Biografia Monica Bonvicini nasce a Venezia nel 1965. Ha studiato arte a Berlino e all'Istituto delle arti della California. Dal 2003 è professoressa ordinaria di arti performative e scultura all'Accademia di belle arti di Vienna. A partire da ottobre 2017 ha assunto la cattedra di scultura all'Universität der Künste di Berlino, dove vive e lavora.
Monica Bonvicini ha iniziato a esporre a livello internazionale a metà degli anni novanta. La sua pratica - che si esprime attraverso differenti media e che indaga il rapporto tra architettura, potere, genere, spazio e controllo - è tradotta in opere che mettono in discussione il significato del fare arte, l'ambiguità del linguaggio, i limiti e le possibilità legati all'ideale di libertà. La ricerca di Bonvicini - che ha sempre forti riferimenti storici, politici e sociali - non si astiene mai dallo stabilire una connessione critica con i luoghi in cui è esposta, i materiali che la compongono e il ruolo di spettatore e creatore. Questo approccio, che è stato al centro della sua produzione sin dalla prima mostra personale al California Institute of the Arts nel 1991, si è evoluto formalmente nel corso degli anni senza tradire la sua forza analitica e la sua inclinazione a sfidare la prospettiva dello spettatore mentre affronta grandi riflessioni socio-culturali.
Bonvicini ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui la Preis der Nationalgalerie für junge Kunst, dello Staatliche Museen zu Berlin (2005); il Rolandpreis für Kunst per l'arte in pubblico della Fondazione Brema, Germania (2013), il premio Hans Platschek per l'arte e la scrittura, Germania (2019), il premio Oskar Kokoschka, Austria (2020). Il suo lavoro è stato esposto in molte biennali, tra cui Berlino (1998, 2004, 2014), La TriennaIe Paris (2012), Istanbul (2003, 2017), Gwangju (2006), New Orleans (2008) e Venezia (1999, 2001, 2005, 2011, 2015). Ha tenuto mostre personali al Palais de Tokyo di Parigi (2002), Modern Art Oxford, Inghilterra (2003), Secession, Vienna (2003), Staedtisches Museum Abteiberg (2005, 2012), Sculpture Center (2007), Art Institute di Chicago (2009), Kunstmuseum Basel (2009), Frac des Pays de la Loire (2009), Kunsthalle Fridericianum a Kassel (2011), Centro de Arte Contemporaneo de Malága, Spagna (2011), Deichtorhallen Hamburg (2012), Kunsthalle Mainz (2013), BALTIC Center for Contemporary Art (2016), Berlinische Galerie (2017) e Belvedere 21 (2019).
In Italia è rappresentata dalla Galleria Raffaella Cortese di Milano. All'estero, invece, è rappresentata da Galerie Peter Kilchmann di Zurigo, dalla König Galerie di Berlino e dalla Mitchell-Innes & Nash di New York.
Premi e Riconoscimenti 2020 – Premio Oskar Kokoschka 2019 – Premio ACACIA alla Carriera 2019 – Hans Platschek Prize 2012 – Roland Prize for Art in Public Space, Stiftung Bremer Bildhauerpreis 2010 – Winning Artist of the Light Art competition for the London Olympic Park 2005 – Preis der Nationalgalerie fur Junge Kunst 2002 – Overbeck-Preis 2000-01 – Kunstfond 1999 – Leone d'oro al miglior padiglione, XLVIII Esposizione internazionale d'arte di Venezia 1998-99 – Auslandsstipendium from the Berlin Senate for Cultural Affairs and the Art Center of Design in Pasadena 1998 – Paul Cassierer Prize 1996-97 – Studio program at Kunst-Werke 1995-96 – Artist in Residence from the Berlin Senate for Cultural Affairs and the Whitechapel Art Gallery, Londra 1994-95 – Studio program at Kunst-Werke 1994 – Photography grant from the Berlin Senate for Cultural Affairs
Monica Bonvicini nei musei MAXXI - Museo nazionale delle arti del XXI secolo, Roma Museum of Modern Art, New York Neue Nationalgalerie, Berlino Museion, Bolzano Museo d'arte moderna, Bologna Arco Foundation, Madrid Castello di Rivoli, Rivoli Galleria civica d'arte moderna e contemporanea, Torino Museo Abteiberg, Mönchengladbach Kupferstichkabinett, Berlino Walker Art Center, Minneapolis Collezione Jumex, Città del Messico FRAC dei paesi della Loira, Carquefou Museo d'arte moderna di Istanbul, Istanbul Museo contemporaneo di Breslavia, Breslavia Museo d'arte di Łódź, Łódź Lenbachhaus, Monaco di Baviera Museo d'arte contemporanea Migos, Zurigo Neue Galerie, Graz Collezione Hoffmann, Berlino Istituto per le relazioni internazionali di Berlino, Berlino Sharjah Art Foundation, Sharja Thyssen-Bornemisza Art Contemporary, Vienna
Opere
La pratica artistica di Monica Bonvicini si esprime attraverso una pluralità di media. Al centro della sua ricerca vi sono temi quali la psicoanalisi, il mondo del lavoro, il femminismo, il design e l'urbanistica, analizzati in particolare per comprendere l'impatto degli spazi privati e istituzionali sui codici comportamentali.
