ath. NATBF (Northwest African Tactical Bomber Force) e dal DAF (Desert Air Force). Ambo i bombardamenti non distrussero la linea ferroviaria, provocando solo danni minori.

L'11 settembre 1943 l'esercito angloamericano (con l'operazione Baytown per l'invasione dell'Italia continentale) libera Cetraro.

Cetraro ebbe un periodo di grande sviluppo dopo la seconda guerra mondiale con la costruzione della fabbrica tessile Faini (dal proprietario Donato Faini), specializzata nella produzioni di costumi da bagno in seta. La fabbrica necessitò di molti operai, il che provocò l'emigrazione dai comuni vicini, generando l'espansione della frazione, della marina. Purtroppo l'avvento del lycra, materiale più economico che fece scendere il prezzi dei costumi, portò la Faini, che non seppe cogliere il cambiamento, al fallimento. Le varie ipotesi statali di gestione della fabbrica non permisero di sviluppare piani industriali concreti. Alla fine di una lunga fase di cassa integrazione, la storia si concluse con la chiusura dell'industria. Piani di rilancio poco concreti hanno portato al totale abbandono del polo tessile, aumentando di conseguenza la disoccupazione.

Cetraro si trovò al centro dell'attenzione mediatica dopo l'omicidio di Giovanni Losardo, consigliere comunale del Partito Comunista Italiano e attivista antimafia, assassinato per mano 'ndranghetista il 21 giugno 1980.

Simboli Lo stemma, utilizzato dal comune anche se privo di formale decreto di concessione, è descritto nello statuto comunale come uno scudo d'argento suddiviso verticalmente in due parti raffiguranti una pianta di cedro sradicata e un pastorale da abate, rivoltato, d'oro, posto in palo. Lo scudo è sormontato da una mitra le cui infule riportano la scritta: . Il gonfalone è un drappo di azzurro.

Monumenti e luoghi d'interesse Architetture religiose Chiesa di San Benedetto Abate A pochi passi dalla piazza principale (Piazza del Popolo) si trova, sita in via Roma, la Chiesa Madre di San Benedetto Abate. Costruita in seguito alla donazione di Cetraro per mano della principessa Sichelgaita a vantaggio dell'abbazia di Montecassino, la Chiesa era già esistente nel 1104. Ristrutturata durante la seconda metà del Settecento, è di stile barocco, con accesso mediante tre porte che segnalano le tre navate interne. Accanto alla chiesa si innalza un antico torrione, probabilmente una delle quattro torri della città, successivamente convertito in campanile.

Dopo la donazione di Cetraro all'Abbazia di Montecassino, nel 1086, i Cassinensi risolsero di stabilire la loro sede temporale nel Palazzo Badiale ('a curti') e la loro sede spirituale in una nuova chiesa, intitolata al Santo fondatore dell'Ordine, che prescelsero di costruire in un luogo poco discosto dall'abitato d'allora, "in summitate acclivi!". La Chiesa di S. Benedetto, di cui si fa menzione la prima volta in un documento del 1104, ebbe modo di consolidare nel tempo la sua peculiare funzione di casa spirituale cassinense, evolvendosi anzi ben presto in un 'priorato' con mansioni ed uffici cenobitici: "consta che nel cenobio di S. Benedetto di Cetraro, soggetto ai Cassinensi, vi fossero monaci, che giorno e notte adoravano Dio con le loro laudi" (E. Gattola). Una labile traccia dell'antico cenobio fu registrata da G. De Giacomo, nel 1929, allorché, riferendo di taluni lavori di restauro notò come "vennero fuori, dietro l'organo piccolo, un colonnato, forse del cortile, e un corridoio di comunicazione col refettorio".

