La Fornace Frazzi è una storica fornace situata nella frazione di Ponticelli, nel comune di Città della Pieve, in provincia di Perugia, e per più di quaranta anni fu una delle più importanti attività produttive di laterizio della Valdichiana. Appartenuta alla famiglia Frazzi di Cremona, già proprietaria della "Eredi Frazzi fu Andrea - Cremona, Società Anonima per l'industria dei Laterizi", la fornace pievese divenne la sede produttiva della società per tutto il centro Italia, grazie alla fortunata posizione rispetto ai grandi centri urbani, come Roma o Firenze, e alla presenza di cave di argilla di ottima qualità.

Storia della fornace Prima dell'acquisto dei Frazzi 1929-1936 La fornace di Ponticelli venne acquistata dai Frazzi, nel 1936, dalla famiglia Tini di Castiglione del Lago che la gestiva dal 1929. Nella documentazione per la celebrazione dei "cinquanta anni di vita dell'azienda a Cremona" viene ricordato in modo succinto, il motivo per cui si decise di investire a Città della Pieve, rilevando una piccola fornace che era di proprietà della famiglia Tini, originaria del castiglionese che aveva continuato la tradizione della produzione del laterizio a Città della Pieve, nota sin dal tredicesimo secolo. "Nel 1936 la società, per soddisfare meglio ed a migliori condizioni le richieste che le venivano dalla clientela dell'Italia centro-meridionale, acquistò un piccolo stabilimento posto nel comune di Città della Pieve, vicino alla stazione ferroviaria di Ponticelli, sulla linea Firenze-Roma, poco a sud di Chiusi (SI). Simultaneamente acquistò un podere confinante comprendente una collina di ottima argilla ed altri appezzamenti contigui pure questi dotati di materia prima. Venne costituita così un'area che senza discontinuità consentiva di sviluppare lo stabilimento. nel settembre del 1937, per un nubifragio di inaudita violenza, i canali raccoglitori delle acque colanti dalle circostanti colline si gonfiarono enormemente ed attraverso una breccia, prodottasi nell'argine di difesa, dette acque precipitarono nello stabilimento che ne risultò completamente allagato. Si procedette subito alle riparazioni ed alla ricostruzione delle opere più urgenti ed alla messa a punto delle macchine. Si costruì poi un'altra fornace più capace della prima, mentre quella rovinata veniva ricostruita sviluppandone i locali sovrastanti destinati ad essiccatoio. Si eressero pure altre tettoie per ricoverare i materiali e finalmente si completò la dotazione dei mezzi d'opera in modo da avere una produzione assai maggiore. Si provvide anche a recingere tutto lo stabilimento di un alto e valido argine per far fronte ad ogni sfavorevole contingenza avvenire".

I primi anni L'attività dei Frazzi nel Centro-Italia poteva contare di un supporto produttivo nell'area del pievese e di un ufficio vendite e rappresentanza nella città di Roma. Entrambe le attività erano alle dipendenze della direzione generale di Cremona ma fu nominato, dalla stessa società, nel 1937, un unico responsabile: l'ingegner Rindi. Da allora fino alla metà degli anni sessanta la Fornace Frazzi ha rappresentato per Città della Pieve e per i paesi confinanti, insieme all'agricoltura, la principale fonte di occupazione. In questo primo periodo, l'attività produttiva poteva contare su una quarantina di operai e di una limitata quantità di stagionali. Durante la guerra infatti, molti uomini furono chiamati alle armi, altri ancora decisero di partecipare alla Resistenza e la fornace poté contare sull'impegno e sulla fatica delle donne rimaste a casa. Durante il Secondo Conflitto Mondiale e durante le fasi della Liberazione, la struttura non subì danni.

Il boom economico Nel dopoguerra e negli anni cinquanta, soprattutto dopo la costruzione dell'essiccatoio, l'occupazione fra fissi e stagionali arriverà a contare 280 persone, compresi gli amministratori e gli impiegati negli uffici. Se durante il periodo prebellico la fornace forniva materiale per i costruttori locali, durante il periodo di ricostruzione, il bacino di utenza per la vendita dei prodotti Frazzi si estese a Roma, Napoli e Salento.

La crisi e la cessione Alla fine degli anni cinquanta furono realizzate delle migliorie tecnologiche che consentirono un risparmio dal punto di vista energetico e dei carichi di lavoro. Le tipologie di forno maggiormente utilizzate erano quelle del forno Hoffmann e Migeon. I sistemi di cottura utilizzati fino a questo momento prevedevano infatti un notevole dispendio di combustibile e di manovalanza, dovendo, la cottura dei materiali, avvenire sotto la coordinazione dei fochisti e delle cicliche fasi di carico e scarico dei materiali crudi e cotti. Già le altre fornaci concorrenti avevano avviato un processo di produzione ed essiccazione meccanizzato ed un tipo di cottura ottimizzata. Con i nuovi forni a tunnel, i materiali, disposti su carrelli mobili, seguivano il processo di preriscaldamento, cottura e raffreddamento in modo automatizzato.

