Il cambiamento linguistico o evoluzione linguistica è la variazione delle caratteristiche di una lingua. Esso può avvenire nella fonetica (mutamento fonetico), nella fonologia (mutamento fonologico), nella morfologia (mutamento morfologico), nella sintassi (mutamento sintattico), nella semantica (mutamento semantico e/o lessicale) di una determinata lingua e può essere analizzato in sincronia e in diacronia.
Il fenomeno è detto anche cambio o mutamento linguistico.
Variazione linguistica nel tempo Le lingue cambiano nel tempo. Ne è un esempio il processo graduale che ha portato le popolazioni della penisola italiana, dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, innanzitutto allo sviluppo di sistemi linguistici autonomi dal latino, cioè i dialetti (verso la fine del IX sec., il latino era ormai del tutto incomprensibile agli illetterati; prima testimonianza scritta della definitiva trasformazione in una lingua "nuova" è il Placito capuano, del 960). Questi dialetti, a partire dall'unificazione, hanno progressivamente perso terreno a causa della sempre più ampia diffusione della lingua italiana in tutti gli ambiti dell'uso.
Cambiamenti apportati da fattori esterni Uno dei motivi di variazione nella lingua è dato dal contatto fra lingue coesistenti nello stesso tempo in un'area relativamente piccola, tale da portare persone di lingue diverse a conoscersi e apprendere, in parte, gli uni l'idioma dell'altro, oppure inventando nuove parole, nate dall'adattamento al proprio idioma di parole ad esso prima estranee. Nel caso di migrazione, i migranti adottano la lingua locale; ma se sono abbastanza numerosi e se la migrazione continua per un periodo prolungato, la loro lingua può avere effetti sulla lingua locale, apportandovi cambiamenti graduali (es. i Normanni in Inghilterra nell'XI secolo).
In alcuni casi la lingua dei migranti o dei colonizzatori può portare all'estinzione l'idioma locale (es. colonizzazione britannica dell'Australia). Inoltre, quando una lingua si espande in un'area geografica separata dalla terra nativa, nella nuova area comincia uno sviluppo autonomo che dà luogo, con il passare del tempo, a varietà linguistiche (es. inglese americano e australiano).
Cambiamenti per ragioni interne Un altro fatto che può determinare un cambiamento nella lingua è la semplificazione. Per semplificazione una lingua può modificarsi, tramite la contrazione di un modo di dire, di due parole o di una stessa parola che diventa più corta.
Tipologia del cambiamento linguistico Il mutamento linguistico si può realizzare a livello fonetico, morfologico, sintattico e semantico-lessicale.
Cambiamento fonetico Si parla di mutamento fonetico quando ci si trova di fronte a un cambiamento di abitudine nell'articolare un suono. Il mutamento può essere indipendente (cioè non determinato dal contesto fonetico in cui un suono si presenta) oppure dipendente (cioè determinato dal contesto). Un esempio del primo caso è rappresentato dal passaggio dei suoni indoeuropei e e o al sanscrito a, che si verifica in qualsiasi contesto; un esempio del secondo caso è rappresentato dal mutamento descritto dalla legge di Verner. Il mutamento fonetico può essere analizzato sia da un punto di vista meramente articolatorio, cioè come prodotto di movimenti articolatori degli organi dell'apparato fonatorio, sia da un punto di vista funzionale, cioè considerando i suoni come unità distintive di significati.
Questi i principali fenomeni attraverso i quali si manifesta il mutamento fonetico:
Assimilazione (e dilazione) Si parla di assimilazione quando due suoni contigui acquisiscono tratti comuni. Si parla di dilazione quando lo stesso fenomeno avviene tra suoni non contigui.
Esempio di assimilazione: il passaggio dal latino nd a nn nei dialetti dell'Italia meridionale (quando > quanno; mondo > monno).
Esempio di dilazione: -e- e -o-, interne a parola, che nei dialetti meridionali si trasformano rispettivamente in -i e -u per influsso delle vocali finali -i e -u, poi trasformatesi a loro volta in vocale indistinta (nire < neru < nigru).
