Fu al servizio di vari signori, nel corso dei suoi continui e inquieti spostamenti per l'Italia e la Francia. Dapprima segretario della duchessa di Milano Beatrice d'Este, che celebrò nei Triumphi, fu quindi commissario di Cesare Borgia, nonché poeta favorito anche della duchessa d'Urbino Elisabetta Gonzaga, alla quale dedicò i Nove libri della volgar poesia (oggi perduti), ma subì la persecuzione del fratello di lei, il marchese Francesco II Gonzaga, che gli portò un odio feroce. Biografia La vita di Vincenzo rimane in larga parte oscura, ed è possibile ricostruirla solo per brevi accenni e per ciò che egli riferisce di sé all'interno delle proprie opere e lettere sopravvissute..

Origini Il copista di un codice contenente alcune sue opere ne fornisce alcuni particolari biografici, sulla base di ciò che Vincenzo stesso aveva scritto nella propria Amorosa Peregrinazione, opera perduta: i suoi antenati furono insubri ed egli apparteneva a una nobile famiglia vigevanese. Il padre era un gran viaggiatore e, capitato a Chio, allora sotto la giurisdizione genovese, vi aveva ottenuto il compito dell'amministrazione della giustizia. Qui aveva sposato una nobildonna del luogo, dalla quale nacque appunto Vincenzo e, come parebbe, un altro figlio. All'età di due anni il bambino fu condotto dai genitori a Castel Nuovo Scrivia e qui compì i primi studi.

Vincenzo dichiara, nelle prose scritte dopo il 1500, di avere quarant'anni, perciò la sua data di nascita è fissata attorno al 1460 o poco dopo. Né le prose sono infatti databili prima del 1500, poiché contengono numerosi riferimenti alla caduta di Ludovico il Moro e al proprio servizio presso Cesare Borgia, di cui Vincenzo parla come di fatti ormai passati.

Nel biennio 1490-1491 si trovava a Roma, dove seguì gli studi presso l'Accademia di Paolo Cortese e dove strinse amicizia col poeta vagabondo Serafino Aquilano. Si presume che proprio in quegli anni egli assumesse il soprannome di Calmeta influenzato dal personaggio omonimo del Filocolo del Boccaccio.

Segretario di Beatrice d'Este

Terminati gli studi, ed essendo in età ancora giovanile, si recò in data imprecisata, ma comunque antecedente al 1494, a Milano, presso la corte di Ludovico il Moro, dove divenne segretario della duchessa Beatrice d'Este. Si noti comunque che è Vincenzo stesso a definirsi con tale termine all'interno delle proprie opere, mentre mancano tuttavia testimonianze concrete della sua effettiva attività durante la permanenza a Milano, come se non ci fosse mai stato. Parrebbe inoltre che in onore della duchessa egli avesse composto una serie di poesie che non ci sono pervenute, ma entrò senz'altro a far parte del rinomato circolo di poeti radunato intorno alla donna, che egli stesso descrisse con queste parole:

L'amore per la duchessa e i Triumphi Alla propria signora egli fu sinceramente affezionato, quando non direttamente innamorato, come risulta da diverse evidenze, e specialmente dall'incredibile dolore espresso in seguito nella sua opera più famosa: i Triumphi. Si tratta di un poema in cinque canti d'ispirazione petrarchesca e dantesca, che Vincenzo compose per dare sfogo al dolore causato dalla prematura scomparsa di lei, avvenuta al principio del 1497. Il poema è tutto intriso di un lessico fortemente amoroso, e due soli sono i personaggi presenti: Beatrice, nel ruolo della donna angelica, e Vincenzo, che si sostituisce a Dante e Petrarca nel ruolo del poeta perduto che necessita della guida e del conforto della propria donna..

