Fu tra i protagonisti della scena artistica fiorentina della metà del XV secolo.

Secondo quanto racconta Giorgio Vasari nelle sue Vite, Paolo Uccello «non ebbe altro diletto che d'investigare alcune cose di prospettiva difficili e impossibili», sottolineando il suo tratto più immediatamente distintivo, cioè l'interesse, quasi ossessivo, per la costruzione prospettica. Questa caratteristica, unita con l'adesione al clima fiabesco del gotico internazionale, fa di Paolo Uccello una figura di confine tra i due mondi figurativi, secondo un percorso artistico tra i più autonomi del Quattrocento.

Secondo Vasari, fu soprannominato "Paolo Uccello" perché amava soprattutto dipingere animali, e in particolare gli uccelli: avrebbe amato dipingerli per decorare la propria casa, non potendo permettersi animali veri.

Biografia

Formazione alla bottega di Ghiberti Era figlio di un chirurgo e barbiere, Dono di Paolo di Pratovecchio, cittadino fiorentino dal 1373, e della nobildonna Antonia di Giovanni del Beccuto. Il padre apparteneva a un casato benestante, i Doni, che fra Tre e Quattrocento avevano dato otto priori, mentre la madre era di una famiglia di nobili feudatari, che aveva le proprie case nei dintorni di Santa Maria Maggiore, chiesa in cui i Del Beccuto possedevano tre cappelle che fecero decorare (una delle quali dallo stesso Paolo). La portata al catasto del 1427 lo ricorda trentenne, per cui dovette nascere nel 1397..

Ad appena dieci anni, dal 1407 e fino al 1414 fu, assieme a Donatello e altri nella bottega di Lorenzo Ghiberti, impegnato nella realizzazione della porta nord del Battistero di Firenze (1403-1424). Scorrendo il libro delle paghe dei garzoni del Ghiberti, si nota che Paolo dovette lavorare per due periodi distinti, uno di tre anni e uno di quindici mesi, in cui ebbe un graduale aumento della paga, il che fa pensare a una crescita professionale del giovane.. Nonostante l'apprendistato alla bottega di uno scultore, non è nota nessuna sua statua o bassorilievo; era comune invece per pittori affermatisi in seguito essere stati avviati alla pratica artistica presso scultori o orefici, poiché lì potevano coltivare l'arte del disegno, che è alla base di qualsiasi produzione artistica.. Dal Ghiberti dovette apprendere quel gusto per l'arte tardo gotica che fu una delle componenti fondamentali del suo linguaggio. Si trattava di stilemi legati al gusto lineare, all'aspetto mondano dei soggetti sacri, alla raffinatezza di forme e movenze e all'attenzione verso i dettagli più minuti, all'insegna di un naturalismo ricco di decorazioni..

In questo periodo nacque l'uso del soprannome "Uccello" dovuta all'abilità nel riempire i vuoti prospettici con animali, in particolare uccelli. Iscritto alla Compagnia di San Luca nel 1414, si immatricolò il 15 ottobre dell'anno successivo all'Arte dei Medici e Speziali, quella che comprendeva i pittori di professione.

Le opere di questi anni sono piuttosto oscure, o perché perdute, o perché improntate a un gusto gotico tradizionale che si fa fatica ad abbinare ai lavori della maturità, con attribuzioni ancora discusse. Come i pressoché coetanei Masaccio e Beato Angelico, le prime opere indipendenti dovettero datarsi agli anni venti. Farebbe eccezione, secondo Ugo Procacci, un tabernacolo in zona Lippi e Macia (Novoli, Firenze) che un'iscrizione antica datava al 1416 alla mano di Paolo Uccello: opera del tutto tardogotica, in cui si possono cogliere alcune affinità con lo StarninaLuciano Berti, in ..

In alcune primissime Madonne dall'attribuzione più condivisa (quella di casa del Beccuto, oggi al Museo di San Marco, o Madonna Martello, a Fiesole) si nota un gusto per la linea falcata, tipicamente gotica, a cui si accosta però un innovativo sforzo verso la resa più espressiva dei protagonisti, con sottili accenti umorali e ironici, pressoché inediti nella solenne arte sacra fiorentina.

