Il sacrificio (dal latino sacrificium, sacer + facere, "rendere sacro") è quel gesto rituale con cui dei beni (oggetti, cibo, animali o anche esseri umani) vengono tolti dalla condizione profana e consegnati al sacro, venendo per questo dedicati in favore di una o più entità sovrumane, come atto propiziatorio o di adorazione. Il termine "sacrificio" ha tuttavia perso, nel lessico comune, quest'accezione religiosa per intendere in generale uno sforzo, la rinuncia a qualcosa in vista di un fine.
Un sacrificio immateriale, cioè una rinuncia in onore di qualcuno o qualcosa o il rinvio di una certa attività finché non si concretizzerà un certo desiderio, è anche chiamato voto oppure fioretto (il nome deriva dall’offerta di un fiore sull’altare, per Maria o un santo)..
Teorie del sacrificio La storia delle religioni e le scienze delle religioni hanno proposto numerose teorie esplicative del fenomeno del "sacrificio".
Edward Burnett Tylor (1832-1917), in Primitive Culture (1871), fu il primo ad offrire una teoria esplicativa del "sacrificio" intendendolo come un "dono" delle società primitive fatto a poteri sovrumani per accattivarsene i favori. William Robertson Smith (1846-1894), in Sacrifice (Encyclopaedia Britannica IX edizione 1886, vol.XXI), collegò invece strettamente il "sacrificio" alla nozione di "totemismo". Il sacrificio, secondo Smith, era il momento in cui l'animale totemico, a cui precedentemente era proibito anche accostarsi, veniva sacrificato per rinsaldare il legame tra la tribù primitiva e il suo totem. Marcel Mauss (1872-1950) e Henri Hubert (1872-1927), in Essai sur la nature et la fonction du sacrifice (1899), ritennero il "sacrificio" una pratica non propriamente arcaica, in quanto presupponeva, da una parte degli esseri sovrumani intesi come "persona" e, dall'altra, la constatazione di una diversità tra il sacro e il profano. Quindi il "sacrificio" consisteva in un "dono"A tal proposito cfr. Marcel Mauss. Essai sur le don (1925). ad una "persona" sovrumana, rendendo "sacra" la vittima precedentemente percepita come "profana". Wilhelm Wundt (1832-1920), in Völkerpsychologie (1900 e 1920), collegò il "sacrificio" alla nozione del tabù, ovvero di quello che per Wundt sarebbe interdetto perché proibito da potenze sovrumane. Émile Durkheim (1858-1917), in Les Formes élémentaires de la vie religieuse (1912), ritenne il "sacrificio" riconducibile alla vita sociale e al suo utile, così come egli stesso ebbe modo di constatare presso gli aborigeni australiani. Bronisław Malinowski (1884-1942), in The Trobriand Islands (1915), sostenne che il "sacrificio" era una forma derivata del primitivo animismo magico, così come egli stesso aveva potuto constatare presso i trobriandesi. Alfred Loisy (1857-1940), in Essay historique sur le sacrifice (1920), intese il "sacrificio" come la sintesi di due pratiche religiose arcaiche: l'offerta di cibo ai morti e il rito magico. Tale sintesi si riscontrerebbe, secondo Loisy, nel principio di "offrire" qualcosa in cambio dell'ottenimento di un risultato. Wilhelm Schmidt (1868–1954), in Ethnologische Bemerkungen zu theologischen Opfertheorien (1922), sostenne che il "sacrificio" ha origine, nelle arcaiche società dei "cacciatori raccoglitori", nel "sacrificio delle primizie", ovvero nella donazione all'Essere supremo, a cui tutto appartiene, di una parte del raccolto e della caccia. Tale meccanismo sacrificale fu ereditato, successivamente, dalle società pastorali ed agricole. E in queste ultime, il destinatario del sacrificio furono considerati i morti, ovvero gli antenati che hanno bisogno del "sacrificio" stesso per alimentarsi. Da questo passaggio con i defunti, Schmidt fece derivare il procedimento del "sacrificio" come meccanismo di scambio, eseguito in "cambio" dell'ottenimento di un risultato. Gerardus van der Leeuw (1890-1950), in