LIstituto per la Ricostruzione Industriale (in acronimo IRI) è stato un ente pubblico economico italiano, poi trasformato in società per azioni, con funzioni di politica industriale.

Istituito nel 1933 durante il fascismo, grazie all'intuizione di Alberto Beneduce, nel secondo dopoguerra allargò progressivamente i suoi settori di intervento e divenne il fulcro dell'intervento pubblico nell'economia italiana. Nel 1980 l'IRI era un gruppo di circa società con più di dipendenti. È stata a suo tempo una delle più grandi aziende non petrolifere al di fuori degli Stati Uniti d'America; nel 1992 chiudeva l'anno con miliardi di lire di fatturato e miliardi di perdite. Ancora nel 1993 l'IRI era il settimo conglomerato al mondo per dimensioni, con un fatturato di circa 67 miliardi di dollari.Istituto per la Ricostruzione Industriale, dal sito in inglese.

Trasformato in società per azioni nel 1992, venne incorporato in Fintecna dieci anni dopo.

Storia Il "Consorzio Sovvenzioni"

La Banca d'Italia nel 1913, dopo aver dovuto effettuare il salvataggio di alcune imprese negli anni precedenti, durante la direzione di Bonaldo Stringher decise di costituire un organo permanente destinato al finanziamento e risanamento delle imprese in crisi, il Consorzio per sovvenzioni su valori industriali. L'ente, divenuto operativo nel 1915, era guidato dalla stessa Banca d'Italia e riuniva i Banchi di Napoli e Sicilia, alcune casse di risparmio, il Monte dei Paschi di Siena e l'Istituto Bancario San Paolo di Torino.Napoleone Colajanni, Storia della banca italiana, Roma, Newton Compton, 1995

Dopo la prima guerra mondiale ci fu una grave crisi dovuta alle difficoltà della riconversione dell'industria bellica, sovradimensionata rispetto alla domanda in periodo di pace, che travolse anche le banche che avevano grossi interessi nelle stesse industrie. Nel 1922, in seguito al crollo della Banca Italiana di Sconto, fu trasferita al Consorzio la partecipazione di controllo nell'Ansaldo detenuta dall'istituto fallito..

Un anno dopo, il Banco di Roma, che era in crisi dal 1921, fu rilevato dalla Società Nazionale Mobiliare, controllata per il 26% dal Consorzio Sovvenzioni e per un altro 26% dalla Banca Commerciale Italiana e dal Credito Italiano.

L'"Istituto di Liquidazioni" Nel 1926 il Consorzio Sovvenzioni, che ormai deteneva partecipazioni in pianta stabile, fu trasformato in un istituto dotato di personalità giuridica, lIstituto di Liquidazioni.

Nel 1930 la crisi di liquidità del Credito Italiano portò questa banca sull'orlo della bancarotta. Si rimediò innanzitutto con la fusione del Credito con la Banca nazionale di credito (BNC), costituita per liquidare la Banca Italiana di Sconto. Nel 1931 le partecipazioni azionarie e i crediti a lungo termine dei due istituti riuniti confluirono in due finanziarie: le partecipazioni in società industriali nella Società Finanziaria Italiana (Sfi), mentre le partecipazioni immobiliari e le partecipazioni in aziende di pubblica utilità furono trasferite alla Società Elettrofinanziaria. Queste due società detenevano anche le quote di controllo dello stesso Credito Italiano.

Nel 1931 l'intervento pubblico riguardò la Banca Commerciale Italiana che, di fronte alla crisi finanziaria del 1929, aveva aumentato in modo preoccupante la propria esposizione verso il sistema industriale. Il crollo delle quotazioni azionarie richiese l'intervento statale, che si concretizzò in una complessa operazione: le partecipazioni azionarie della Comit nelle industrie furono trasferite alla Società Finanziaria Industriale Italiana (Sofindit), mentre le azioni della Comit sarebbero state conferite ad un'altra società, creata apposta, la Comofin, a sua volta controllata dalla Sofindit. Questa complessa operazione non fu, tuttavia, sufficiente e nel 1932 la Commerciale era insolvente e avrebbe dovuto essere liquidata.

