Per regno o popolo cliente in epoca romana si intendeva un regno o un antico popolo che si trovasse nella condizione di "apparire" ancora indipendente, ma nella "sfera di influenza" e quindi di dipendenza del vicino Impero romano. Si trattava di una forma di moderno protettorato, dove il regno o il territorio in questione era controllato (protetto) da uno più forte (protettore).
Ruolo politico/militare I Romani intuirono che il compito di governare e di civilizzare un gran numero di genti contemporaneamente era pressoché impossibile, e che sarebbe risultato più semplice un piano di annessione graduale, lasciando l'organizzazione provvisoria affidata a principi nati e cresciuti nel paese d'origine. Nacque quindi la figura dei re clienti, la cui funzione era quella di promuovere lo sviluppo politico ed economico dei loro regni, favorendone la civilizzazione e l'economia. Così, quando i regni raggiungevano un livello di sviluppo accettabile, essi potevano essere incorporati come nuove province o parti di esse. Le condizioni di stato vassallo-cliente erano, dunque, di natura transitoria.
Un "re cliente", riconosciuto dal Senato romano come amicus populi Romani, di solito non era altro che uno strumento del controllo nelle mani della Repubblica, prima e dell'Impero romano, poi. Ciò non riguardava solo la politica estera e difensiva, dove al re cliente era affidato il compito di assumersi l'onere di garantire lungo i propri confini la sicurezza contro infiltrazioni e pericoli "a bassa intensità",E.Luttwak, La grande Strategia dell'Impero romano, Milano 1981, p. 37. ma anche le questioni interne dinastiche, nell'ambito del sistema di sicurezza imperiale. Talvolta si verificarono così gravi disordini in alcuni "Regni clienti" da minacciare gli stessi confini delle province adiacenti, tanto che fu necessario intervenire direttamente con le armate romane: come ad esempio durante la rivolta di Tacfarinas in Africa, dove fu necessario inviare una seconda legione, la IX Hispana.E.Luttwak, La grande Strategia dell'Impero romano, Milano 1981, pp. 40-41.
Ma i Regni o i popoli clienti, poco potevano fare contro i pericoli "ad alta intensità" (come sostiene Edward Luttwak), come le invasioni su scala provinciale. Potevano dare il loro contributo, rallentando l'avanzata nemica con le proprie e limitate forze, almeno fino al sopraggiungere dell'alleato romano: in altre parole potevano garantire una certa "profondità geografica", ma nulla di più. È evidente che i danni provocati dagli invasori, prima di essere respinti, potevano essere ingenti, prima dell'intervento diretto romano. Per questi motivi, al fine di ridurre tali rischi al minimo indispensabile, in alcuni casi si ritenne più opportuno "inglobare" questi Regni, costruendo lungo i loro confini un sistema di difesa lineare, presidiato da numerose postazioni militari romane ed in grado di respingere "da subito" le invasioni nemiche esterne.E.Luttwak, La grande Strategia dell'Impero romano, Milano 1981, p. 42.
Storia
Epoca repubblicana
Seconda metà del III secolo a.C.
Il conflitto continuo che aveva visto Massilia ed i Cartaginesi contendersi i migliori mercati del Mediterraneo occidentale a partire dal VI secolo a.C., misero la colonia greca nella condizione di chiedere aiuto a Roma (venire in fidem), attorno al 236 a.C., un decennio prima del trattato dell'Ebro, stipulato tra Roma e Cartagine.Appiano, Guerra annibalica, VII, 1, 2. Si tratterebbe del primo esempio di "popolus cliens" dei Romani, al di fuori del Italia romana.A.Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano 1989, p.223.
