La basilica dei Santi Felice e Fortunato è una chiesa di Vicenza, attualmente sede parrocchiale, la cui origine risale al IV-V secolo; il suo aspetto attuale romanico è dovuto sostanzialmente alla ricostruzione del XII e ai restauri del XX secolo.

Per oltre un millennio alla basilica fu annessa la più importante abbazia benedettina del territorio vicentino.

Storia antica

Sul luogo in cui oggi sorge la basilica, in epoca romana esisteva una necropoli pagana cittadina - situata poco fuori dalle mura, lungo la direttrice della Via Postumia - che si estendeva su di una superficie piuttosto vasta, in parte paludosaRintracciabile oggi fra i quartieri di San Felice, San Lazzaro, dei Ferrovieri e Gogna, nella quale furono rinvenuti numerosi reperti sepolcrali, quali tombe a cappuccina, tombe a edicola, sarcofagi, steli e iscrizioni, monete e suppellettili.

In seguito all'editto di Milano che permetteva il culto cristiano, i fedeli vicentini riservarono nella necropoli un'area destinata alla sepoltura dei propri defuntiIl cimitero, dal greco koimetérion, ossia dormitorio, in attesa della resurrezione e vi costruirono un edificio adibito al culto: i ritrovamenti rappresentano la prima testimonianza della fede cristiana in città. A questo periodo - la fine del IV secolo - risale anche la stele dellAdorazione dei Magi, il documento più importante del cimitero cristianoMario Mirabella Roberti, I musaici, in . Alcuni sarcofagi sono nello spazio antistante la basilica, altri all'interno, altri ancora presso il Museo naturalistico archeologico di Santa Corona; la stele con l'Adorazione dei Magi si trova presso il Museo diocesano.

La chiesa primitiva

La chiesa primitiva - costruita nello stile tipico delle più antiche aule di culto cristiano in ambiente padano fra la metà e la fine del IV secolo - era un'unica aula di 24 × 16,5 metri, individuabile attraverso una fascia di marmo rosso nel pavimento della chiesa attualeQuesta parte del mosaico è visibile nella navata centrale della successiva chiesa medievale, ed era decorata con una ricca pavimentazione musiva costituita in buona parte da croci decorative, in forma di nodo di Salomone e riquadri con i nomi degli offerenti che hanno contribuito all'opera ex voto. La pavimentazione originaria, conservata solo in parte, è stata riportata alla luce, insieme con parte delle fondazioni, verso la metà del XX secolo.

Questo edificio fa comprendere come la comunità cristiana di Vicenza avesse raggiunto, già nella prima metà del IV secolo, una notevole importanza, testimoniata anche dal fatto che anche una famiglia senatoriale aveva contribuito alla costruzione del pavimento in mosaico e anche .

La basilica tripartita

Era una comunità che cresceva con grande rapidità: dopo la traslazione delle reliquie del martire Felice da Aquileia - forse intorno al 380 - la chiesa si rivelò insufficiente alle esigenze dei fedeli ormai numerosi e si decise di realizzare un edificio più importante.

Così tra la fine del IV e la metà del V secoloLa datazione è incerta: secondo il motivi di carattere archeologico (la buona qualità dei materiali e del loro assemblaggio nelle fondamenta) e storico (la possibilità di costruire un tale edificio in pace, prima delle invasioni barbariche, e forse anche l'influenza esercitata da sant'Ambrogio), la data più probabile dev'essere rapportata agli ultimi due decenni del IV secolo. Secondo Mario Mirabella Roberti, Gli edifici, in , invece, a giudicare dai mosaici, la prima metà del V secolo è l'epoca di costruzione più probabile fu edificata una vera basilica, di impianto solenne e maestoso, a tre navate separate da due file di pilastri, che misurava 45 × 22 metri; la navata centrale era anch'essa, come la chiesa precedente, pavimentata a mosaicoSi tratta dei mosaici scoperti nella navata meridionale della chiesa attuale e si prolungava in un'abside rettangolare.

