San Sossio Baronia è un comune italiano di abitanti della provincia di Avellino in Campania.
Geografia fisica
Situato nella Baronia, nell'Irpinia orientale ai confini con la Puglia, San Sossio Baronia è un centro agricolo-commerciale dell'Appennino campano, ubicato sul fianco settentrionale della dorsale che divide la valle dell'Ufita da quella del suo affluente Fiumarella, nell'alto bacino del Calore.
Adagiato alle falde di un'altura e circondata da colline e contrafforti che gli chiudono l'orizzonte, il paese risulta così parzialmente protetto dal rigore dei freddi invernali. Infatti, sebbene l'altitudine (650 m) sia superiore a quella di molti paesi circostanti, il centro abitato è sufficientemente riparato dai venti e dal nevischio. Inoltre, la presenza di boschi periferici dona ampia frescura alla zona e attenua notevolmente la calura intensa dei mesi estivi, apportando alla località vantaggi climatici ragguardevoli.
Il territorio comunale confina con 5 comuni della provincia di Avellino e 2 della provincia di Foggia. In riferimento ai comuni confinanti, il centro abitato, che si trova decentrato a sud-ovest rispetto all'intero suo territorio, dista: da San Nicola Baronia; da Trevico; da Vallesaccarda; da Flumeri; da Zungoli; da Anzano di Puglia; da Monteleone di Puglia.
Il punto più basso del territorio comunale si trova ad un'altitudine di , mentre la massima quota è di che si raggiunge in contrada Molara. L'unico corso d'acqua degno di nota è il torrente Fiumarella che è alimentato dalle acque provenienti dai vari valloni presenti sul territorio comunale: Vallone dei Granci, Vallone della Mola, Vallone La Terra, Vallone Caronte, Vallone dei Freddi.
Il centro è situato in una zona ad elevata sismicità e perciò è stato vittima, nel tempo, di terribili terremoti che, più volte, ne hanno scosso le fondamenta e mietuto numerose vittime: tra gli ultimi sismi rilevanti vanno ricordati quello del 23 luglio 1930 (Terremoto dell'Irpinia e del Vulture del 1930 con la morte di 42 sossiani e 50 case crollate), quello del 21 agosto 1962 (Terremoto dell'Irpinia del 1962) e del 23 novembre 1980 (Terremoto dell'Irpinia del 1980).
Storia
L'acqua sorgiva, che scaturisce in abbondanza dalle colline circostanti, sta alla base dell'origine stessa del paese. Infatti, San Sossio Baronia era nell'alto Medioevo la zona delle sorgenti comprese nei possedimenti dei signori di Trevico.
I pastori con gli armenti scendevano per abbeverarli in quella zona dove attualmente esistono tre grotte scavate nell'argilla, di cui una al centro più piccola, e che per la forma di presepe propria dell'insieme, rispettivamente rappresentano le grotte di San Giuseppe, della Madonna e del Bambino, zona comunemente detta "Acqua della Madonna".
L'origine del paese è riferita al XIII secolo e, secondo la tradizione intorno ad una sorgente presso la chiesa parrocchiale. Questa, distrutta dal terremoto del 1930, era stata costruita nel 1754. L'antica parrocchiale era la chiesetta, ormai in rovina, dell'Annunziata, la quale, anche se sul fonte dell'acqua benedetta era incisa la data 1589, risale al XIII secolo.
San Sossio, come piccolo agglomerato urbano, viene menzionato, per la prima volta, nel Catalogus Baronum (catalogo dei Baroni) nel 1269 con la qualifica di villa e più tardi, ingrandendo la sua struttura urbana, viene segnalato nello stesso catalogo, con la qualifica di casale. La datazione di origine del paese riferita al secolo XIII è convalidata da un rescritto di Carlo D'Angiò del 1299 che parla di Vico (Trevico) con i suoi Casali (San Sossio Baronia, San Nicola Baronia, Castel Baronia, Carife ecc.), e maggiormente dalle "Rationes Decimarum Italiae" nei secoli XIII e XIV nella parte relativa alla Campania, ove risulta che i "Clerici S. Sossi" per gli anni 1308-1314 dovevano pagare la tassa annuale di "tarì uno e grana 12 e 1/2" al vescovo di Trevico e che più tardi quando il paese si ingrandì maggiormente, il clero locale doveva versare la tassa maggiorata di "tarì 2 e grana 5".