La cottura del laterizio, all'interno dei forni Hoffman, apparve subito non in linea con i tempi più veloci della nuova concorrenza. Di questo si accorse Arnaldo Frazzi, quando, prima ancora dell'inaugurazione del nuovo forno, sentenziò di aver fatto nascere un figlio già vecchio. In quel periodo, durante le fasi di escavazione, molta della argilla estratta cominciò a presentare impurità date dalla presenza della "lumachella", conchiglia fossile, non rara nel terreno del basso pievese, caratterizzato da depositi deltizi di ghiaia, sabbie e argille. Questa conchiglia fossile risultava dannosa ai laterizi durante il processo di cottura o spesso creava efflorescenze sui mattoni facciavista. La scoperta della "lumachella" rallentò i processi di produzione sia perché le argille dovevano essere lasciate riposare per un medio periodo e perché fu immediatamente spostata la ricerca di argille più pure verso un'altra cava. Inoltre, la Famiglia Frazzi non aveva discendenti maschi che dopo la morte di Arnaldo Frazzi avrebbero preso in mano l'attività di famiglia e ne avrebbero continuato la produzione. Al primo sentore di una possibile chiusura della fabbrica fu organizzata un'occupazione permanente dello stabile che durò per circa un mese. Così, prima lo stabilimento di Cremona poi quello di Città della Pieve, nel 1968, smisero definitivamente l'attività. Quest'ultimo fu venduto ad una società locale.

La nuova gestione e la chiusura Nel 1968 Frazzi cedette la fabbrica alla società ILPA. Questa era costituita dal ragionier Benemio, imprenditore edile locale, e da altri due soci, uno di questi il signor Pernicini, proprietario di un'altra piccola fornace sul territorio. La politica di produzione fu mantenuta pressappoco invariata rispetto alla gestione Frazzi: diminuirono i prodotti commerciali, il numero di operai e non furono apportate modifiche al sistema produttivo, eccezione fatta per la costruzione di un altro piccolo forno. Nel 1979 la società licenzia tutti i suoi operai e chiude definitivamente lo stabilimento.

La demolizione 2000

Il progetto di zonizzazione prevedeva la completa demolizione della Fornace Frazzi a causa delle condizioni fatiscenti delle strutture. Così furono abbattuti la vecchia fornace, il locale ristoro degli operai e gli altri edifici.

Architettura della fornace

Lo stabilimento Frazzi comprendeva più edifici adibiti a funzioni differenti, legate sia alla produzione che alla gestione amministrativa e contabile della fabbrica. Dal momento dell'acquisto da parte della famiglia Frazzi al periodo di completa demolizione della fornace, furono molti gli interventi edilizi che coinvolsero gli impianti di produzione del laterizio. Del complesso produttivo rimane oggi solamente la cabina elettrica in muratura, la sede degli uffici, i binari per il trasporto interno dei prodotti e cumuli di vecchi mattoni. Si accedeva allo stabilimento da una piccola traversa di Vocabolo della Fornace: dopo il cancello d'ingresso si trovava la casa del custode, un edificio bianco a pianta quadrata. Poco distante, la palazzina degli uffici con al piano terra lo spazio di lavoro dei contabili e degli amministratori mentre al primo piano la casa del ragionier Settimio Merli e della sua famiglia. All'interno dello stabilimento si trovavano due fornaci, la più antica di tipo Hoffman ed una più nuova e più grande del tipo Migeon.

Il trasporto dell'argilla, dalla cava all'impastatrice, dei materiali crudi verso l'essiccatoio e poi verso i forni, fino al deposito sul piazzale dei materiali cotti avveniva su carrelli tipo vagonetto Decauville, spinti a mano sui binari che correvano per tutta l'area dello stabilimento. Il prodotto finito era depositato e disposto per tipologia su un grande piazzale, in attesa di essere caricato sugli automezzi per il trasporto fino in cantiere.

Ciclo produttivo Il ciclo produttivo dei laterizi Frazzi cominciava dalle cave in loco e terminava con la disposizione del prodotto finito sullo spazio aperto davanti allo stabilimento. Cava: l'estrazione delle materie prime avveniva per mezzo della draga, macchina escavatrice su binari che grattava l'argilla prima asportandola dalle colline e poi cavandola direttamente alla quota di terra. A causa dei continui scavi si crearono laghetti artificiali, testimonianza ancora oggi del lento processo di irreversibile trasformazione del territorio. L'argilla cavata veniva riposta nei carrelli che correvano quotidianamente sui binari, senza sosta, dalle cave alle macchine impastatrici. Gli operai avevano il compito di guidare questi carrelli durante il percorso e regolare l'alternarsi dei pieni e dei vuoti: solitamente, nei tratti in discesa i carrelli correvano per forza di gravità e in salita veniva utilizzato un argano manovrabile. Il lavoro di estrazione e trasporto era a ciclo continuo: una fila di carrelli carichi veniva spinta fino all'inizio del processo produttivo e contemporaneamente un'altra fila di carrelli vuoti veniva portata fino alle cave. L'escavazione avveniva sotto la supervisione del meccanico dragatore, il tecnico che azionava i meccanismi della draga e permetteva il corretto uso della macchina. Agli operai era poi affidato il controllo continuo dell'argilla estratta, poiché una vena d'argilla di media qualità avrebbe "facilmente inquinato" la produzione del laterizio. Bagnatoio: prima ancora di inserire l'argilla nelle macchine impastatrici questa veniva bagnata direttamente nei carrelli. Questo lavoro era svolto da alcune donne che, attraverso un tubo di distribuzione dell'acqua, regolavano il flusso ed ottenevano la giusta densità per la lavorazione. Impastatrice: l'argilla bagnata entrava nell'impastatrice e ne usciva per estrusione un "pane sagomato", di lunghezza media (solitamente venivano prodotti pani di 50 cm). Il pane era spezzato a mano da un operaio specializzato che meccanicamente lo disponeva su di un carrellino per il trasporto verso la macchina trafilatrice.