Don Chisciotte della Mancia, titolo completo L'ingegnoso gentiluomo Don Chisciotte della Mancia () è un romanzo di Miguel de Cervantes, pubblicato in due volumi, nel 1605 e 1615.

Inizialmente il nome del personaggio era Don Qvixote . È considerata non solo la più influente opera del Siglo de Oro e dell'intero canone letterario spagnolo, ma un capolavoro della letteratura mondiale, e si può considerare il primo romanzo moderno. Vi si incontrano sia elementi del genere picaresco sia del romanzo epico-cavalleresco, nello stile del Tirant lo Blanch e del Amadís de Gaula. I due protagonisti, don Chisciotte e Sancio Panza, sono tra i più celebrati personaggi della letteratura di tutti i tempi.

Il pretesto narrativo ideato dall'autore è la figura dello storico Cide Hamete Benengeli, di cui Cervantes dichiara di aver ritrovato e fatto tradurre il manoscritto in arabo aljamiado, nel quale sono raccontate le vicende di don Chisciotte.La finzione del manoscritto ritrovato è presente nelle opere di vari autori, per esempio nellOrlando Furioso di Ludovico Ariosto,in Ivanhoe di Walter Scott, ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni, ne Il nome della rosa di Umberto Eco. Oltre l'artificio letterario dal forte valore parodico, l'invenzione di questo narratore inaffidabile e di altri filtri narrativi destinati a creare ambiguità nel racconto è una delle più fortunate innovazioni introdotte da Cervantes.

L'opera fu pubblicata nel 1605, quando l'autore aveva 57 anni. Il successo fu tale che Alonso Fernández de Avellaneda, pseudonimo di un autore fino ad oggi sconosciuto, pubblicò la continuazione nel 1614. Cervantes, disgustato da questo seguito, decise di scrivere un'altra avventura del don Quijote - la seconda parte - pubblicata nel 1615. Con oltre 500 milioni di copie, è uno dei romanzi più venduti della storia.

Miguel de Cervantes è stato anche un militare: egli stesso, nella premessa dell’opera Galatea, dedicata ad Ascanio Colonna, ricorda di aver servito come “camarero” ad Atri i Duchi Acquaviva e, in particolare, Giulio Acquaviva. Il romanziere descrive soprattutto il carattere sui generis del giovane Cardinale Giulio Acquaviva, un uomo maldestro, esaltato, maniaco di avventure e di gloria e incapace d’innalzarsi al di sopra della realtà. Proprio a seguito di una costrizione di Giulio Acquaviva, Cervantes venne colpito al petto ed alla mano sinistra (che rimarrà rovinata per sempre) durante una battaglia in mare (nel 1571 partecipando con la Flotta della Lega Santa nella battaglia di Lepanto). In molti ritengono che l’opera venne dedicata proprio al maldestro nobile atriano, vero ispiratore, quindi, del Don Chisciotte.

Trama Il protagonista della vicenda - un uomo sulla cinquantina, forte di corporatura, asciutto di corpo e di viso - è un hidalgo spagnolo di nome Alonso Quijano, morbosamente appassionato di romanzi cavallereschi. Le letture condizionano a tal punto il personaggio da trascinarlo in un mondo fantastico, nel quale egli si convince di essere chiamato a diventare un cavaliere errante. Si mette quindi in viaggio, come gli eroi dei romanzi, per difendere i deboli e riparare i torti, e diventa così il cavaliere don Chisciotte della Mancia e inizia a girare per la Spagna. Nella sua follia, don Chisciotte trascina con sé un contadino del posto, Sancio Panza, cui promette il governo di un'isola a patto che gli faccia da scudiero.

Come tutti i cavalieri erranti, don Chisciotte sente la necessità di dedicare a una dama le sue imprese, e lo farà scegliendo Aldonza Lorenzo, una contadina sua vicina, da lui trasfigurata in una nobile dama e ribattezzata Dulcinea del Toboso.