Phanomenologie der Religion (1933), criticò il "dono" alle potenze sovrumane così come inteso da Tylor, sostenendo che il sacrificante "dona" qualcosa che gli appartiene personalmente e quindi "dona" parte di sé. Alfred Bertholet (1868-1951), in Der Sinn des kultischen Opfers (1942), collegò il "sacrificio" alla nozione del mana a cui esso protende e cerca di condizionare. Adolf Ellegard Jensen (1899-1960), in Mythos und Kult bei Naturvölkern. Religionswissenschaftliche Betrachtungen (1951), sostenne che il "sacrificio" non può essere inteso come "dono" ma come uccisione di una divinità primordiale dal cui corpo scaturirono le piante utili all'uomo. Solo successivamente il "sacrificio" assunse il significato di "dono" ad una divinità, inizialmente fu, invece, esclusivamente un modo per "riattualizzare" il mito della "creazione-distruzione" proprio delle culture arcaiche. Angelo Brelich (1913-1977), in Introduzione alla storia delle religioni (1963), ha suggerito la distinzione in tre tipi di "sacrificio": l'"offerta primiziale", tipica delle culture dei "cacciatori raccoglitori", consistente nel lasciare a un'"entità estranea" la prima parte del raccolto o della caccia, per desacralizzare il restante e quindi poterlo consumare; il "sacrificio del dono", tipica delle culture agricole, le quali a differenza dei "cacciatori raccoglitori" considerano come propri i beni offerti, consistente nel "donare" un prodotto del proprio lavoro a una o più entità sovrumane; il "sacrificio di comunione" consistente nell'uccisione di una vittima e il suo consumo all'interno della comunità sacrificante al fine di rafforzare i legami all'interno di essa, e il legame di questa comunità con la realtà extramondana a cui la vittima è stata offerta. René Girard (1923-2015), in La violence et le sacré (1972), intese il "sacrificio" come "violenza sostitutiva" proiettata sulla vittima considerata come "capro espiatorio" da parte della comunità sacrificante. Dopo il "sacrificio" la comunità si acquieta in un eros unanime per poi riesplodere attraverso una crisi che porta ad un nuovo "sacrificio". Tale ciclicità, secondo Girard, si sarebbe interrotta con la figura di Gesù il quale avrebbe assunto su di sé il ruolo di vittima espiatrice, liberando così l'uomo dalla procedimento vittimario delle religioni. Walter Burkert (1931-2015), in Homo Necans. The Anthropology of Ancient Greek Sacrificial Ritual and Myth (1972), intese il "sacrificio" greco come continuazione di pratiche proprie della cultura neolitica centrate sull'uccisione delle vittime e sul "trauma" che tale procedimento provocava. Vittorio Lanternari (1918-2010), in "La Grande Festa": Vita rituale e sistemi di produzione nelle società tradizionali (1976), ha sostenuto che il "sacrificio" ebbe origine in una nevrosi d'ansia propria dei cacciatori primitivi (ma anche degli agricoltori), i quali al termine della caccia (o del raccolto) avrebbero sentito il bisogno di una distruzione simbolica di ciò che avevano conseguito. Jean-Pierre Vernant (1914-2000) e Marcel Detienne (1935-2019), in La cuisine du sacrifice en pays grec (1979), considerarono, limitatamente al sacrificio nella cultura religiosa greco-antica, il "sacrificio" all'interno della cultura della commensalità e delle pratiche culinarie.
Il sacrificio nelle differenti culture religiose Il sacrificio nella religione vedica, nel Brahmanesimo e nell'Induismo
Parte costitutiva del Vedismo, il "sacrificio" (yajñaMa anche homa, yāga, medha, kratu. Il termine principe che indica la procedura sacrificale corretta è invece karma.) fu normato e razionalizzato nel successivo Brahmanesimo, attribuendogli il potere di generare, in una dimensione spirituale e cosmica, la pienezza originale perduta. Il sacrificio viene anche oggi eseguito dai brahmani e la sua esecuzione deve essere rigorosa.