Davanti alla basilica un atrio profondo 7 m, il nartece, come luogo di sosta per i penitenti e di accoglienza per i pellegrini in visita alle reliquie, un ampio quadriportico e dei propilei formavano una aggiunta di 41,5 × 25 m; complessivamente quindi si trattava di un imponente edificio lungo 86,5 m.. Lo schema si avvicinava a quello di Sant'Ambrogio a Milano, anch'essa una grande basilica suburbana dedicata alla venerazione di santi cittadiniMario Mirabella Roberti, op.cit. p.27, ritiene che gli elementi ritrovati siano troppo scarsi per definire le strutture di superficie, che potrebbero essere state apposte tra il V e il IX secolo.

Vicino alla basilica vennero eretti anche un sacello e un battistero.

Il sacello o Martyrion

Il sacello - una delle più interessanti e meglio conservate architetture paleocristiane d'Italia - fu costruito poco dopo la metà del V secolo e, in origine, doveva corrispondere al Martyrion destinato a custodire le reliquie della basilica. Più tardi, probabilmente nel VII-VIII secolo, venne dedicato alla MadonnaSecondo il la dedicazione a Maria, contemporanea a quella della cattedrale di Santa Maria Annunciata, dipende dall'azione dei missionari orientali che vennero in questa regione per contrastare l'arianesimo al tempo dei longobardi: davanti all'altare, sopra una cornice sostenuta da quattro colonne, si leggevaAttilio Previtali, Il Martirion, in riporta un'analisi dell'epigrafe dedicatoria:

Esso svolse la sua funzione di culto ai martiri fino al 1674, anno nel quale, in occasione della ristrutturazione del complesso, fu trasformato in ambiente di servizio dell'annesso monastero; furono aperte delle finestre e chiuse le finestrelle originarie, rimaneggiato il portale, asportato il rivestimento di marmo e, soprattutto, i resti dei martiri furono trasferiti nella cripta della basilica e collocati in vistosi reliquiari in legno dorato di stile barocco..

Il battistero

Le fondazioni di un altro edificio a pianta ottagonale, trovate negli scavi del 1943, per struttura, posizione planimetrica e piano altimetrico rispetto alla chiesa antica, portano a concludere che si tratti dell'antico battisteroAltri autori hanno ritenuto questo edificio un mausoleo privato, costruito contemporaneamente alla basilica.. A motivo della sua presenza alcuni storiciDapprima Francesco Lanzoni, Le origini delle diocesi antiche d'Italia, Roma 1923, poi , ma anche Mario Mirabella Roberti, in op.cit., pp. 34-35 hanno ritenuto che San Felice sia stata la prima cattedrale di Vicenza.

Non si ha però alcuna notizia, nella documentazione disponibile, che la città fosse già nel V secolo sede vescovile come lo erano molte altre nelle Venetiae; tra le numerose testimonianze di presenza di vescovi veneti ai concili dell'Italia settentrionale non vi è infatti alcuna menzione di un vicentino fino alla fine del VI secolo, quando viene citato Oronzio.

Si può ipotizzare che la costruzione di due chiese, Santa Maria Annunciata all'interno della città e San Felice fuori le mura, potesse corrispondere alle esigenze della comunità cristiana di allora: la preghiera comunitaria, la catechesi, la celebrazione dell'eucaristia e degli altri sacramenti, che però potevano anche essere celebrati dal vescovo di un'altra città in visita pastorale o da un sacerdote da lui delegato. È probabile che sino alla fine del VI secolo la comunità di Vicenza abbia fatto riferimento al vescovo e alla diocesi di Padova, città sulla quale gravitava anche dal punto di vista civile, e si sia resa autonoma solo dopo la costituzione del regno longobardo, del quale Padova inizialmente non faceva parte..

Medioevo Durante il dominio longobardo e carolingio (dal VI secolo al IX secolo), la basilica non subì modifiche sostanziali e fu arricchita con ornamenti in parte ancora conservati nella muratura.