Quest'ultima fonte in particolare induce a ritenere che tale comunità alla data del 1308 aveva già una sua piena e completa organizzazione, tanto da essere chiamata a versare un tributo al fisco diocesano, per cui la sua origine si può far risalire quanto meno alla prima metà del Duecento.
Il nome San Sossio dato all'antico casale di Trevico, trova nella leggenda la sua giustificazione. Infatti, si narra che un asino, sul quale venivano trasportate le reliquie di San Sossio martire (diacono di Miseno martirizzato con San Gennaro, vescovo di Benevento, a Pozzuoli al tempo dell'imperatore Diocleziano) destinate ad un paese vicino, giunto in località ora detta Sella Coppola (incrocio della strada statale 91 con le provinciali per San Sossio e Trevico), infilò la strada che conduceva alle poche case esistenti in fondo alla valle e non ci fu verso di fargli cambiare direzione. Si gridò al miracolo: le reliquie rimasero nella chiesetta dell'Annunziata e fu dato il nome di San Sossio al paese.
La specificazione del nome, acquisita nel 1913 con il Regio Decreto del 3 aprile 1913 n. 337, si riferisce all'appartenenza dell'abitato alla Baronia di Vico. Per la prima volta venne usato il termine "Baronia" nel 1122 per indicare i possedimenti di Riccardo filius Riccardi che divenne appunto barone di Trevico, Contra e Flumeri.
San Sossio Baronia, seguì sempre le vicende di Trevico, con cui condivise il giogo feudale dei Consalvo di Cordova nel secolo XV e dei Loffredo fino al 1806, anno della devoluzione dei diritti feudali nell'Italia meridionale. Infatti, all'interno del regno di Napoli, nell'anno 1343 San Sossio era ancora un casale di Trevico quando tutta la Baronia fu donata dalla regina Sancia a Raimondo del Balzo, barone di Minervino. Nel 1454 l'insediamento urbano sossiano fu elevato a rango di "terra" e, con questo titolo, acquistò anche la sua autonomia amministrativa pur restando unito a tutti gli altri paesi del feudo trevicano. Tale unità durò fino al 1515 quando Elvira, figlia del Gran Capitano Gonzalo Fernández de Córdoba (il quale ricevette il feudo nel 1507 da re Ferdinando il Cattolico dopo la vittoriosa battaglia di Cerignola, che aveva visto la sconfitta dell'esercito francese contro quello spagnolo), vendette la città di Vico e le terre di San Sossio e di Zungoli a Francesco Loffredo, protonotaro del regno. Quando questi morì nel 1547 San Sossio passò al figlio Ferdinando. Con i Loffredo si chiude il lunghissimo periodo di servitù da parte delle "terre" aggiogate al feudo di Vico e inizia un nuovo processo autonomo, economico ed evolutivo.
I sossiani durante il feudalesimo godettero sempre di una certa autonomia. A tal riguardo si racconta di una vecchietta la quale, intorno al 1500, al feudatario che, dopo essersi dissetato ed aver decantato la freschezza della limpida fonte, voleva gravarla di una tassa, rispose: «l'acqua è fresca, Eccellenza, ma le nostre teste sono calde» ed il signorotto si guardò bene dall'applicare la tassa. Avrà forse avuto origine da questo lo stemma del comune: tre getti d'acqua che scaturiscono dalla cima di una collina sormontata da tre stelle a cinque punte.
Nel 1612, grazie a Ferdinando Loffredo, alla sorgente più feconda fu dato un aspetto più dignitoso nella fontana che ora appare maestosa nella sua semplicità architettonica e nel bassorilievo con lo stemma del nobile casato dei Loffredo e con l'immagine del santo patrono. Ne dà ampia testimonianza l'iscrizione della lapide seicentesca:
Soxius huc populu custodit ab aetere, Martir, hoc loffreda domus; stabit in orbe pius, A.D. 1612, praetereundo cave sitiens properare, viator, fistula dulce fluit cogiaciatis aquae
(II Martire Sossio protegge questo popolo dal cielo. In paese don Loffredo sarà ricordato come Pio nell'anno del Signore 1612. O viandante assetato guardati dall'affrettarti nell'andar via! Un condotto di acqua ghiacciata scorre dolcemente).