Lo yajña consiste nell'oblazione, tra gli altri elementi, di frutta o verdure (auṣasha), burro chiarificato (ghṛtha o ājya), latte (payas)Il latte è di per sé già cotto, come tutti i suoi derivati, in quanto esso è lo sperma di Agni; cfr. Ṛgveda I,62,9 ma anche Śatapatha Brāhmaṇa II,2,4,15., carne (māṃsa), cagliate (dadhi), soma, farinate (piṣṭa), riso in chicchi (taṇḍula), riso bollito e pigiato (pṛthuka), pelle (tvac), etc., e, nell'Induismo, viene officiato in occasione di matrimoni, funerali o per quotidiana devozione.
Gli esecutori del sacrificio vedico, spesso eseguito dietro un compenso (per lo più in oro o vacche), erano i sacerdoti (ṛtvij), il cui numero dipendeva dalla solennità del rito. Nel pieno del successivo sviluppo vedico (intorno al X secolo a.C.), i compiti di principali officianti (ṛtvij) del rito più importante, il soma (l'haoma dellAvestā) si distingueranno, tuttavia, in sole quattro qualità sacerdotali: brāhmaṇa, adhvaryu, udgātṛ e hotṛ. Ognuno di questi quattro sacerdoti veniva coadiuvato da ulteriori tre assistenti (samhita). E, come allhotṛ veniva assegnato il compito di recitare il Ṛgveda, gli altri tre officianti avevano rispettivamente il compito di recitare: ladhvaryu lo Yajurveda; ludgātṛ il Sāmaveda, mentre al ''brāhmaṇa non solo veniva affidata la recitazione del quarto Veda, lAtharvaveda, ma anche il compito di controllare e soprintendere all'intero rito e alla recitazione degli altri tre Veda rappresentando, lAtharvaveda, il loro compimento. Sempre nel Ṛgveda (X-71,11) i compiti dei quattro officianti vengono riassunti nel singolo brāhmaṇa essendo costui quello che rappresenta l'intero sacerdozio in quanto sa, conosce (vidyā) ed esprime il Brahman.
Il sacrificio nello Zoroastrismo Zaratustra proibì i sacrifici cruenti di animali, ammettendo come unica forma di sacrificio la bruciatura di legno di sandalo nei roghi votiviKedar Nath Tiwari, Comparative Religion, Motilal Bonarsidass, Nuova Delhi, 1987.
Il sacrificio nella religione greca
Nella religione greca il sacrificio è il principale atto religioso. Esso si presenta con differenti caratteristiche e nomi a seconda del tipo di sacrificio e delle divinità o esseri a cui esso è destinato. Choaí (χοαί)Χοή è correlato al titolo sacerdotale indoiranico hotar/zaotar, cfr. Jan N. Bremmer Modi di comunicazione con il divino: la preghiera, la divinazione e il sacrificio nella civiltà greca, in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol. 1 I Greci nostri antenati (a cura di Salvatore Settis). Torino, Einaudi, 2008, p. 267.: consiste nelle libagioni di vino oppure di latte e miele o di sola acqua, ed è destinato ai defunti, agli eroi e alle divinità ctonie. Spondaí (σπονδαί)Dalla radice indoeuropea *spend, cfr. Jan N. Bremmer Modi di comunicazione con il divino: la preghiera, la divinazione e il sacrificio nella civiltà greca, in Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, vol. 1 I Greci nostri antenati (a cura di Salvatore Settis). Torino, Einaudi, 2008, p. 267.: consiste nelle libagioni di vino oppure di latte e miele o di sola acqua, ed è destinato agli dèi dell'Olimpo. Aparchái (απάρχαί): consiste nelle primizie dell'agricoltura poste nei boschetti sacri o gettate nei corsi d'acqua e destinate a Demetra, Dioniso o alle ninfe. Nephália (νηφάλια): consiste in acqua, miele od olio e destinato ai defunti. Thysía (Θυσία): consiste nel sacrificio di uno o più animali (bue, maiale, capra o pecora) ed è destinato agli dèi dell'Olimpo. In genere in questo sacrificio della vittima sacrificale venivano bruciati solo il grasso e le ossa, il restante veniva macellato, cotto e distribuito ai partecipanti al banchetto sacrificale (δαίς daís).