L'abbazia benedettina: la fioritura

Durante l'VIII secolo si insediarono a San Felice i monaci benedettini, costruendo un'abbazia che divenne il cuore dell'attività di quest'ordine religioso a Vicenza e che essi dedicarono ai santi Vito e Modesto, tipici patroni del loro ordineI riferimenti documentali non sono univoci, ma secondo Giovanni Mantese, Mario Dalla Via, I benedettini a Vicenza, in , la chiesa rimase intitolata ai santi Felice e Fortunato, mentre il monastero ai santi Vito, Modesto e Crescenzia. Quando Carlo Magno venne in Italia, si fermò a Vicenza presso il monastero, che beneficò con una generosa donazioneSecondo lo storico vicentino Pagliarino nell'802, mentre per Francesco Barbarano fu nel 773, .

Nell'anno 899, durante una delle loro incursioni, gli Ungari distrussero una parte della città e incendiarono l'abbazia; i monaci si dispersero in più luoghi, abbandonando la disciplina e trascurando il divino ufficio.. Ci volle molto tempo per ricostruire, tanto che al tempo in cui fu insediato a Vicenza il vescovo Rodolfo - intorno al 967 - gli edifici erano ancora in rovina; così afferma il cronista Sigebert di Gembloux, che ricorda anche come Rodolfo dovette cedere al vescovo di Metz delle preziose reliquie dei santi Leonzio e Carpoforo per ottenere dall'imperatore Ottone I una donazione finalizzata a ricostruire chiesa e monastero..

Qualche anno più tardi, con uno dei più importanti atti di cui resta documentazione, il privilegium del 983 il vescovo Rodolfo - convinto sostenitore della riforma cluniacense - donò ai benedettini dell'abbazia - o meglio in parte restituì, perché si trattava di beni già in loro possesso che erano passati al vescovo nel momento in cui erano stati dispersi dagli UngariDice il documento del vescovo Rodolfo: "Confermo tutte le terre che ho potuto ritrovare essere appartenute alla precedente abbazia e ho aggiunto quanto per le circostanze ho potuto" - una notevole quantità di possedimenti terrieri, cum famulis et decimis, che andavano da Ponte Alto al mons famulorum cioè Maddalene, da Brendola a Marostica. Insieme con le terre egli affidò ai benedettini il governo del territorio, lo svolgimento delle funzioni pastorali e la bonifica di estese zone acquitrinose; era il periodo dell'incastellamento e anche il monastero di San Felice si dotò di una torre di difesa.

I benedettini di San Felice fondarono poi innumerevoli chiese e piccoli monasteri, anch'essi dipendenti dall'abbazia madre, in genere posti lungo le antiche strade romane che uscivano dalla città. Ne resta traccia nella toponomastica e nell'intitolazione di numerose chiese dedicate a Vito, Modesto e Crescenzia, i santi tipici di quest'ordine monastico. Per limitarsi alla sola periferia della città, dipendevano da San Felice le abbazie minori di San Pietro in Vivarolo e di San Giorgio in Gogna, insieme con alcuni ospitali, come quelli di San Martino, di San Bovo e di San Nicolò in Borgo San Felice; la quasi nulla documentazione rimasta rende però assai difficili precisi riferimenti..

L'abbazia di San Felice continuò ad attirare numerose donazioni; si ricorda quella del vescovo Girolamo nel 1013, che confermò il privilegium di trent'anni prima del suo predecessore Rodolfo; da quest'atto risulta che chiesa e monastero, di recente ricostruiti, erano nuovamente semidistrutti e abbandonati, probabilmente per episodi di violenza di cui non si conosce l'origine; come Rodolfo, anche Girolamo intendeva ristabilire la vita religiosa a San Felice, quale caposaldo della fede nel territorio. Un atto molto simile è il privilegium del vescovo Astolfo nel 1033, ma è dubbia la sua veridicità. Ancora, ebbe molto a cuore i due monasteri benedettini di San Felice e di San Pietro il vescovo Liudigerio.: i monasteri benedettini in quel periodo dell'alto medioevo erano il fulcro della vita religiosa, fuori dalle mura della città molto più delle chiese diocesane.