Il Comune di Roma fu un regime politico popolare semi-autonomo, guidato dai cittadini, sorto nella città omonima. La sua nascita si inserisce nel più ampio processo di formazione dei comuni urbani dell’Italia settentrionale tra l’XI e il XII secolo.

In quanto entità politico-amministrativa, il Comune di Roma — con sede fisica sul Campidoglio — era composto da organi di governo e rappresentanza (Arengum o Parlamentum, Senato e Consiglio), nonché da istituzioni di giustizia e finanza, la cui giurisdizione comprendeva presumibilmente, da nord a sud, il territorio dal ponte sul fiume Paglia presso Radicofani fino a Ceprano, e da est a ovest, da Carsoli fino alla linea costiera.

Storia

La ricerca dell'autonomia e la renovatio Senatus (1143) Dopo due anni di conflitto con Roma (1141-1143), la vicina Tivoli fu infine sottomessa all'autorità di Papa Innocenzo II (1130-1143), il quale tuttavia proibì ai Romani di abbatterne le mura o di esercitare rappresaglie contro i Tiburtini. Per tale motivo, tra l'agosto e l'ottobre del 1143, i cittadini romani, incoraggiati dal predicatore riformatore Arnaldo da Brescia, si ribellarono all'allora pontefice Lucio II e procedettero al rinnovamento dell'antico Senato sul Campidoglio. Questo episodio, noto come renovatio Senatus, è considerato l'atto fondativo del Comune di Roma, benché la sua formazione risponda a un processo avviato già nell'XI secolo.

La ricerca romana di autonomia rispetto all'autorità papale trova infatti i suoi primi riferimenti nella marcata presenza di laici potenti nei tribunali pubblici dell'XI secolo, nella nascita di corti di giustizia specializzate nella risoluzione di controversie professionali, nella concessione di un importante privilegio commerciale all'Abbazia di Montecassino nel 1127 da parte di sei cittadini romani che agivano in nome della città e, soprattutto, nella formazione di una milizia armata composta da membri delle famiglie nobili, operante in modo indipendente dal potere papale. In questo senso, la nobiltà cittadina riunitasi in armi contro Tivoli costituisce un elemento chiave per comprendere l'evoluzione del Comune di Roma, che da essa trasse la propria classe dirigente a partire dalla rivolta del 1143.

La conquista dell'autonomia (1143-1188) Dalla sua fondazione fino al 1188, il Comune di Roma godette di una quasi completa autonomia dal Papato, con il quale contese i domini nel Lazio (Tivoli, Albano Laziale, Tuscolo) attraverso una politica di espansione comunale, il controllo della produzione cerealicola tra Viterbo e il Mar Tirreno, l'imposizione di tributi, l'amministrazione della giustizia nei territori della Sabina, della Tuscia e della Campagna e Marittima, nonché il potere di consacrare gli imperatori, indipendentemente dalle decisioni finali dei pretendenti germanici.

Il riconoscimento papale del Comune Nel 1188, il Comune di Roma raggiunse un accordo con Papa Clemente III (1187–1191) con il quale restituiva al pontefice alcuni dei poteri perduti dal 1143 (diritto di coniazione, regalie, ecc.) e si impegnava a rispettare cardinali, chierici e visitatori, a restituire le rendite e i beni ecclesiastici precedentemente depredati, a prestare servizio militare al pontefice e a giurargli fedeltà come signore della città. Dal canto suo, il Comune ottenne dal Papato non solo il riconoscimento ufficiale della propria esistenza e delle proprie aspirazioni territoriali su Tuscolo, ma anche compensazioni, donazioni e contributi finanziari.