Appare evidente come la famiglia della madre dovette avere un ruolo attivo nell'entrata del ragazzo nella scena artistica locale. Oltre alla già citata Madonna affrescata nella loro abitazione, per il "dirimpettaio" Paolo Carnesecchi, che aveva le sue case accanto a quelle dei Del Beccuto, Paolo eseguì una perduta Annunciazione e quattro profeti in una cappella di Santa Maria Maggiore, opera che il Vasari vide e definì scorciata in maniera "nuova e difficile in que' tempi". Altre opere di quei tempi, oggi perdute, furono una nicchia nello Spedale di Lelmo con Sant'Antonio abate tra i santi Cosma e Damiano e due figure nel monastero di Annalena.

Non è chiaro se partecipò alle prime storie ad affresco nel Chiostro Verde di Santa Maria Novella, dove invece lavorò con certezza negli anni seguenti. In queste lunette, oggi attribuite per lo più ad artisti anonimi, si nota un certo "ghibertismo", con figure arcuate, dalle ondulazioni fluenti e mobili, che alcuni studiosi indicano di ambito compatibile con quello di Paolo Uccello..

Il viaggio a Venezia Tra il 1425 e il 1431 soggiornò a Venezia: si tratta di anni fondamentali, durante i quali Masaccio affrescava la Cappella Brancacci a Firenze, che tanto influsso avrebbe esercitato sui giovani pittori fiorentini, eclissando velocemente il recente traguardo tardogotico della Pala Strozzi di Gentile da Fabriano (1423). Con la strada spianata dall'aiuto di un facoltoso parente, Deo di Deo del Beccuto che gli fece da procuratore, dall'alleanza tra le repubbliche fiorentina e veneziana e, non ultimo, dalla recente presenza in laguna del suo maestro Ghiberti (inverno 1424-1425), Paolo Uccello raggiunse dunque la capitale veneta, dove restò per sei o sette anni. Prima di partire, come consueto, fece testamento, il 5 agosto 1425.

Quel poco che si sa di questi anni è legato alla testimonianza di una lettera a Pietro Beccanugi (ambasciatore fiorentino accreditato presso la Serenissima) dell'Opera del Duomo fiorentina datata 23 marzo 1432, in cui si chiede conto e referenza su Paolo di Dono, "magistro musayci", che aveva realizzato un San Pietro per la facciata della basilica di San Marco (opera perduta, che si intravede però nel telero di Gentile Bellini con la Processione in piazza San Marco, del 1496). Gli vengono attribuite oggi, con prudenza, alcune tarsie marmoree per il pavimento basilicaleParronchi, che vi lesse una "furia geometrizzante" riferibile al pittore.. Roberto Longhi e Pudelko gli hanno riferito anche il disegno dei mosaici della Visitazione, Nascita e Presentazione al Tempio della Vergine della Cappella dei Mascoli in San Marco, eseguiti da Michele Giambono: le tre scene, attribuite dalla maggior parte della critica al disegno di Andrea del Castagno, attivo qualche anno dopo in città, presentano un disegno prospettico di una certa complessità..

Nel 1427 era sicuramente a Venezia, mentre qualche anno dopo, nell'estate del 1430, è possibile che abbia visitato Roma, assieme a due ex-allievi, come lui, di Ghiberti, Donatello e Masolino da Panicale. Con quest'ultimo forse collaborò al perduto ciclo di Uomini illustri in palazzo Orsini, oggi noto tramite una copia in miniatura di Leonardo da Besozzo. L'ipotesi si basa comunque solo su congetture, legate all'attrazione di artisti all'epoca del rinnovamento di Roma promosso da Martino V.

L'esperienza veneziana accentuò la sua propensione a rappresentare evasioni fantastiche, ispirate probabilmente ai perduti affreschi di Pisanello e Gentile da Fabriano in Palazzo Ducale, ma lo allontanò da Firenze durante un periodo cruciale per gli sviluppi artistici.

Alcuni riferiscono a questo periodo lAnnunciazione di Oxford e il San Giorgio e il drago di Melbourne..