Malauguratamente per don Chisciotte, la Spagna della sua epoca non è quella della cavalleria e nemmeno quella dei romanzi picareschi, pertanto per l'unico eroe rimasto le avventure sono scarsissime. La sua visionaria ostinazione lo spinge però a leggere la realtà con altri occhi. Inizierà quindi a scambiare i mulini a vento per giganti dalle braccia rotanti, i burattini con demoni, le greggi di pecore per eserciti arabi, i quali sottomisero la Spagna al loro dominio dal 711 al 1492. Combatterà questi avversari immaginari risultando sempre sonoramente sconfitto, e suscitando l'ilarità delle persone che assistono alle sue folli gesta. Dal canto suo, Sancio Panza sarà in alcuni casi la controparte razionale del visionario don Chisciotte, mentre in altri frangenti si farà coinvolgere dalle visioni del padrone.

Prima parte

La prima parte del romanzo è preceduta da un prologo tra l'arguto e il serio, nel quale l'autore si scusa per lo stile semplice e per la narrazione esile e "priva di citazioni".

Segue il primo capitolo che tratta delle condizioni, dell'indole e delle abitudini del nobiluomo don Alonso Chisciano, di un borgo della Mancia, di cui non vale la pena ricordare l'esatta denominazione:

Con lui vivono una governante sulla quarantina, una nipote di vent'anni e un domestico. Inaspettatamente, la passione per la letteratura cavalleresca si trasforma a un tratto in una forma di delirio, al che Alonso decide di farsi cavaliere errante e di andarsene armato a cavallo in giro per il mondo, facendo piazza pulita di tutte le ingiustizie, le prepotenze e i soprusi. Immagina come proprio futuro premio la corona di Imperatore di Trebisonda e così inizia a mettere in atto il suo progetto.

Come prima cosa ripulisce e rimette in sesto alcune armi che erano appartenute ai suoi avi; poi si reca dal suo ronzino che gli sembra, anche se malconcio, persino superiore al leggendario Bucefalo di Alessandro Magno. Poiché al ronzino manca un nome, don Alonso decide di chiamarlo Ronzinante, ovvero "primo fra tutti i ronzini del mondo"; solo in seguito pensa di nobilitare in qualche modo anche il proprio nome, e decide per "don Chisciotte della Mancia", un nome che pone in evidenza il suo lignaggio e onora la sua terra natale. Ma si rende conto che manca ancora qualcosa:

La donna dei sogni viene così identificata in una certa Aldonza Lorenzo, giovane contadina di un piccolo paese vicino che viene subito ribattezzata Dulcinea del Toboso, anche se rimarrà sempre all'oscuro di essere diventata la dama di tale cavaliere. Fatti tutti questi preparativi e preoccupato per i danni che può procurare al mondo tardando a partire, don Chisciotte si mette presto in viaggio. Cammin facendo si chiede come fare a battersi per nobili cause se nessuno lo aveva armato cavaliere. Il problema è risolto a fine giornata quando egli, giunto in un "nobile castello" (in realtà un'umile osteria) sottopone la questione al "castellano" (l'oste); resosi conto della pazzia del suo cliente, questi finge di essere un grande signore e con l'aiuto di due "donzelle" (due prostitute) lo arma cavaliere. All'alba, don Chisciotte lascia l'osteria felice e contento.

Nel bosco libera un ragazzo che era stato legato e picchiato da un contadino e riprende la strada alla ventura, quando incontra un gruppo di Toledo che si reca a comprare seta a Murcia; certo che siano cavalieri erranti, don Chisciotte grida loro di fermarsi e di dire che in tutto il mondo nessuna era più bella dell'Imperatrice della Castiglia-La Mancia, Dulcinea del Toboso. I mercanti si fanno gioco di lui e ne nasce una rissa in cui don Chisciotte cade malamente da cavallo e viene bastonato di santa ragione da uno stalliere.

Un contadino del suo paese, di ritorno dal mulino col carro, lo trova e lo riporta a casa dove la nipote e la governante erano in pensiero per la sua assenza. Il curato del paese e il barbiere, fattagli una visita, si rendono conto del suo stato e decidono di bruciargli tutti i libri di cavalleria nella speranza che guarisca. Invece don Chisciotte, dopo quindici giorni, convince un contadino del paese di nome Sancio Panza, di buon carattere ma non troppo sveglio, ad andare con lui in veste di scudiero, promettendogli di farlo governatore caso mai riuscissero a conquistare un'isola. Il contadino accetta e, salito sul suo asinello, parte con don Chisciotte in sella al suo ronzino per le vie del mondo.