L'elezione del senatore unico e la figura del medianus Nel 1191, a seguito di una rivolta popolare che reclamava l'autonomia comunale dal Papato, il Comune di Roma vide modificato il proprio sistema di governo, rappresentato dal Senato, mediante l'elezione di un solo senatore: una magistratura senatoria collegiale, controllata dai rappresentanti delle fazioni aristocratiche contrapposte, paragonabile, in certa misura, a quella dei consoli e/o dei podestà delle altre città comunali dell'Italia settentrionale. Da quel momento, il Senato costituì un consiglio subordinato, che si sarebbe poi diviso in un consiglio generale, formato dai caporioni e dai consoli delle Arti di Roma, e in un consiglio speciale, di composizione più ristretta. Allo stesso modo, i servizi che dipendevano inizialmente dall'autorità del Senato cominciarono a organizzarsi autonomamente.

In via eccezionale, ma in modo significativo, tra il 1198 e il 1205 Papa Innocenzo III (1198-1216) assunse per sé il titolo di medianus, figura incaricata di scegliere un senatore tra le famiglie guelfe e/o ghibelline che gli fossero fedeli. Tale ingerenza provocò più volte rivolte da parte delle famiglie nobili, ogniqualvolta la guida del Comune passava a una fazione o all'altra, rendendo evidente l'instabilità del quadro politico.

La rivolta del 1234 in difesa dell'autonomia comunale Secondo lo storico Paolo Brezzi, che ne fornisce una descrizione accurata, le cause della rivolta romana del 1234 restano sconosciute. È tuttavia noto che fu guidata dal senatore Luca Savelli, dai suoi collaboratori Pietro Parenzo e Giovanni Cenci, e dalle classi mercantili, in reazione ai cattivi rapporti tra il Comune e Papa Gregorio IX. Le rivendicazioni del popolo grasso miravano a estendere la giurisdizione comunale su Anagni, Segni, Velletri, Viterbo e Montalto, a danno del Papato, e ad annullare la pace del 1188 per recuperare poteri quali l'elezione libera del Senato, la coniazione di moneta e il diritto di imporre tributi. Dopo aver richiesto assistenza militare contro i Romani, Federico II di Svevia accorse in aiuto di Gregorio IX e insieme sconfissero definitivamente le truppe comunali a Viterbo.

Le conseguenze della rivolta del 1234 comportarono la restituzione al Papato di tutte le conquiste territoriali effettuate dal Comune, la liberazione dei prigionieri, il pagamento di indennizzi per il saccheggio di San Giovanni in Laterano e delle dimore cardinalizie, il riconoscimento del privilegio della giurisdizione ecclesiastica e dell'immunità fiscale delle chiese romane, nonché la promessa di non molestare pellegrini o chierici e di mantenere la pace con l'imperatore e con le città di Campagna e Marittima, Sabina, ecc. Tuttavia, malgrado le considerevoli obbligazioni imposte dal Papa, questi rinunciò al diritto di eleggere liberamente i senatori della corporazione, al diritto di coniazione e alla riscossione delle gabelle: con ciò, l'autorità papale riconobbe implicitamente i poteri per i quali il Comune si era ribellato.

Fase popolare (1252-1347) Tra il 1252 e il 1347 Roma conobbe non meno di una dozzina di mutamenti politici, dovuti in gran parte a movimenti popolari di varia intensità che interruppero per brevi periodi il governo dei baroni, trasferendo il potere a collegi di magistrati dalle funzioni poco note, denominati boni viri reformatores reipublicae (1256), boni homines (1266; 1312; 1327; 1342), anziani (1305), priores (1338), oppure a figure che condividevano le funzioni con podestà e/o principi forestieri. Quest'ultima tendenza non differiva da quella delle altre città italiane, dove l'affidamento di parte del potere a podestà o principi stranieri mirava all'attuazione di riforme favorevoli alla nobiltà cittadina e alle corporazioni delle Arti e Mestieri. Nel caso romano, tuttavia, l'elezione di funzionari stranieri costituì una novità, poiché fino al 1252 gli uffici comunali erano sempre stati di origine locale. Con l'elezione di Brancaleone degli Andalò a podestà (1252-1259), il Comune romano inaugurò una serie di governi personalistici, come quelli di Carlo I d'Angiò (1263-1266; 1268-1278; 1281-1284) e di Roberto I d'Angiò (1313-1326; 1328-1336).