Nel pieno della crisi degli anni trenta la Banca d'Italia si trovava esposta verso l'Istituto di liquidazioni e verso le banche per oltre 7 miliardi, ovvero oltre il 50% del capitale circolante.

La costituzione durante il fascismo come ente provvisorio e la presidenza di Alberto Beneduce

La costituzione dell'IRI, avvenuta con regio decreto legge 23 gennaio 1933 n. 5, convertito in legge 3 maggio 1933, n. 512 - che subentró all'"Istituto di liquidazione" in tutti i suoi rapporti giuridici ed economici con contestuale soppressione dell'ente subentrato - fu patrocinata dal ministro delle finanze Guido Jung a Benito Mussolini.. Il nuovo ente nacque con durata di vita temporanea con lo scopo prettamente di salvataggio delle banche e delle imprese loro connesse. Primo presidente, oltre che uno dei principali artefici della creazione dell'ente, fu Alberto Beneduce, economista di formazione socialista, che godeva della fiducia del capo del governo.

Il nuovo ente era formato da una "Sezione finanziamenti" e una "Sezione smobilizzi". Il nuovo istituto assorbì innanzitutto lIstituto di Liquidazioni. Poi nel 1934 l'IRI stipulò con le tre banche, Commerciale, Credito e Banco di Roma, tre distinte convenzioni con cui gli istituti di credito cedevano all'IRI le proprie partecipazioni industriali e i crediti verso le imprese, in cambio di liquidità, necessaria a proseguire l'attività bancaria. Conseguentemente furono trasferite all'IRI, e poi messe in liquidazione, la Sfi, la Società Elettrofinanziaria e la Sofindit.

Le partecipazioni furono infine trasferite all'IRI, la cui principale preoccupazione divenne rimborsare alla Banca d'Italia il capitale ricevuto per acquisire le finanziarie. Una volta trasferite le quote all'Istituto, questo avviò una propria campagna di mobilitazione del credito attraverso lo strumento delle obbligazioni industriali garantite dallo Stato. L'operazione fu l'applicazione in larga scala di quanto era già stato abbozzato con l'INA, ovvero l'organizzazione del piccolo risparmio che le banche, vincolate in legami a doppio filo con il sistema industriale, non riuscivano ad impiegare in reali processi di sviluppo.

In questo modo l'IRI, e quindi lo Stato, smobilizzò le banche miste, diventando contemporaneamente proprietario di oltre il 20% dell'intero capitale azionario nazionale e di fatto il maggiore imprenditore italiano con aziende come Ansaldo, Terni, Ilva, SIP, SME, Alfa Romeo, Navigazione Generale Italiana, Lloyd Triestino di Navigazione, Cantieri Riuniti dell'Adriatico. Si trattava in effetti di grandi aziende che già da molti anni erano vicine al settore pubblico, sostenute da politiche tariffarie favorevoli e da commesse pubbliche. Inoltre, l'IRI possedeva le tre maggiori banche italiane.

Nel 1934, il valore nominale del patrimonio industriale italiano era di 16,7 miliardi di lire, pari al 14,3% del Pil. Tra i principali trasferimenti all'ente figuravanoMimmo Franzinelli, Marco Magnani, Beneduce, il finanziere di Mussolini, Mondadori 2009, pagg. 229-230: la quasi totalità dell'industria degli armamenti i servizi di telecomunicazione di gran parte dell'Italia un'altissima quota della produzione di energia elettrica una notevole quota dell'industria siderurgica civile tra l'80% ed il 90% del settore di costruzioni navali e dell'industria della navigazione

Nel complesso, con la costituzione dell'Iri il 21,49% del capitale delle società italiane esistenti al 31 dicembre 1934 era, direttamente o indirettamente, controllato dall'Istituto.Archivio Storico Iri, Sezione Finanziamenti, Relazione del consiglio di amministrazione sul bilancio al 31 dicembre 1934, citato in AA VV, Storia dell'Iri (a cura di Valerio Castronovo), Editori Laterza, Roma-Bari, 2012, vol. 1, pag. 186

La stabilizzazione in ente permanente

Inizialmente era previsto che l'IRI fosse un ente provvisorio il cui scopo era limitato alla dismissione delle attività così acquisite. Ciò in effetti avvenne con alcune imprese del settore elettrico (Edison e Bastogi) e tessile, che furono cedute ai privati, ma nel 1937 il governo trasformò l'IRI in un ente pubblico permanente; in questo probabilmente influirono lo scopo di attuare l'autarchica propagandata dalla politica economica fascista tenere sotto controllo del governo le aziende navali ed aeronautiche, mentre era in corso la guerra d'Etiopia.