Pochi anni più tardi (nel 230 a.C.), alcune colonie greche del mare Adriatico orientale (da Apollonia, a Corcyra, Epidamnus e Issa), venendo attaccate dai pirati Illiri della regina Teuta, decisero anch'essi di venire in fidem di Roma, chiedendone l'intervento militare diretto. Il Senato, dopo aver appreso che uno degli ambasciatori inviati a trattare con la regina degli Illiri, era stato ucciso in circostanze poco chiare (un certo Lucio Cornucanio), votò a favore della guerra (nel 229 a.C.). Gli scontri durarono poco, poiché già nel 228 a.C. la regina Teuta fu costretta a firmare la pace e ad abbandonare l'attuale Albania, mentre Roma diventava a tutti gli effetti lo stato protettrice delle città di Apollonia, a Corcyra, Epidamnus e Issa, oltre ad Oricus, Dimale e del re "cliente" Demetrio di Faro. Vi è da aggiungere che la successiva ambasceria romana di Postumio ad Etoli, Achei e Corinto, permise a Roma di prender parte ai giochi Istmici del 228 a.C., aprendo così le porte della civiltà ellenica ai Romani.A.Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano 1989, pp. 200-201.
Durante la seconda guerra punica, nell'estate del 210 a.C., il re di Numidia Siface inviò dei suoi ambasciatori a Roma per comunicare l'esito favorevole delle battaglie che il re aveva combattuto contro i Cartaginesi. Essi assicuravano al Senato riunito che il loro re era totalmente avverso nei confronti di Cartagine, mentre a Roma riconosceva la sua amicizia. Ricordavano che in passato Siface aveva mandato ambasciatori in Spagna ai generali romani Gneo e Publio Cornelio, e che ora più che mai desiderasse ottenere l'amicizia del popolo romano rivolgendosi al Senato stesso.. Il Senato non solo accettò la richiesta del re numida, ma inviò allo stesso come ambasciatori Lucio Genucio, Publio Petelio e Publio Popilio affinché gli portassero dei doni, tra cui una toga e una tunica purpurea, una sedia curule d'avorio e una coppa d'oro di cinque libbre.. Gli ambasciatori del senato ebbero anche l'ordine di recarsi, subito dopo, dagli altri re africani, portando loro in dono, toghe preteste e coppe d'oro del peso di tre libbre ciascuna.. Marco Atilio Regolo e Manio Acilio furono inviati come ambasciatori, sempre nel 210 a.C., ad Alessandria d'Egitto, ai regnanti Tolomeo IV e Cleopatra, per rinnovare l'amicizia col popolo romano. Anche a loro furono portati dei doni: al re una toga, una tunica di porpora e una sedia curule eburnea; alla regina una ricca veste ricamata insieme ad un mantello di porpora..
II secolo a.C.
Sappiamo che il regno di Pergamo entrò nella sfera romana dei suoi stati alleati, soprattutto in seguito alla pace di Apamea del 188 a.C., in seguita alla quale ottenne numerosi possedimenti ed ampliamenti territoriali. La sua crescente dipendenza da Roma sfociò, in seguito alla morte del suo sovrano, Attalo III (avvenuta nel 133 a.C.), nell'essere donato in eredità alla Repubblica romana e di conseguenza nella trasformazione dei suoi territori in provincia romana.
Al termine della terza guerra macedonica, con la vittoria romana di Pidna, il regno di Macedonia fu diviso in quattro distretti (nel 167 a.C.), risultando a tutti gli effetti un protettorato romano, che un ventennio più tardi fu trasformato in provincia romana di Macedonia (nel 146 a.C.).
Pochi anni più tardi, questa volta in Occidente, quando il popolo alleato e "cliente" dei Romani, i Taurisci, chiesero aiuto contro un'invasione germanica di Cimbri e Teutoni, popolazioni nomade originaria dello Jutland e della Scania, i Romani, sotto il comando del console Gneo Papirio Carbone, non furono però in grado di fermare l'avanzata nemica, risultando sconfitti presso Noreia (nel 113 a.C.). I Germani continuarono a terrorizzare Roma per un altro decennio, fino a quando Gaio Mario non li sconfisse definitivamente ad Aquae Sextiae (nel 102 a.C.) e ai Campi Raudii (nel 101 a.C.).
