La torre del Duomo di Teramo è il campanile della basilica cattedrale di Santa Maria Assunta nonché simbolo della città.

Esterno La torre si connette alla cattedrale proprio nel punto di innesto fra la parte romanica di Guido II e quella gotica di Niccolò degli Arcioni. Essa mostra successivi interventi costruttivi: la parte inferiore è stata realizzata tra il XII e il XIII secolo dal vescovo Guido II, poi nel XIV secolo la parte intermedia da Niccolò degli Arcioni ed infine nel XV secolo l'elaborato coronamento ottagonale dell'architetto lombardo Antonio da Lodi (1493) che ha realizzato anche i campanili fratelli di Chieti (1498), Atri (1502), Campli e Corropoli. L'ultimo restauro subito dalla torre è del 2022, dopo quelli eseguiti nel 2019 e nel 1935.

La torre è interamente divisa in moduli sovrapposti (realizzati in epoche differenti, come sopra evidenziato), segnati da cornici marcapiano. Sul terzo e sul quarto modulo sono poste finestre a bifora, mentre il quinto e il sesto ospitano le celle campanarie.

Al di sopra della seconda cella, Antonio da Lodi realizzò una terrazza di copertura, munita ai quattro angoli di torrette decorate con lo stesso motivo ornamentale presente nella cornice di sostegno alla terrazza medesima. Al centro di essa, quindi, innalzò il prisma ottagonale sormontato dalla piramide di coronamento, al di sopra della quale furono installate la sfera metallica e la banderuola.

Il prisma è dotato, su ogni faccia, di un doppio ordine di aperture: bifore al primo livello ed oculi circondati da decorazioni policrome al secondo.

La sfera metallica posta a coronamento dell'edificio, originariamente dorata, ha un diametro pari a 0,64 metri. Anche la croce, posta al di sopra della sfera, era originariamente dorata, anche se oggi resta soltanto qualche traccia dell'antica doratura.

L'altezza complessiva della torre, come rilevato dall'Istituto Geografico Militare nel 1955, è pari a 48 metri. La sfera, la banderuola a vento e la croce la innalzano quasi a quota 50 metri.

Struttura interna Il primo ambiente visibile della torre è rappresentato dal vestibolo. Trattasi di un locale di ridotte dimensioni, oggi ampiamente illuminato attraverso un'apertura realizzata nel corso degli interventi di isolamento della cattedrale, negli anni trenta del novecento. Questo locale, sino al 1632 (anno di conclusione dei lavori dell'attuale Sacrestia monumentale), costituiva la Vecchia Sacrestia. In essa ebbe sede l'antico organo della cattedrale, rimasto in funzione sino al 1956 (quando venne realizzato dal vescovo Stanislao Amilcare Battistelli l'attuale organo in honorem Sancti Gabrielis). Dal vestibolo si accede alla torre.

La scalinata interna della torre è realizzata in metallo ed è stata interamente ricostruita durante gli interventi di restauro degli anni trenta del novecento. L'antica scala in legno, in pessimo stato di conservazione, fu smantellata in quell'occasione e furono dunque innestati appoggi metallici per la nuova scala in ferro e per i pavimenti dei vari livelli della torre, anch'essi in metallo, ad eccezione di quello del vano d'ingresso, dell'appoggio dei pesi dell'orologio e della stanza dell'orologio.

I gradini della torre che dal vano d'ingresso conducono sino al prisma ottagonale sono tutti a percorrenza lineare.

Il primo ambiente accessibile, dopo aver lasciato il vestibolo d'ingresso ed aver percorso le rampe iniziali, è il piano d'appoggio degli antichi pesi che scendono dalla stanza dell'orologio. Questo piano d'appoggio, in muratura, serviva come punto di arresto dei diversi pesi che, legati a funi che attraversavano il pavimento di tale stanza e scendevano in verticale attraverso lo spazio tra le rampe delle scale, consentivano la marcia del meccanismo dell'orologio, sito ai livelli superiori. Nel momento dell'installazione del primo orologio della torre, fu demolito il pavimento di un secondo livello, immediatamente superiore a quello di appoggio dei pesi, per permettere il passaggio delle relative funi. Tracce di quel vecchio solaio a volta sono tuttora visibili.