Tema portante dell'opera è dunque l'amore per la donna che, sul solco del Dolce Stil Novo, conduce il poeta alla salvezza. Anche in questo caso, secondo l'interpretazione di Rossella Guberti, si tratta di un amore puramente spirituale e non fisico, secondo una visione filosofico-religiosa: Beatrice è guida per gli smarriti sensi del poeta.R. Ruberti, edizione critica dei "Triumphi", p. XXXIV. Anche secondo Claudia Berra il sentimento di Vincenzo si mantiene sempre più sulla strada della devozione che non dell'amore vero e proprio. L'amore-passione sarebbe cioè assente, "surrogato dalla venerazione del segretario per la sua signora"..

D'altra parte alcuni versi di un epicedion dell'umanista Pier Francesco Giustolo, composto forse nel 1501 e dedicato a Vincenzo Calmeta, sembrano condurre a un'interpretazione diversa, nonché dimostrare il ruolo centrale che Beatrice ebbe nella vita e nella poetica del proprio segretario:Medioevo e umanesimo, Volume 17, 1974, pp. 271, 302 e seguenti.PER LEGGERE I GENERI DELLA LETTURA ANNO VI, NUMERO 11, AUTUNNO 2006, Pensa MultiMedia 2006, p. 190.

Si tratta del compianto per un giovane poeta di recente defunto, il quale era stato allievo di Vincenzo: la scena si svolge nella selva ultraterrena, dove il fanciullo allieta le anime dei defunti con le canzoni che Vincenzo gli ha insegnato, e dove appare inaspettatamente una Beatrice che altri non può essere che la stessa duchessa Beatrice d'Este, già morta da anni. Da ciò si comprende che Vincenzo aveva continuato a scrivere poesie in sua memoria, le quali insegnò al proprio allievo: riconosciutele, Beatrice prende per mano il fanciullo defunto e lo interroga sul benestare di Vincenzo, dicendo di perdonarlo per le sue "curis secundis", verosimilmente traducibile con "successivi amori", in quanto intrattenuti dopo la morte della duchessa. In seguito, in una successiva edizione dell'epicedio, il nome di Vincenzo venne rimosso, mentre quello di Beatrice subì varie sostituzioni: si tentò dapprima di trasformarlo in quello di una anonima Lycore; fallito questo tentativo, il nome Beatrix venne trasformato in Hermosine, misteriosa donna amata da Angelo Colocci.Medioevo e umanesimo, Volume 17, Editrice Antenore, 1974, pp. 276, 309-313. Si trattò di un vero e proprio "furto letterario" perpetrato dal Colocci ai danni del Calmeta, al cui nome sostituì il proprio come dedicatario fittizio nell'epicedio del Giustolo, probabilmente dopo la sua morte nel 1508. Questa fu la versione che andò a stampa.Lettere italiane, Volume 34, Giuseppe Searpat, Leo S. Olschki Editore, 1982, p. 138. Esso fu invece presumibilmente composto dal Giustolo a Fano, nel 1501, e inviato a Napoli al Calmeta, il quale era allora al servizio del Valentino. I veri nomi dei protagonisti furono riscoperti solo nella seconda metà del XX secolo da Augusto Campana.

Alcuni numerosi sonetti attribuiti, con maggiore o minore certezza, al Calmeta, sono stati rinvenuti in diversi manoscritti, e datati approssimativamente agli ultimi anni del XV secolo,Rendiconti della Reale Accademia dei Lincei, Classe di scienze morali, storiche e filologiche, L'Academia, 1892, pp. 375-377. altri ai primi del secolo successivo.Alcuni componimenti del Calmeta e un codice cinquecentesco poco noto, Franca Ageno, Vol. 13, No. 3 (Luglio-Settembre 1961), pp. 295-315. I sonetti amorosi parlano tutti di un amore infelice, non corrisposto e non realizzabile. Così per esempio il VII contenuto nel manoscritto Par. It. 1543, dove egli lamenta di non poter sfogare "el martir mio tanto atroce", col rivelare a tutti il proprio desiderio, poiché sarebbe una grave minaccia all'onore della dedicataria (mantenuta anonima), ragione per cui aveva scelto di soffrire e di tacere il proprio amore: "cussì l'un via a me, l'altra ad te noce, unde pel meglio mi consumo e taccio, e cerco cun mio damno conservarte, perché in te sta de me la meglior parte". Un altro parla della bellezza e della crudeltà dell'amata, che non lo corrisponde. In una epistola metrica (di attribuzione anch'essa incerta) parla invece di un amore finalmente corrisposto: un "licito amor" di cui "l'oneste accoglienze siano il frutto", ma precisa che si tratta di una donna di bassa condizione sociale, che infatti non può sposare.