L'assimilazione è progressiva quando a dominare è il primo elemento, regressiva quando succede l'inverso.
Esempio di assimilazione progressiva: il già citato passaggio dal latino nd a nn nei dialetti meridionali italiani.
Esempio di assimilazione regressiva: il passaggio dal latino octo all'italiano otto.
Differenziazione Si ha differenziazione quando la continuità del movimento articolatorio di un fonema o di due fonemi consecutivi viene interrotta. La differenziazione di suoni non contigui si chiama dissimilazione.
Esempio di differenziazione: la dittongazione romanza di -e e -o toniche del latino in sillaba aperta (lat. pede > it. piede).
Esempio di dissimilazione: il passaggio dal latino classico natare al latino volgare notare.
Interversione È il rovesciamento dell'ordine di successione di due suoni. Essa può attuarsi fra suoni contigui o a distanza (metatesi).
Esempio di interversione: in italiano formaggio in francese fromage.
Sincope Si parla di sincope quando si verifica la caduta di vocali atone in posizione interna. Se si verifica tra vocali in posizione finale si parla di apocope.
Esempio di sincope: it. caldo < cal(i)du.
Esempio di apocope: lat. est < *esti.
Epentesi Si parla di epentesi quando all'interno di un nesso si sviluppa un suono consonantico o vocalico non etimologico.
Esempio: it. popolare pissicologia per psicologia; it. pop. atimosfera per atmosfera.
Semplificazione di nessi consonantici Esempio: lat. ful-men < *fulg-men : fulg-ur.
Aplologia È la caduta per dissimilazione di una sillaba interna identica o simile a un'altra.
Esempio di aplologia: it. tragicomico < tragico-comico.
Cambiamento morfologico I fenomeni del cambiamento morfologico di una lingua sono spesso riconducibili a casi di imperfezione nell'ascolto e nella ripetizione. Le parole più difficili da pronunciare, infatti, vengono modificate per essere rese più semplici.
Proprio la semplificazione è uno dei motivi principali che hanno portato avanti il cambiamento: alcuni nessi consonantici e strutture sillabiche più complessi sono modificati per facilitare l’uso della lingua (Variazione linguistica ).
Perdita di una categoria morfologica È il caso del passaggio dal latino all'italiano, in cui si è persa la categoria flessionale del caso (nonché il genere neutro). In latino il morfema di caso serviva ad indicare la funzione sintattica (soggetto, oggetto, ...) indipendentemente dall'ordine delle parole. Per esempio le frasi Agnus vidit lupum e Lupum vidit agnus significano entrambe L'agnello vide il lupo, nonostante l’ordine dei costituenti sia diverso.
L'italiano ha perso la flessione nominale per il casoLa distinzione dei casi è preservata parzialmente solo nei pronomi tonici: io, me, ecc… e di conseguenza l'ordine delle parole è molto più rigido: la sintassi ha quindi "preso il posto" della morfologia nell'indicazione delle funzioni grammaticali (Berruto 2011, 272; Variazione linguistica ).
Creazione di una nuova categoria (morfologica) È il processo opposto al precedente. Per esempio, in italiano (e in altre lingue neolatine) è nato il modo condizionale, che svolge alcune funzioni prima assegnate al congiuntivo latino (Si loqueretur, diceret; Se parlasse, direbbe).
Il condizionale, così come il futuro semplice, nasce dalla grammaticalizzazione di una perifrasi composta dall'infinito e dal passato remoto di avere (amar-ei,-esti,-ebbe... > amerei). (Variazione linguistica )
Sostituzione di paradigmi Questo cambiamento consiste nella sostituzione di un paradigma sintetico (cioè realizzato da morfemi flessivi attaccati al lessema) da parte di uno analitico, realizzato con una perifrasi.