La stanza dell'orologio, delimitata com'è dalle pareti est, nord ed ovest della struttura, si raggiunge dopo gli ultimi gradini del primo settore della torre. Si tratta di un locale di piccole dimensioni, corrispondente all'area della volta che ne costituisce dunque il pavimento. Vi si accede attraverso una porta situata a destra della scalinata, mentre a sinistra un'altra rampa conduce al piano superiore, dove si trova la prima cella campanaria.

Superata questa e superata anche la seconda cella, posta al di sopra della prima, il prisma ottagonale di Antonio da Lodi costituisce il locale più alto della torre, anche se non rappresenta, di per sé, il più elevato livello raggiungibile attraverso scale e camminamenti, poiché un'ulteriore scala metallica a pioli, che parte dalla base della cuspide piramidale, giunge sino alla sfera posta a coronamento della struttura. Il prisma è un locale molto luminoso, poiché su ogni lato si aprono finestre a bifora, sormontate da ulteriori aperture circolari.

Questo ambiente, contrariamente a ciò che potrebbe essere ritenuto ad un esame esterno della struttura, non è separato dalla piramide che, a cuspide, chiude la torre. Non era così in passato, quando esisteva ancora la vecchia pavimentazione in legno. Le due travi che tuttora si trovano alla base della piramide, in corrispondenza con l'innesto del prisma, testimoniano che esisteva un solaio divisorio fra i due locali. Presumibilmente esisteva, quindi, anche una scala interna che consentiva di accedere all'interno del vano della piramide e di uscire quindi all'esterno attraverso la piccola porta ubicata alla base della piramide stessa. Non essendovi più un solaio divisorio, dunque, il prisma e la piramide formano oggi un unico locale. Ne consegue che, per l'accesso alla sommità della piramide e per percorrere lo stretto camminamento che, alla base della piramide, è delimitato dalle otto torrette che si innalzano in corrispondenza degli angoli del prisma, è necessario guadagnare, proprio partendo dal prisma, la porta che dà accesso all'esterno della piramide. Questa porta, difficilmente raggiungibile stante l'assenza di una scala fissa che ad essa conduce, si trova ad un'altezza di diversi metri dal pavimento del prisma stesso. Al di fuori, una scala metallica a pioli giunge sino alla sfera e alla croce.

Dal prisma ottagonale è possibile uscire all'esterno, nella terrazza sulla quale esso è collocato. I capitelli delle colonnine divisorie delle bifore del prisma, così come le rispettive basi, sono in parte originali del tempo di realizzazione del locale ad opera di Antonio da Lodi, in parte di derivazione romana ed in parte ricostruiti a seguito degli interventi di ristrutturazione che furono condotti sulla torre negli anni trenta del novecento. In taluni capitelli, difatti, è visibile l'iscrizione dell'anno 1935, in maniera analoga a quanto avvenuto per qualcuna delle quattro torrette che si trovano agli angoli della terrazza.

Le celle campanarie La torre possiede un concerto di 7 campane, disposte nelle due celle sovrapposte.

Cella inferiore Nella cella inferiore si trova la campana maggiore e le due campane dell'orologio (ore e quarti). Le campane dell'orologio sono entrambe datate 1830; hanno come note musicali rispettivamente il do4 e il mi bemolle4.

La campana maggiore Aprutina, dai teramani affettuosamente chiamata campanone, oggi collocata al centro della cella, prima del 1930, anno della sua ultima rifusione, era collocata nel finestrone del lato est che si affaccia su piazza Orsini. Con i lavori degli anni trenta a seguito appunto della rifusione, venne montata su un'imponente struttura metallica nel mezzo della cella, dove ancora oggi si trova. Il pavimento di questo ambiente, per il notevole peso che vi grava, è l'ultimo in muratura e corrisponde al solaio della sottostante stanza dell'orologio.