Per finanziare le sue aziende l'IRI emise negli anni trenta dei prestiti obbligazionari garantiti dallo Stato, risolvendo in questo modo il problema della scarsità di capitali privati. L'IRI si diede una struttura che raggruppava le sue partecipazioni per aree merceologiche: l'Istituto sottoscriveva il capitale di società finanziarie (le "caposettore") che a loro volta possedevano il capitale delle società operative; così nel 1934 nacque la STET, nel 1936 la Finmare, e nel 1937 la Finsider, poi nel dopoguerra Finmeccanica, Fincantieri e Finelettrica.

Alberto Beneduce nel 1939 a causa di problemi di salute, dovuti a un ictus che lo aveva colpito al ritorno da una riunione della Banca dei Regolamenti Internazionali a Basilea il 13 luglio 1936, lasciò la presidenza dell'ente a Francesco Giordani.

Il ruolo nel secondo dopoguerra e nel miracolo economico italiano Nel secondo dopoguerra italiano la sopravvivenza dell'Istituto non era data per certa, essendo nato più come una soluzione provvisoria che con un orizzonte di lungo termine; di fatto però risultava difficile per lo Stato cedere ai privati aziende che richiedevano grandi investimenti e davano ritorni sul lunghissimo periodo, sicché l'IRI mantenne la struttura che aveva sotto il fascismo.

Solo dopo il 1950 la funzione dell'Istituto fu meglio definita: una nuova spinta propulsiva per l'ente venne da Oscar Sinigaglia, che con il suo piano per aumentare la capacità produttiva della siderurgia italiana strinse un'alleanza con gli industriali privati; si venne così a creare un nuovo ruolo per l'IRI, cioè quello di sviluppare la grande industria di base e le infrastrutture necessarie al paese, non in "supplenza" dei privati ma in una tacita suddivisione dei compiti. Ne furono esempi lo sviluppo dell'industria siderurgica, quello della rete telefonica e la costruzione dell'Autostrada del Sole, iniziata nel 1956.

Negli anni sessanta, mentre l'economia italiana cresceva ad alti ritmi, l'IRI era tra i protagonisti del "miracolo economico italiano". Altri paesi europei, in particolare i governi laburisti inglesi, guardavano alla "formula IRI" come ad un esempio positivo di intervento dello Stato dell'economia, migliore della semplice "nazionalizzazione" perché permetteva una cooperazione tra capitale pubblico e capitale privato.

In molte società del gruppo il capitale era misto, in parte pubblico, in parte privato. Molte imprese del gruppo societario IRI rimasero quotate in borsa e le obbligazioni emesse dall'Istituto per finanziare le proprie imprese erano sottoscritte in massa dai risparmiatori.

Ai vertici dell'IRI si insediarono esponenti della DC come Giuseppe Petrilli, presidente dell'Istituto per quasi vent'anni (dal 1960 al 1979). Petrilli nei suoi scritti elaborò una teoria che sottolineava gli effetti positivi della "formula IRI"Petrilli pubblicò un libro intitolato Lo stato imprenditore, Cappelli, Bologna 1967; citato da M. Pini, I giorni dell'IRI, Arnoldo Mondadori, 2004, pag. 26 e bibliografia a pag. 298. Attraverso l'IRI le imprese erano utilizzabili per finalità sociali e lo Stato doveva farsi carico dei costi e delle diseconomie generati dagli investimenti; significava che l'IRI non doveva necessariamente seguire criteri imprenditoriali nella sua attività, ma investire secondo quelli che erano gli interessi della collettività anche quando ciò avesse generato "oneri impropri", cioè anche in investimenti antieconomiciM. Pini, I giorni dell'IRI, pag. 26.