Sono da poco in cammino quando si vedono all'orizzonte trenta o quaranta mulini a vento, che don Chisciotte scambia per smisurati giganti coi quali vuole subito battagliare. Malgrado gli ammonimenti di Sancio, egli si slancia a galoppo contro il primo mulino a vento, cadendo a terra e rimanendo piuttosto malconcio.

I due riprendono la strada e incontrano una comitiva costituita da due frati dell'ordine di San Benedetto, un cocchio con dentro una dama biscaglina diretta a Siviglia, quattro persone a cavallo di scorta e due mulattieri a piedi. Don Chisciotte scambia i due frati per degli incantatori e la dama per una principessa rapita e ordina loro di liberarla. Seguono altre zuffe.

Ripreso il cammino, i due giungono a un'osteria di campagna, che don Chisciotte scambia nuovamente per un castello, prendendo altresì le sguattere per delle principesse. In seguito incontra un gregge di pecore, prendendolo per un vasto esercito; vedendolo menare colpi agli animali con la lancia in resta, i pastori gli gridano di fermarsi, e poiché questo si rivela inutile, per poco non lo ammazzano:

A seguito di tale scontro, don Chisciotte perde due denti e da questo momento si chiamerà "Il Cavaliere dalla Trista Figura".

Un'altra volta capita a don Chisciotte e a Sancio di assistere a un funerale notturno; credendo che il catafalco sia la barella di un cavaliere ferito o morto, il cavaliere decide di far giustizia assalendo uno dei vestiti a lutto, spaventando e facendo scappare gli altri, che erano disarmati. Questa volta Sancio ammira veramente il valore del suo padrone e, quando il caduto si rialza, dice:

Le avventure di don Chisciotte proseguono con l'assalto a un barbiere che si recava a prestare i suoi servizi e al quale don Chisciotte toglie la catinella di rame che scambia per l'elmo di Mambrino; poi libera alcuni galeotti attaccando le guardie che li scortano. Infine, assalito dalle nostalgie d'amore, decide di ritirarsi a vita di penitenza tra i boschi della Sierra Morena in omaggio alla sua Dulcinea, e rimanda Sancio al paese affinché riferisca alla donzella le sue sofferenze d'amore. Quando il curato e il barbiere vengono a sapere da Sancio le ultime novità, riescono con un espediente a ricondurre a casa il penitente.

La prima parte del romanzo termina con quattro sonetti in memoria del valoroso don Chisciotte, di Dulcinea, di Ronzinante e di Sancio, seguiti da due epitaffi conclusivi, a dimostrazione che Cervantes non pensava allora di pubblicare la seconda parte del Don Chisciotte.

Suddivisione in capitoli della prima parte

Al duca di Béjar Prologo Al libro di Don Chisciotte della Mancia I. Il quale tratta della condizione e delle occupazioni del famoso gentiluomo Don Chisciotte della Mancia II. Prima sortita dell'ingegnoso Don Chisciotte dal proprio paese III. Dove si racconta il modo curioso con cui Don Chisciotte si fece armar cavaliere IV. Ciò che successe al nostro cavaliere dopo che fu partito dall'osteria V. Dove si continua il racconto della disgrazia del nostro cavaliere VI. Curioso inventario generale, che il curato e il barbiere fecero nella libreria del nostro ingegnoso gentiluomo VII. Seconda sortita del nostro bravo cavaliere Don Chisciotte della Mancia VIII. Brillante successo ottenuto dal valoroso Don Chisciotte nella spaventosa avventura dei mulini a vento, con altri avvenimenti degni di felice memoria IX. Dove si conclude e si dà termine alla meravigliosa battaglia, che fecero il gagliardo biscaglino e il valoroso Mancego X. Divertente conversazione fra Don Chisciotte e Sancio Panza suo scudiero XI. Quel che successe fra Don Chisciotte ed alcuni caprai XII. Quel che raccontò un altro capraio a quelli che eran con Don Chisciotte XIII. Fine del racconto della pastora Marcella, ed altri avvenimenti XIV. Dove si riportano i versi disperati del pastore morto, e si raccontano altri insperati avvenimenti