Un esempio è dato dal passaggio dalla costruzione passiva del latino (presente, imperfetto e futuro) a quella passiva dell’italiano: il presente amor (par. sintetico, una sola parola, con morfema flessivo -r di prima persona) diventa in italiano sono amato (par. analitico, due parole di cui una che indica la persona). (Variazione linguistica )
Perdita dei verbi deponenti Questo fenomeno riguarda un caso specifico, quello del latino. Sempre nel passaggio latino>italiano si è persa la classe dei verbi deponenti: sono verbi che hanno morfologia simile a quella del passivo ma di significato attivo. In italiano sono passati alla coniugazione attiva.In latino esistevano verbi con coniugazione sia attiva che deponente; nel linguaggio dei semi-colti del Satyricon sono presenti verbi deponenti usati con coniugazione attiva: Quia tu, qui potes loquere, non loquis (Sat. 46.1) (lat. cl. loquor, loqueris, locutus sum, loqui) (Variazione linguistica )
Rianalisi e grammaticalizzazione La rianalisi consiste in una reinterpretazione da parte del parlante di una parola o un costrutto complessi. È il processo che sta alla base della maggior parte dei mutamenti linguistici, sia morfologici che sintattici.
Per esempio, la nascita nelle lingue romanze del passato prossimo (che in latino non esisteva) consiste nella diversa interpretazione del valore semantico di habeo, avvenuta durante il passaggio latino>italiano. Infatti mentre in latino habere era una parola piena (con significato di possedere), nel passato prossimo attuale è una parola vuota (es. Ho mangiato, con il verbo avere che svolge la funzione di ausiliare). La rianalisi di questo verbo ha portato poi ad un successivo fenomeno di grammaticalizzazione: un elemento del lessico diventa un elemento della grammatica. Ciò avviene quando un lessema perde il suo valore semantico e diventa una parola funzionale della grammatica. Per esempio, il modulo di formazione degli avverbi in italiano -mente (morfema) deriva da mens, mentis (parola piena con un significato proprio).
La grammaticalizzazione, quindi, si serve di una rianalisi per ridurre gradualmente il significato di una parola fino a farle svolgere solo una funzione grammaticale (Berruto 2011, 273; Variazione linguistica ).
Esempio: lat. lenta mente > it. lentamente; lat. amare habeo > *amar-ò > it. amerò.
Questo elemento, di significato ridotto, viene poi generalizzato a tutti i contesti di un certo tipo, per analogia e, in alcuni casi, può anche perdere indipendenza morfo-fonologica, trasformandosi in un clitico e in un affisso flessivo.
Riassumendo il processo: parola lessicale > parola grammaticale > clitico > morfema flessivo.
L'esempio che segue riguarda i verbi modali in inglese (tratto da Hopper & Traugott, Grammaticalization, 1993, 45-48).
In inglese medio (Middle English), tutti i verbi precedono la negazione not, senza l'ausiliare do: It aperteneth not to a wys man to..., (Esso) non conviene a un uomo saggio di... (1380, Chaucer).
Mentre i verbi predecessori dei modali can, may, ecc. si comportavano come normali verbi lessicali, dal XVI secolo (Early New English) in poi: i verbi lessicali seguono sempre la negazione, e viene inserito l'ausiliare do (es. I don't care); i verbi can, may, ecc. vengono rianalizzati come appartenenti alla stessa categoria sintattica di ausiliare e non vengono più usati come verbi lessicali (es. Can I go out, please?).
Analogia Lanalogia tende a “normalizzare” alcune forme della lingua, spesso rianalizzando in modo nuovo un paradigma. Essa permette di estendere alcune forme a contesti a cui esse non sono appropriate sul modello “comune” e frequente. Per esempio una forma irregolare viene sostituita da una regolare.
L’analogia è perciò un fatto regolarizzante che crea simmetria eliminando le eccezioni.
Un esempio tratto dallo sviluppo del volgare toscano: le vocali /ɛ/ ed /ɔ/ aperte si trasformano nei dittonghi /jɛ/ e /wɔ/ in sillaba aperta accentata. Es. lat. bonus > tosc. medievale buono (non esteso a tutte le forme: vedi per es. bontà); novus > tosc. nuovo (non esteso a tutte le forme: es. rinnovare).