Nell'Ottocento, dopo la cessazione dei vincoli feudali, il comune ha fatto parte del circondario di Castelbaronia ricadente nel distretto di Ariano nell'ambito del Principato Ultra all'interno del regno delle Due Sicilie. In epoca postunitaria San Sossio ha fatto parte del mandamento di Castelbaronia nell'ambito del circondario di Ariano di Puglia all'interno della provincia di Avellino.
Il paese inoltre partecipò attivamente ai moti rivoluzionari; saputo che Garibaldi marciava verso Napoli, dopo aver sgominato in Sicilia l'esercito borbonico, il popolo sossiano assalì il municipio e ridusse in frantumi il busto di Ferdinando II. Caduta Gaeta il 29 febbraio 1861, Francesco II si rifugiò prima a Roma poi ad Albano agevolando così il sorgere di bande armate costituite dai suoi partigiani.
Questo movimento legittimista ben presto degenerò in brigantaggio. Le bande di briganti del periodo erano composte principalmente da persone di umile estrazione sociale (soprattutto contadini), ex soldati dell'esercito del regno delle Due Sicilie ed ex appartenenti all'esercito meridionale, e vi erano anche banditi comuni, oltre che briganti già attivi come tali sotto il precedente governo borbonico. La loro rivolta fu incoraggiata e sostenuta dal governo borbonico in esilio, dal clero e da movimenti esteri come i carlisti spagnoli. I briganti scorrazzavano nelle contrade delle aree interne protetti dalle fitte boscaglie. Furono repressi dall'esercito del Regno d'Italia attraverso la legge Pica. In questo territorio imperava la banda del brigante Giuseppe Schiavone, luogotenente di Carmine Crocco di Rionero in Vulture, assieme all'inseparabile compagna, Filomena Pennacchio, nata a San Sossio il 6 novembre 1841, che in una incursione sull'abitato recise le quattro teste di angeli scolpiti in altorilievo agli angoli del basamento di una croce di pietra del 1611. Tale croce recentemente restaurata è il vanto del paese e fa da sfondo ad una delle vie più importanti del paese: via Piano.
Il 4 aprile 1862 le congiunte bande di briganti di Crocco, Ninco Nanco, Caruso e Sacchitiello decisero di intraprendere un'incursione in una masseria di Ascoli Satriano. Le truppe stabilite a Vallata e le guardie nazionali di Trevico, Zungoli e Anzano, sapute le loro intenzioni mossero loro incontro e si scontrarono nella contrada Civita, vicino alla Molara; le truppe attaccarono e trovarono resistenza: nel combattimento furono uccisi 5 soldati e 2 guardie nazionali.
Nella prima guerra mondiale molti sossiani persero la vita al fronte e sono ricordati con il monumento ai caduti.
Il paese poi subì i bombardamenti degli Alleati nella seconda guerra mondiale, in particolare nella località definita Villa, che causarono diversi morti.
Con il voto del 2 giugno 1946 i cittadini sossiani votarono con il 50,4% per la Repubblica nel referendum sulla forma istituzionale dello stato italiano. A San Sossio Baronia tale risultato si ottenne grazie al voto degli elettori comunisti che risultarono essere la maggioranza nell'elezione dell'assemblea costituente. La maggioranza dei comuni della provincia di Avellino votò per la Monarchia, mentre in solo 13 comuni si preferì la Repubblica.
Origini. Tra ipotesi e leggenda
Se tali sono le origini risultanti da fonti storicamente accertate, non è da dimenticare che la presenza di ruderi e di caratteristiche topografiche fa ritenere che la zona sia stata importante centro anche al tempo dei romani. Sta di fatto che l'attuale autostrada Napoli-Bari, nel tratto relativo al territorio di San Sossio Baronia segue il tracciato di una strada romana (la via Aurelia Aeclanensis, una diramazione della via Appia) in adiacenza al corso del torrente Fiumarella, come risulta dai resti di un ponte romano in località Turro, centro pittoresco frequentato soprattutto dagli appassionati di pesca.