Nota per il suo approccio site-specific, l'artista realizza dispositivi espositivi di natura discorsiva che dialogano direttamente con il luogo della mostra e con il suo contesto operativo. Le sue opere scardinano i confini istituzionali e ridefiniscono il ruolo dello spettatore avvalendosi di testo, ironia, umorismo e di un registro verbale e visivo spesso esplicito. Il lavoro di Bonvicini propone inoltre una rilettura critica dell'eredità del modernismo – colto nelle sue implicazioni sia artistiche sia sociali – e si nutre di riferimenti transdisciplinari che spaziano dal minimalismo all'arte concettuale, dalla critica istituzionale alle sottoculture femministe e queer, fino ai movimenti per i diritti civili e ad altre istanze politiche.
I Believe the Skin of Things as in That of Women, 1999 Bonvicini ha ottenuto il Leone d'Oro alla Biennale di Venezia del 1999, sotto la curatela di Harald Szeemann con l'opera intitolata I Believe the Skin of Things as in That of Women (Credo che la pelle delle cose sia come quella delle donne). L'installazione consiste in uno spazio architettonico, costruito con pannelli di cartongesso danneggiati e montanti in alluminio, che includono citazioni di famosi architetti uomini, tra cui Auguste Perret e Adolf Loos. Le citazioni sono abbinate a disegni a grafite di figure che ricordano i cartoni animati, alcune delle quali compiono una varietà di atti sessuali. Gli schizzi evocano i disegni presenti nel saggio fondamentale di Charles Eames, Che cos'è una casa? (1944), inteso a illustrare le potenziali attività ricreative all'interno di una residenza, emblematica di una nuova abitazione domestica moderna più adattabile.Zanichelli, Elena, “Wall and Pretense - A Foray into Monica Bonvicini’s Tactics of Displacement,” in Monica Bonvicini: As Walls Keep Shifting. Cologne: Walther König, 2023. p. 42.
L'opera I Believe the Skin of Things as in That of Women propone un'indagine sulla "fenomenologia dello spazio architettonico di genere", concentrandosi sui canoni dominanti dell'architettura modernista, storicamente definiti da teorici e progettisti di sesso maschile. Il titolo riprende una celebre citazione di Le Corbusier, legata a un noto dibattito che lo vide contrapposto ad Auguste Perret. Al centro della controversia vi era la concezione stessa delle aperture nell'edificio: se Le Corbusier sosteneva l'adozione delle finestre a nastro (orizzontali), Perret ne difendeva il taglio verticale, accostandone la forma alla figura e alla statura dell'uomo.
Secondo la storica dell'arte Elena Zanchelli, l'opera I Believe in the Skin of Things as in That of Women contesta la narrazione canonica della storia dell'architettura attraverso tre strategie precise, sollecitandone una profonda rilettura. In primo luogo, il lavoro richiama i trattati architettonici tradizionali e i loro criteri di ripartizione spaziale tra pubblico e privato, evidenziando il ruolo subordinato che queste teorie assegnano storicamente alle donne. In secondo luogo, l'autorità di tali modelli teorici viene decostruita sul piano formale attraverso l'uso di pareti espositive fragili e provvisorie. Infine, Bonvicini ironizza sulle grandi figure del modernismo citandone direttamente le dichiarazioni, un'operazione che fa emergere la latente ossessione dell'architettura nei confronti del genere femminile.