Il rientro a Firenze

Nel 1431 ritornò in patria, dove trovò i colleghi di gioventù alla bottega di Ghiberti ormai lanciati verso una carriera affermata, quali Donatello e Luca della Robbia, a cui si affiancano due frati già pienamente coscienti della portata della rivoluzione masaccesca, quali Fra Angelico e Filippo Lippi.

I committenti fiorentini dovettero mostrare una certa diffidenza verso l'artista rimpatriato, come testimonia la lettera di referenze spedita a Venezia degli Operai del Duomo del 1432, di cui si è già accennato. Al 1431 è riferito il lunettone con la Creazione degli animali e creazione di Adamo e il riquadro sottostante della Creazione di Eva e Peccato originale nel Chiostro verde di Santa Maria Novella, in cui si può cogliere in alcuni particolari l'influenza di Masolino (la testa del serpente nel Peccato originale), mentre la severa figura del Padre Eterno ricorda Ghiberti. L'opera dimostra però anche un primo contatto con le novità, in particolare di Masaccio, soprattutto nell'ispirazione per il corpo nudo di Adamo, pesante e monumentale, nonché anatomicamente proporzionato. In generale si manifesta già quella tendenza geometrizzante dell'artista, con le figure inscrividbili in cerchi e altre forme geometriche, fusa con reminiscenze tardogotiche, quali l'insistenza decorativa dei dettagli naturalistici. L'artista lavorò poi sicuramente a una seconda, più nota lunetta (Diluvio e recessione delle acque e Storie di Noè) nel 1447-1448.

Forse una certa ostilità in patria lo portò per un breve periodo a Bologna, dove realizzò una grandiosa Adorazione del Bambino nella chiesa di San Martino, nei cui frammenti superstiti si legge oggi un rapido e inequivocabile adeguamento ai volumi saldi e alla ricerca prospettica di stampo masaccesco. Sulla base della data iscritta scarsamente leggibile, c'è chi riferisce però quest'opera al 1437..

Nei primi anni trenta lavorò a delle Storie francescane nella basilica di Santa Trinita a Firenze, di cui resta solo una sciupatissima scena delle Stimmate di san Francesco sopra la porta sinistra in controfacciata..

Nel 1434 acquistò casa a Firenze, testimoniando la sua volontà di lavorare e affermarsi nel panorama cittadino.

Nel 1435 Leon Battista Alberti pubblicava il De pictura, trattato che portò, in maniera diretta o indiretta, Paolo Uccello e numerosi altri artisti a un decisivo balzo in avanti nel campo delle sperimentazioni più peculiarmente rinascimentali, mettendo in secondo piano il gusto e gli stilemi tardogotici: ai pittori veniva richiesta coerenza, verosimiglianza e senso dell'armonia, all'insegna di una "narrativa ornata" che presto divenne la norma estetica dominante. A queste nuove istanze Paolo Uccello accostò comunque sempre il suo gusto personale elegante e astratto, derivato dall'esempio di Ghiberti.

Prato

Il 26 novembre 1435 il lanaiolo e mercante pratese Michele di Giovannino di Sandro, sessantaquattrenne, dettava il suo testamento, disponendo fondi per fondare e decorare una cappella dedicata all'Assunta nel Duomo di Prato, spianando anche la strada al fratello sacerdote, che ne sarà il primo rettore.

Fu chiamato a decorare le tre pareti della cappella Paolo Uccello, che dovette iniziare l'impresa tra l'inverno 1435 e la primavera del 1436. A Paolo Uccello spettano una parte delle Storie della Vergine (Natività di Maria e Presentazione di Maria al Tempio) e delle Storie di santo Stefano (Disputa di santo Stefano e Martirio di santo Stefano, tranne la metà inferiore), oltre a quattro santi entro nicchie sui fianchi dell'arcone (San Girolamo, San Domenico, San Paolo e San Francesco) e il toccante Beato Jacopone da Todi sulla parete dietro l'altare, oggi staccato e conservato presso il Museo dell'Opera del Duomo di Prato. Si tratta di una presenza rara (le sue spoglie erano state ritrovate appena nel 1433) e dalla forte connotazione francescana, probabilmente per la personale devozione del committente che nella sua vita era stato condannato e imprigionato più volte per debiti, a suo dire senza colpa..