La data di nascita della campana Aprutina non è di semplice indicazione. Si sa con ragionevole certezza che essa fu opera dell'artigiano teramano Attone di Ruggiero. A seguito di una probabile rottura della campana, essa fu rifusa nel 1483, come riportano le fonti, dall'artigiano francese Nicola di Langres. Nel 1704, a causa di una nuova rottura, venne rifusa, così come nel 1760, sempre a causa di un'ulteriore rottura. La campana così ripristinata, tuttavia, non ebbe vita lunga. La città di Teramo venne occupata, nel dicembre 1798, dalle truppe francesi che diedero corso a una lunga serie di saccheggi, violenze e devastazioni. La ferocia si andò ad abbattere anche sulle campane della Città, che ebbero la responsabilità di chiamare a raccolta la cittadinanza contro l'occupazione straniera e, fra queste, non poteva certo sfuggire la campana Aprutina della torre del Duomo. Saliti sulla struttura, i soldati francesi tentarono prima di farla cadere a terra attraverso il finestrone del lato est sul quale era collocata, ma non vi riuscirono. La tempestarono quindi di colpi, tentando di romperla, ma ogni loro sforzo fu vano. Volendo allora a qualunque costo renderla inservibile, spezzarono l'asse che la teneva sospesa al ceppo e che permetteva di suonarla anche a pendolo. Allontanato l'invasore, non essendovi la possibilità economica di ripristinare la funzionalità di Aprutina, i teramani decisero di forare la calotta della campana nella parte più alta, introducendovi dei perni per poterla nuovamente fissare al ceppo. In questa maniera, si riuscì a suonarla a rintocchi e non più a distesa, come una volta, ma quanto meno si riuscì a mantenerla in esercizio per ben 130 anni, sino a quando venne ideata la nuova ed ultima rifusione ai tempi dell'episcopato di Antonio Micozzi. Era il 1930.

Il vescovo, valutata la necessità di ricollocare sulla torre la campana maggiore nella sua integrità, istituì un comitato composto dai canonici del capitolo cattedrale e dai parroci teramani. Presiedeva il comitato il vicario generale della curia Muzj. Furono richiesti preventivi alle ditte Pasqualini di Fermo, Marinelli di Agnone e Colbachini di Padova. Fu prescelta quest'ultima, alla quale furono dunque affidati i lavori. Venne altresì progettata, al fine di ridurre le eventuali sollecitazioni strutturali causate dalle oscillazioni del movimento a distesa, una sorta di castello metallico che, situato all'interno della cella inferiore, avrebbe tenuto agganciata la nuova campana al centro della cella stessa, anziché nel finestrone del lato est, dove in precedenza era alloggiata. Ancora oggi questa struttura a travatura metallica sorregge la campana. Il 26 marzo 1930, una rappresentanza composta dai canonico Morriconi e Biondi, assieme al dott. Ferrara, al prof. Albero Giosia e al sig. Gattarossa, si recò a Padova per assistere alla rottura della vecchia campana, partita da Teramo la sera del 21 gennaio 1930, e quindi alla rifusione della nuova. Dopo una ebollizione di ben 14 ore, l'ing. Colbachini ordinò l'apertura del foro. Il liquido incandescente precipitò lungo il canale di creta che l'immetteva nella forma della campana e in quattro minuti la colata era fatta. La rappresentanza, tra l'altro, inviò diverse relazioni alla Curia Vescovile e trasmise poi il seguente telegramma: «Comunichiamo alla cittadinanza, alle ore 15,50, il momento emozionante del nostro campanone felicemente fuso e nuovamente sonoro per lanciare alla Città nostra il saluto di Dio e il canto della Fede. Ferrara, Giosia, Biondi, Gattarossa, Morricone». Il 19 aprile 1930, dunque, la nuova campana Aprutina rientrava a Teramo, attraverso la stazione ferroviaria, salutata dal suono delle campane sorelle. Il 27 aprile successivo, domenica In Albis, il vescovo Antonio Micozzi la benediceva con solennità e veniva quindi collocata sulla torre.