Never Again, 2005 Nel 2005 Bonvicini ha ottenuto il Preis der Nationalgalerie (Premio della Galleria Nazionale per la Giovane Arte) grazie all'opera Never Again (2005). In occasione del premio, l'Hamburger Bahnhof di Berlino ha ospitato, dal 1º settembre al 16 ottobre dello stesso anno, una mostra collettiva dedicata ai quattro artisti finalisti: oltre a Bonvicini, John Bock, Angela Bulloch e Anri Sala.
Never Again (2005) si presenta come un'imponente struttura tridimensionale in tubi di ponteggio d'acciaio, a cui sono agganciate, tramite spesse catene, dodici imbracature in pelle nera. Il pubblico è invitato a sedersi su questi supporti che, funzionando come vere e proprie altalene, generano a ogni movimento un intenso e metallico rumore di sferragliamento.
L'analisi dell'opera evidenzia come le imbracature, elementi tipicamente riconducibili all'immaginario fetish e alle pratiche sadomasochiste, perdano la loro originaria connotazione nel contesto museale. Ciononostante, l'uso di catene e cinghie di pelle conserva una forte dimensione sensoriale, evocando l'impronta fisica che tali materiali potrebbero lasciare sul corpo nudo. Il titolo stesso, Never Again, suggerisce così un'intersezione tra sessualità e dinamiche di potere, strutturata secondo una logica teatrale e potenzialmente (nonché problematicamente) ripetitiva.
L'opera è stata esposta nuovamente a Reykjavík nel 2008, in occasione della mostra Art Against Architecture presso la Galleria Nazionale d'Islanda, e successivamente nel 2023 a Basilea, all'interno della sezione Unlimited di Art Basel.
She Lies, 2010 L'installazione permanente She Lies è stata inaugurata l'11 maggio 2010. Commissionata da Public Art Norway, l'opera si trova nell'Oslofjord, proprio di fronte al Teatro dell'Opera di Oslo. La scultura è realizzata in acciaio inossidabile, pannelli di vetro riflettente e frammenti di vetro, ed è collocata su un pontone in polistirolo e cemento dotato di un sistema di ancoraggio. L'opera non occupa una posizione fissa, ma asseconda il moto delle maree e l'azione del vento, ruotando sul proprio asse e spostandosi entro un raggio di 50 metri.
Con dimensioni monumentali pari a 12 x 17 x 16 metri, l'installazione reinterpreta il celebre dipinto Il mare di ghiaccio (Das Eismeer, 1824) di Caspar David Friedrich. Bonvicini riprende l'iconografia delle masse di ghiaccio di Friedrich per connetterla al tema della rovina e ai cardini dell'idealismo romantico, in particolare il sentimento della natura e la ricerca scientifica. Nelle intenzioni dell'artista, la scultura unisce «struttura, superficie e ornamento» per esplorare il confine tra natura e cultura. Attraverso la scomposizione formale del dipinto romantico, l'opera evoca visivamente la sagoma di un iceberg che, a causa del riscaldamento globale, si ritrova alla deriva nel fiordo davanti al teatro. Definita dall'autrice come una «rovina costruita in perfetto stile modernista», l'installazione sull'acqua intende rappresentare uno stato permanente di «erezione e costruzione».
RUN, 2012 RUN è un'installazione permanente situata nella piazza della Copper Box Arena, all'interno del Queen Elizabeth Olympic Park di Londra, realizzata in occasione delle Olimpiadi estive del 2012. L'opera di Bonvicini costituisce la scultura monumentale a sé stante più grande dell'intero parco olimpico. Il titolo trae ispirazione dagli aspetti lirici e linguistici della musica popolare, con particolare riferimento a "Run, Run, Run" dei Velvet Underground, "Running Dry" di Neil Young e "Born to Run" di Bruce Springsteen.