Dopo due secoli e mezzo di incontrastata officiatura monastica, nella seconda metà del XIV secolo, si profilarono aspri contrasti col clero secolare che culminarono nell'occupazione forzosa d'una cappella: "con una malvagità umana vieppiù operosa ed una cieca bramosìa che non cessa di istigare e, più di tutto, con uno scelleratissimo scisma che prende sempre più corpo, alcuni chierici secolari di detto castello...si sono introdotti in codesta cappella" (Gattola). Come riportato da L. Iozzi, la Curia Cassinense cercò, nel 1418, di dirimere del tutto la controversia insorta, affidandosi all'oculata dottrina del 'maestro di sentenze ' Jacopo Agnelli da Uri, ma, d'allora in poi, la Chiesa di S. Benedetto smise del tutto il suo status monastico per essere rivendicata, quasi, a quel magistero di chiesa parrocchiale che la porterà ad essere, di lì a poco, 'Mater et Caput dell'universale clero cetrarese'. E fu proprio per sopperire alle accresciute esigenze di culto che nel 1750, come riferito da A. De Giacomo, d. Lorenzo De Caro "fece eseguire il disegno dell'ampliamento della chiesa e dette mano al lavoro". Dopo un "lungo interregno" dovuto alla sua morte, i lavori furono ripresi, nel 1766, dal suo successore, d. Giuseppe Antonio Policicchio da Lago, il quale, nel giro di un anno, terminò l'ala in cornu Evangelii, inaugurando anche la Cappella del SS Sacramento, adibita provvisoriamente alle opere di culto. Nel 1775, furono completati del tutto i lavori dell'ala nuova e venne sistemata, sul portale maggiore, la statua in marmo di S. Benedetto. Il 28 ottobre 1779, infine, con un pontificale officiato dall'Abbate G. A. Testa, fu celebrato il definitivo completamento dell'intera fabbrica. Seguirono, quindi, lungo tutto il XIX secolo, una serie di lavori di completamento e decorazione interna, coronati, da ultimo, da un radicale intervento di restauro, operato dall'Arciprete d. Sebastiano Brusco, di concerto con la Soprintendenza ai Monumenti, protrattosi dal 1979 al 1984.

L'aspetto esteriore della chiesa settecentesca ha subito delle mutazioni nel tempo che ne hanno alterato l'autentica essenza. La costruzione, a metà dell'Ottocento, dei palazzi gentilizi prospicienti il sagrato ha precluso l'originaria veduta d'assieme del prospetto frontale dell'edificio, consentendone solo una residuale veduta di scorcio; la definizione, intorno al 1890, della "traversa interna all'abitato della strada n° 110", operata dal Ministero dei Lavori Pubblici, ha comportato l'eliminazione della doppia scalèa centrale che ascendeva verso il portale maggiore; l'ampliamento della sagrestia, intorno al 1850, e della canonica, nel secondo dopoguerra hanno di fatto occultato buona parte dell'abside e del piè di croce, che s'ergevano prima, in tutta la loro evidenza architettonica.

Il prospetto attuale si vale, pertanto, del fronte principale - tripartito da un ordine di doppie lesène che s'innalza nel terzo medio per concludersi nel timpano triangolare - e di quel che emerge, nel panorama urbano, della lunga nave centrale, ancora ammirevole nella sua austera nudità muraria. La torre che incombe sul fianco, già attestata nel 1540 come 'lo campanaro di S. Benedetto' (Iozzi), è, con ogni evidenza, l'unica superstite delle torri urbiche che contrassegnavano, nel Medioevo, il profilo concitato del castrum Citrarii' Interno L'interno è a croce latina, col transetto destro mancante della tribuna absidale. La navata centrale, soprelevata sulle altre, è coperta da volta a botte con duplice filare di finestre lunettate, culminante, dopo l'arco di trionfo, in un ampio catino che circoscrive il presbiterio; le due navi laterali hanno a una copertura a crociera ribassata su pianta quadrata. L'organizzazione dello spazio è demandata ad una serie di pilastroni che definiscono cinque campate per parte, in fondo alle quali sono delle nicchie che ospitano arredi ed opere d'arte.