Primo quarto del I secolo a.C. Nel 96 a.C. Tolomeo Apione appartenente alla dinastia tolemaica, fu l'ultimo sovrano ellenico della Cirenaica, alleata da tempo dei Romani. Alla propria morte decise di lasciare il suo regno in eredità a Roma. I nuovi territori furono però organizzati in provincia solo nel 74 a.C. con l'arrivo del primo legato di rango pretorio (legatus pro praetore), affiancato da un questore (quaestor pro praetore). Si componeva di cinque città, tutte di origine greca, costituenti la cosiddetta Pentapoli cirenaica, vale a dire: la capitale Cirene con il suo porto di Apollonia (oggi Marsa Susa), Teuchira-Arsinoe, Euesperide-Berenice (Bengasi) e Barce-Tolemaide (Al Marj).
Al tempo di Pompeo e Cesare (70 - 44 a.C.)
Durante il periodo del suo massimo splendore, dal 95 a.C. al 66 a.C. il regno d'Armenia aveva il controllo di alcune zone del Caucaso, della odierna Turchia orientale, del Libano e della Siria. Essa finì sotto la sfera d'influenza dei Romani nel 66 a.C., con le campagne di Lucullo e Pompeo. A causa di ciò, il regno d'Armenia fu teatro della contesa tra Roma e l'Impero Partico. I Parti costrinsero il regno d'Armenia alla sottomissione dal 47 a.C. al 37 a.C., quando Roma perse il controllo del regno solo per breve tempo.
Nel 63 a.C. con la fine della terza guerra mitridatica, Gneo Pompeo Magno riorganizzò l'intero Oriente romano e le alleanze che vi gravitavano attorno. A Tigrane II lasciò l'Armenia; a Farnace il Bosforo; ad Ariobarzane la Cappadocia ed alcuni territori limitrofi; ad Antioco di Commagene aggiunse Seleucia e parti della Mesopotamia che aveva conquistato; a Deiotaro, tetrarca della Galazia, aggiunse i territori dell'Armenia Minore, confinanti con la Cappadocia; fece di Attalo il principe di Paflagonia e di Aristarco quello della Colchide; nominò Archelao sacerdote della dea venerata a Comana; ed infine fece di Castore di Phanagoria, un fedele alleato e amico del popolo romano.Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 114.
Il Regno dei Nabatei dell'Arabia Petrea nel 62 a.C. fu costretto a chiedere la pace a Marco Emilio Scauro, il quale per togliere l'assedio alla capitale, Petra, accettò un versamento di 300 talenti. Ottenuta la pace, il re nabateo Aretas conservò per intero i suoi domini, inclusa Damasco, ma divenne vassallo di RomaGiuseppe Flavio, I, 61, p.48..
Sul fronte occidentale, nel corso del 58 a.C., il popolo gallico degli Edui (amicus populi romani) aveva inviato ambasciatori a Roma per chiedere aiuto contro lo scomodo vicino germanico. Il Senato decise di intervenire e convinse Ariovisto a sospendere le sue conquiste in Gallia; in cambio gli offrì, su proposta dello stesso Cesare (che era console nel 59 a.C.), il titolo di rex atque amicus populi Romani ("re ed amico del popolo romano").Cesare, De bello Gallico, I, 35,2; 43,4; 44,5; Cassio Dione, Storia di Roma, XXXVIII, 34,3; Plutarco, Vita di Cesare, XIX,1; Appiano, Celtica, 16. Ariovisto, però, continuò a molestare i vicini Galli con crescente crudeltà e superbia, tanto da indurli a chiedere un aiuto militare allo stesso Cesare, il quale era l'unico che poteva impedire ad Ariovisto di far attraversare il Reno da una massa ancor maggiore di Germani, e soprattutto poteva difendere tutta la Gallia dalla prepotenza del re germanico.Cesare, De bello Gallico, I, 31, 12-16.
Cesare riteneva che sarebbe stato pericoloso, in futuro, continuare a permettere ai Germani di passare il Reno ed entrare in Gallia in gran numero. Temeva che, una volta occupata tutta la Gallia, i Germani avrebbero potuto invadere la provincia Narbonese e poi l'Italia stessa, come in passato era avvenuto con l'invasione di Cimbri e Teutoni. Per questi motivi dopo un iniziale periodo di trattative, fu costretto ad affrontarlo in battaglia ed a batterlo, cacciandolo definitivamente dai territori della Gallia. Questo non fu il solo episodio di "clientelismo" in Gallia al tempo della sua conquista (58-50 a.C.).