Con il trasferimento della sede papale ad Avignone sotto Papa Clemente V (1305-1314), Roma precipitò in lotte di potere tra baroni e popolari, finché non giunsero gli estranei Giovanni da Ignano e Paganino della Torre, che nel 1305 ricoprirono rispettivamente le cariche di senatore e capitano del popolo con l'obiettivo di ristabilire l'ordine.

Cinque anni più tardi, Papa Clemente V acconsentì all'abrogazione dei Fundamenta di Papa Niccolò III e all'elezione di Ludovico di Savoia a senatore, il quale cercò invano di porre fine ai conflitti tra le famiglie Orsini e Colonna, che dal 1312 tornarono a detenere e condividere il potere sulla città. La breve nomina di Jacopo Arlotti degli Stefaneschi a Capitano del popolo, vista come una punizione delle grandi famiglie coinvolte nei disordini, fu seguita nel 1313 dalla nomina papale di Roberto d'Angiò a senatore.

La Roma di Cola di Rienzo (1347-1354) Travolta da divisioni interne di natura aristocratica, Roma assistette nel 1347 all'ascesa di una figura che mirava a porre fine all'egemonia baronale del Comune: Cola di Rienzo. La sua personalità, sebbene avvolta nell'ombra, è una delle più note della storiografia medievale italiana, grazie alla Cronica dell'Anonimo Romano, che narra numerosi eventi politici verificatisi nella Città Eterna tra il 1325 e il 1357.

Rienzo, nato a Roma intorno al 1313 in una famiglia modesta, apparteneva alla corporazione dei notai ed era sposato con la figlia di un notabile. La sua grande eloquenza e cultura, nutrita dalle letture di Livio, Virgilio, Dante Alighieri e Francesco Petrarca, gli valsero presto un ruolo di rilievo tra i magistrati della città, allora governata dal popolare Stefano Colonna (dal 1338). Alla morte di Papa Benedetto XII (1334-1342), Rienzo guidò un'ambasceria parallela a quella ufficiale, capeggiata da Stefano, per ottenere dal nuovo pontefice, Papa Clemente VI (1342-1352), la proclamazione dell'anno giubilare. Grazie all'amicizia con Petrarca e ai legami di quest'ultimo con il cardinale Colonna presso la Curia di Avignone, Rienzo fu nominato notaio della Camera Apostolica e tornò a Roma nel 1344, dove dall'interno dellassectamentum comunale denunciò la cattiva amministrazione dei tredici priori, conquistando il favore del popolo con le sue orazioni. Dopo la scoperta, nel 1347, della lex regia de imperio su una tavola di bronzo in San Giovanni in Laterano, Rienzo rivendicò per Roma i poteri che le spettavano de jure, affascinato dall'idea di restaurare la grandezza dell'Impero romano.

Periodo finale (fine XIV secolo) Quando Papa Gregorio XI tornò a Roma nel 1377, ponendo fine al periodo avignonese, trovò una città preda dell'anarchia, dilaniata dalle lotte tra fazioni nobiliari e popolari, e nella quale il suo potere era ormai più formale che reale. Seguirono quarant'anni di instabilità, caratterizzati a livello locale dal conflitto tra Comune e Papato e, su scala internazionale, dal grande Scisma d'Occidente tra i papi romani e gli antipapi avignonesi. Alla sua conclusione, Martino V della famiglia Colonna, unico pontefice romano del XV secolo, fu eletto per accordo reciproco tra le parti. Il suo ritorno, e quello dell'istituzione papale a Roma, furono fortemente auspicati e ottenuti da Caterina da Siena. Martino V riuscì a riportare l'ordine in città, a ricostituirne l'identità civica ormai perduta e a porre le basi per la sua rinascita.

Battaglie 1145 – Battaglia contro Tivoli. 1167 – Battaglia di Monte Porzio contro il Sacro Romano Impero, Tuscolo e Albano Laziale. 1170 – Distruzione di Albano Laziale. 1191 – Distruzione di Tuscolo.

Note

Bibliografia

Voci correlate Storia di Roma Cola di Rienzo Arnaldo da Brescia

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