Quanto ai Triumphi, essi iniziano col poeta (Vincenzo) che piange la prematura morte della "sua cara compagna", la duchessa Beatrice, e si esprime addirittura con queste struggenti parole:Rassegna critica della letteratura italiana, Volumi 1-2, 1896, E. Percopo, pp. 146-148.

Egli non fa che inveire contro il crudele Fato e tessere gli elogi della defunta, che è la "chiara luce al mio scuro intellecto" e "del mio ardente cor vera fenice", e invoca addirittura la Morte affinché lo faccia morire al più presto e gli conceda di riposare accanto alle sue "caste ossa":Passa poi a una più profonda meditazione sulla miseria umana, sulla Fortuna e su Dio:

Nel mezzo di essa interviene la stessa Beatrice, che gli appare per consolarlo e per trarlo fuori dal suo "passato errore":

Il poeta, commosso e sbigottito, le si rivolge allora con questa invocazione:

Ritorno a Roma A detta dello stesso Vincenzo il poema fu composto non a Milano bensì a Roma; così infatti egli scrive nel finale della prefazione: "adonqua io, che in lei ogni mia speranza aveva collocata e mia servitù fin a morte aveva dedicata, e trovandome in Roma per alcune mie occurrenzie e ignaro de tanto caso, poi che me fu sua repentina e immatura morte annunciata, così amaramente incominciai a deplorare".

Non è affatto chiaro quando di preciso si fosse recato a Roma né perché, motivazione che egli volutamente tralascia di spiegare. Simone Albonico si mostra tuttavia stupito dal fatto che Vincenzo si fosse allontanato dalla corte proprio un momento tanto delicato nella vita della propria signora, quale la sua terza gravidanza, il cui esito infausto ne causò appunto la morte.Ludovicus dux. L'immagine del potere, S. Albonico, Appunti su Ludovico il Moro, 1995, p. 69.

Commissario di Cesare Borgia

Forse aveva già in quel tempo conosciuto il duca Cesare Borgia, ma non entrò subito al suo servizio, si suppone infatti un suo momentaneo ritorno a Milano, perché egli stesso nella sua "Vita di Serafino Aquilano", traendo un'ulteriore occasione per ricordare la propria duchessa, scrisse che a causa della di lei morte "ogni cosa andò in ruina e precipizio, e de lieto Paradiso in tenebroso inferno la corte se converse, onde ciascuno virtuoso a prendere altro camino fu astretto, et io tra li altri, vedendo tanta mia alta speranza interrotta, sopragiontomi anchora altra nova occasione, a Roma me redussi".Vita del facondo pieta vulgare Seraphino Aquilano, in Le rime di Serafino de'Ciminelli dall'Aquila, a cura di Maio Menghini, Romagnoli-Dall'Aqua, Bologna, 1894, vol I, p. 12.Nel maggio-settembre 1498 è infatti segnalato a Mantova presso i Gonzaga. Circa in quel tempo partì per la Francia al seguito di Cesare Borgia, come suo segretario, e tornò in Italia con le truppe francesi tra l'agosto e il settembre 1499. I progetti politici del Borgia gli risultavano però spiacevoli, e da ciò si comprende il motivo del suo intervento presso Luigi XII in favore di Caterina Sforza. Vincenzo si mostrava sinceramente preoccupato per la sorte della donna e le scriveva consigli su come impedire il piano papale, promettendo anche di accorrere in suo aiuto. Egli seguì comunque Cesare nella sua impresa di Forlì e poi a Roma. Qui fu testimone del primo tentato assassinio di Alfonso di Bisceglie, di cui diede notizia alla duchessa Elisabetta Gonzaga.